Uomini e donne insieme alla prova del disastro globale

Torno su un tema che, stando alle statistiche sulle letture degli articoli, sembra stare più a cuore a me che ai lettori di queste pagine: l’incombente necessità per uomini e donne di ricondursi rapidamente a compiti e funzioni più vicini alle loro inclinazioni naturali e di reimbastire tra di loro quel rapporto di complementarietà e collaborazione così profondamente spaccato da molti anni di propaganda conflittuale e di zizzania scientemente seminata tra i due sessi. Continuo a ritenere che sia necessario prepararsi ora a questo tipo di processo, prima che siano circostanze esterne e traumatiche, a questo punto ineluttabili, a renderlo obbligatorio, con quel tanto di forzatura che rende gravosa ogni evoluzione. Essere pronti a trasformarsi, specie se la trasformazione comporta un “ritorno a casa”, può rendere le emergenze e i drammi alla base della trasformazione assai più morbidi e tollerabili.

In un recente articolo ho espresso il mio pessimismo rispetto alle prospettive che attendono il nostro paese, e in verità l’Occidente intero, a seguito della tragica sequenza pandemia-guerra, con quest’ultima che promette di essere assai più reale e devastante della prima. Il covid, infatti, per sua stessa natura si è diffuso in modo trasversale, coinvolgendo, seppur in diversa misura, tutto il mondo, da nord a sud, da est a ovest. La guerra invece contrappone due sfere e sempre di più si sta rivelando per ciò che ho sempre sostenuto che fosse: non un conflitto regionale tra Ucraina e Russia, e nemmeno un confronto bellico tra NATO (USA) e Russia, bensì un vero e proprio scontro di civiltà. L’una è nascente, orientale, spostata su un asse che dal Medio-Oriente arriva fino a Pechino, passando per la Russia, con il coinvolgimento indiretto di una massa di aree-satelliti in via di sviluppo (e con una grande voglia di liberarsi di catene ormai arrugginite); l’altra, quella occidentale, mostra in ogni suo lato i segni di una decadenza allo stato terminale.

persone tramonto

Questione di sopravvivenza.

Basta uno sguardo d’insieme oggettivo sulla situazione internazionale dal lato economico e geopolitico per rendersi conto che con torturante lentezza ci stiamo avviando verso un contesto critico mai visto in precedenza e forse anche verso una guerra globale, dove per altro le parti in causa si sono già dichiarate pronte all’uso di armi atomiche, il che renderebbe ancora più devastante lo scenario generale che vediamo prendere forma nell’oggi. Le due civiltà in conflitto non intendono minimamente retrocedere dai propri piani: ne va della loro sopravvivenza, oltre che della credibilità dei regimi che le guidano. Con queste prospettive, non c’è da attendersi che si facciano scrupoli di qualche tipo e il recente sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 da parte degli angloamericani lo dimostra chiaramente. L’escalation è evidente: gli USA sono un gigante ormai in ginocchio sotto ogni profilo, e per mantenere l’egemonia non hanno altra scelta che tirare più in basso tutti gli altri competitor, oltre che tutte le sue colonie (l’Italia è tra queste).

Così si spiegano azioni di carattere apertamente terroristico come quelle sui due Nord Stream, che condannano Germania e Italia, prima e terza potenza industriale europea, a un prolungato periodo di freddo, razionamenti energetici e alimentari, crisi economica profondissima. Ma così si spiegano anche tutti gli atti di destabilizzazione che gli USA stanno promuovendo in vari paesi attorno alla Russia, a Taiwan contro la Cina, in Europa nell’area del Kosovo e della Serbia, in Iran con tentativi di “rivoluzione colorata”, e tra non molto, facile prevederlo, anche nell’area saudita, sempre più scettica rispetto alla leadership statunitense. Che è a conti fatti un gigantesco Sansone, determinato a portarsi dietro tutti quanti i filistei in vista di quella che, a giudicare dai più semplici indicatori economici di base e dallo stato delle forze armate USA, è una imminente dipartita. Qui e ora non è però questione di scegliere da che parte stare: chi aveva ragione lo racconteranno gli storici tra decenni (sempre se rimarrà qualcuno a raccontarlo) e sono comunque riflessioni che si potevano fare mesi fa.


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Il post Facebook in cui Radek Sikorski ringrazia gli USA per l’attentato al Nord Stream.

Uomini e donne per riprogrammare un futuro.

Ora no, non è più il momento di perdersi in disquisizioni o partigianerie. Ora c’è da prepararsi a un vero e proprio collasso sistemico, che soltanto uno sprazzo di lucidità da parte delle leadership europee potrebbe evitare. Uno sprazzo che però non è legittimo attendersi: ad ogni livello è evidente che quelle leadership sono intrappolate in una specie di gabbia onirica, totalmente distaccate dalla realtà dei popoli che governano, in una forma di delirio spiegabile soltanto con la psicopatia. Liz Truss che taglia le tasse in UK mentre la sua banca centrale è impegnata a combattere l’inflazione, con ciò riuscendo a sbigottire perfino il Fondo Monetario Internazionale; Ursula Von Der Leyen che esulta come una bimba (una bambola meccanica, più che altro) annunciando ulteriori milioni da trasferire al regime ucraino; Radek Sikorski, ex ministro degli esteri polacco e ora deputato UE, che ringrazia gli USA per aver fatto saltare i Nord Stream, il giorno prima che si inaugurasse il gasdotto tra Polonia e Norvegia; sono solo alcune delle manifestazioni della psicopatia irresponsabile che governa il nostro continente. E l’Italia? Il nostro paese, in linea del tutto teorica, dato il recente risultato elettorale, potrebbe fare la differenza, evitando che la storia si ripeta e che l’Italia diventi di nuovo, insieme alla Germania, il punto di partenza di un morbo capace di affondare l’Europa. Il mattino però, con la Meloni che su Twitter tuba con Zelensky e si dice voglia mettere nientemeno che la Ronzulli alla Sanità, non sembra affatto annunciare un buon giorno.

In fondo a questa catena, esattamente in corrispondenza con il guinzaglio, ci siamo noi, uomini e donne. Che nella gran parte dei casi ci troveremo probabilmente a dover decidere, a inverno inoltrato, se accendere il riscaldamento o mettere un piatto in tavola, mentre chi sarà colpito più di noi, le aree più povere del mondo, da novembre daranno l’assalto all’Europa alla ricerca di pane e vita. Cosa possiamo fare noi di fronte a questo scenario? Quando tutte le sovrastrutture socio-culturali, specie quelle più effimere, cadono, lasciando il posto a veri e propri stati di necessità, le opzioni sono sempre due: sbranarci a vicenda o collaborare per mitigare l’impatto del disastro. In queste due opzioni si insinua un’ulteriore possibile divisione, quella tra uomini e donne, così tanto cinicamente alimentata da ideologie tossiche come quella femminista o LGBT, che hanno dettato legge negli ultimi decenni. Lì la scelta sarà tra tentare di tenere vive le bubbole ben note (il patriarcato, l’oppressione, il women empowerment, eccetera) e quella di guardarsi negli occhi, accettare le rispettive diversità in pregi e difetti, ottimizzando i primi e limitando i secondi in una forma di collaborazione complementare che sarà essenziale affinché, nel disastro prossimo venturo, per le strade e nelle case non prevalga la legge della giungla ma una nuova forma di socialità solidale e costruttiva, capace di porre le basi di un futuro equilibrato per i nostri figli. Sempre che gli psicopatici alla guida del mondo gli consentano di averne uno.

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