La libertà violata e i suoi troppo pigri difensori

Vorrei fare qualche riflessione, esterrefatta e arrabbiata, su tre vicende registrate negli ultimi giorni. Non si tratterà di qualcosa di direttamente attinente ai temi-cardine di queste pagine. Vorrei mettere al centro questioni più generali che, come tali, includono anche i temi che usualmente ci occupano, ma che appartengono più che altro allo scenario generale entro cui tutti quanti ormai ci muoviamo. Il primo aspetto è quello che più mi lascia esterrefatto, sbigottito, attonito, incredulo: la facilità con cui è stata ormai messa in discussione la libertà di ogni individuo. Chi è in età matura provi a fare uno sforzo di memoria: non c'è bisogno di andare molto indietro nel tempo, basta una decina d'anni. Cosa sarebbe capitato se qualcuno, ancor più una persona in precedenza investita di un ruolo istituzionale, avesse detto in TV che è necessario ridurre gli spazi di libertà di alcune categorie di cittadini? Io me lo ricordo bene qual era il sentore comune. Non dico che si sarebbero fatte le barricate, ahimè noi italiani su questo dobbiamo guardare con ammirazione i cugini francesi, ma sicuramente l'alzata di scudi sarebbe stata trasversale, comune, diffusa, decisa e in molte parti irriducibile.

La libertà, solo poco tempo fa, era un valore considerato intoccabile da tutti, seppure per motivi diversi. Chi ne faceva un elemento di per sé fondante dell'esistenza, chi riconosceva il sacrificio dei padri per tramandarcela, chi si riferiva al dettato costituzionale che la tutela al massimo grado, in ogni caso soltanto un pazzo furioso o un neo nazifascista/neo stalinista conclamato avrebbe potuto prendere pubblicamente posizione auspicando che il potere comprimesse le libertà individuali e collettive. Oggi invece è diventato normale, anzi chi si esprime in quei termini riceve non pochi applausi e apprezzamenti. È capitato di recente in una nota trasmissione televisiva. A parlare era Elsa Fornero, l'ex ministro con la fessura per la moneta sulla fronte, e il tema girava ovviamente attorno alla pandemia, i vaccini, il Green Pass. Non è però importante l'argomento, ciò che conta è il concetto espresso a chiare lettere dalla Fornero, con la più olimpica disinvoltura: «Bisogna penalizzare, nel senso proprio di limitare ulteriormente la libertà delle persone non vaccinate». A me quella frase, detta in quel modo, ha ghiacciato il sangue nelle vene. Sia per ciò che auspica, sia per ciò che implicitamente ammette con quell'avverbio "ulteriormente", a riprova che già le libertà sono state ampiamente intaccate.

Una deriva inconcepibile.

Ribadisco: non è importante che stesse parlando di vaccini e dintorni. Oggi la ragione è quella, domani sarà un'altra cosa. Una volta sconsacrato, il tempio della libertà diventa bivacco per chiunque, con qualunque pretesto. E che l'ex ministro si sia espressa in modo così esplicito e con tanta tranquillità è ugualmente emblematico: i giri di parole disponibili per esprimere lo stesso concetto erano tanti, ma la Fornero ha scelto di andare dritta al punto. Limitare ulteriormente la libertà delle persone. Davvero soltanto a me la frase suona intollerabile, di una violenza mai registrata in precedenza? Davvero soltanto a me fa bruciare le budella e bollire il sangue nelle vene? Davvero sono l'unico ad avere l'impressione di vivere in un incubo dai tratti fino a pochissimo tempo fa semplicemente inconcepibili? Sicuramente Tiziana Panella, la giornalista presente in trasmissione, non ha provato le mie stesse sensazioni, visto che non ha fiatato. In altri tempi la Fornero sarebbe stata sbranata, prima in studio e poi nell'ambito dell'opinione pubblica. Oggi invece tutto passa. Dev'essere la nuova modernità e io devo essere diventato d'un tratto antichissimo, non c'è altra spiegazione per il fatto che, quando ho sentito quella violenza uscire dalla bocca della Fornero, ho subito pensato ai miei due nonni, entrambi partigiani, uno scampato per miracolo a una prigionia nazifascista e l'altro che si sporcò le mani di sangue per contribuire a rendere libero il proprio Paese per figli e nipoti. Un'orgogliosa e traumatizzante macchia che gli ha intristito lo sguardo per tutta la vita e che ha portato con sé fino alla morte. Tutto per permettere oggi a una Fornero qualunque di sputare in faccia a loro, ad altri che per la libertà sono morti e a noi oggi.


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È con questa incredulità, suscitata dalla disinvoltura con cui oggi si stupra la libertà, ma anche dalla totale mancanza di reazione da parte di tutti, che ho riscontrato poi gli altri due aspetti di cui mi vorrei occupare. Perché, in una situazione di sbigottimento del genere, è inevitabile guardarsi in giro e cercare se per caso c'è ancora qualcuno che si accorge della deriva in atto. E allora leggo, tra le molte segnalazioni che mi arrivano ogni giorno, due articoli che un caro amico mi invia, rincuorato e desideroso di rincuorare anche me. Uno è di un intellettuale stimato proveniente dall'area di sinistra, Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera fa una riflessione importante proprio sulla quota di libertà vigente nel nostro Paese di potersi esprimere su posizioni diverse o opposte a quelle affermate (imposte?) dal dettato maggioritario o dal cosiddetto "pensiero unico". «Non è facile per nulla avere una voce di tipo conservatore nel dibattito pubblico», scrive Galli della Loggia. «Esprimere un punto di vista diverso, magari critico o addirittura contrapposto rispetto alla cultura progressista, ma con la speranza che tale punto di vista non venga bollato all’istante come inconcepibile, retrogrado, privo di qualunque ragionevolezza, magari espressione di una cieca disumanità». Il ragionamento di Galli della Loggia ha a che fare con la libertà, indubbiamente. Proprio quella che la Fornero vorrebbe così disinvoltamente conculcare.

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Solo un controcanto armonico alla monodia del sistema.

La sua riflessione è imperniata sul DDL Zan, ma anche qui è poco importante il tema di riferimento. A colpire sono concetti come questi, validi qualunque sia l'argomento trattato: «È in questo clima che una voce di orientamento conservatore opposta al dominio del politicamente corretto diviene pressoché impossibile. O per essere più precisi, un tale punto di vista può benissimo essere manifestato ma è quanto mai improbabile che esso venga preso realmente in considerazione dalla discussione pubblica ufficiale e trattato come un normale elemento del dibattito culturale alla pari con quelli di segno contrario». Ripeto, a costo di essere noioso: tutto ciò ha a che fare con la libertà, quel valore un tempo d'acciaio diventato inspiegabilmente plastilina da plasmare a piacere. Ciò che dice Galli della Loggia è per altro condiviso, e questo è il terzo aspetto, anche da altri intellettuali dell'area opposta: «di aborto, di natalità, di famiglia, di differenza fra i sessi si può parlare soltanto se si accetta di restare all'interno dell'ordine del discorso stabilito dagli intellettuali progressisti. Altrimenti si viene insultati, censurati, considerati omofobi o razzisti». Così dice Maurizio Belpietro nel libro appena uscito "La famiglia non si tocca", scritto assieme a Massimo Gandolfini. Parrebbe insomma che, a tutti gli effetti, ci sia una coscienza trasversale dell'attuale processo di asfissia a cui si sta sottoponendo la libertà in generale, e in particolare quella di espressione. Da sinistra a destra non mancano manifestazioni di preoccupazione o di denuncia, lo si può ben dire.

Eppure leggere queste prese di posizione non mi dà alcun sollievo, non mi rincuora affatto, anzi produce l'effetto contrario di suscitarmi una rabbia profonda. Non riesco a non pensare che critiche come quelle espresse da Galli della Loggia e da Belpietro siano soltanto manovre per compiacere la fetta di lettori e consumatori d'informazione moderatamente preoccupati per l'oppressiva ossessività con cui è impedito ogni dialogo e confronto nel nostro Paese. In gergo soggetti del genere vengono chiamati gatekeeper, ma a me gli anglicismi danno l'orticaria, quindi mi limito a una riflessione arrabbiata e sfidante, per Galli della Loggia, Belpietro e per i tanti che periodicamente se ne escono con analisi critiche del genere. Davvero siete convinti di ciò che scrivete? Ebbene, siete personaggi importanti, influenti, editorialisti rispettati, direttori di testate giornalistiche, voi potete fare qualcosa. Ebbene fatelo. Chi più di voi può porre rimedio al problema che denunciate? Chi più di voi può dare un contributo a dissipare la cortina di piombo che opprime il dibattito pubblico, come parte integrante della limitazione generale delle libertà di tutti? Galli della Loggia, imponga al Corriere dove scrive abitualmente di ospitare periodicamente editoriali controcorrente. Belpietro, dedichi una pagina intera o un intero dossier su "La Verità", di cui è direttore, a qualcuno che abbia posizioni realmente fuori dal coro. Altrimenti le vostre sono solo chiacchiere vuote e autoreferenziali, solo un modo un po' snob di fare un controcanto armonico alla monodia del sistema. Altrimenti voi siete parte integrante del grande problema che stringe in una morsa la libertà e la vita di tutti e che è causa di quella profonda spossatezza psicologica che si registra diffusamente in una grande porzione della società. Perché la libertà è ormai un valore talmente incarnato in ogni individuo, che la sua assenza immediatamente si patologizza in una forma strisciante, bassa e costante di depressione. E nel caso in questione l'agente patogeno è ben rappresentato dalle parole e dal volto stesso di Elsa Fornero.

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