Nell’articolo di ieri, esaminando le due versioni date dalla presunta vittima dei “sette della Cornell” a distanza di due anni l’una dall’altra, abbiamo visto che si contraddicono tra loro: dalla prima, fornita “a caldo” nel novembre 2024, non emerge alcuno scenario di coercizione o abuso, nessun potenziale reato. In una situazione del genere, il procuratore non può far altro che archiviare. Non indugiamo sui dettagli di quella notte ma chi vuole può leggersi per intero la sintesi fatta da Matthew Van Houten della dichiarazione giurata di Jane Doe fornita nel novembre 2024. Merita però riportare il passaggio dove Van Houten sintetizza le sue ragioni: «La dichiarazione fornita da Jane Doe sotto giuramento nel novembre 2024 non contiene accuse di essere stata drogata senza il suo consenso né di aver subìto violenza sessuale. Al contrario, la testimonianza descrive la partecipazione di Jane nell’uso di sostanze e nelle condotte sessuali come volontaria, consapevole, e consensuale. Il mio ufficio ovviamente non avrebbe potuto basare la sua decisione su un racconto totalmente diverso che verrà fatto solo due anni dopo. In più, in questo frattempo non sono mai stato contattato dai legali di Jane Doe, né per comunicarmi che le precedenti dichiarazioni fossero inaccurate, né per chiedermi di riconsiderare l’archiviazione». Quindi: “sorellaioticredo”, “che motivo avrebbe di mentire?”, sì, ma su quale delle due versioni?… Occorre allora chiedersi cosa possa essere accaduto in questo frattempo per far cambiare idea e versione a Jane Doe. Qualche indizio possiamo forse trarlo dalle dichiarazioni dei legali di Doe, come pubblicate da varie testate ad es. il Wall Street Journal: «I legali di Doe hanno criticato il modo in cui le autorità gestirono al tempo la denuncia: “Alla mia assistita non è stata data l’occasione di parlare con nessun altro, non fu sentita da professionisti formati nella gestione di casi di violenza sessuale” ha dichiarato Thomas Giuffra, “mi sarei aspettato almeno che venisse interrogata svariate volte, e che si facesse uno sforzo maggiore per raccogliere evidenze in modo da far partire una causa”».
Chiaro? “Sorellaioticredo” ma solo se dichiara quanto è necessario per far partire una causa. Altrimenti, bisogna mettere la sorella sotto torchio da parte di “professionisti formati” ad hoc, capaci di convincerla e istruirla su cosa le sia realmente successo, e quale sia la versione corretta da dare. Ma di certo la mia sarà malfidenza. E certamente sarà solo una “fortuita coincidenza” che Giuffra, «The Abuse Lawyer – No police report required – No conviction required» («L’Avvocato dei casi di abusi – Non chiediamo verbali della polizia – Anche in assenza di condanne») come si legge sul suo sito, abbia impostato la sua intera attività sulla difesa di “sopravvissute” a presunte violenze con l’obiettivo non di fare giustizia o affermare la verità, bensì di intimidire le istituzioni chiamate in giudizio al fine di chiudere con patteggiamenti milionari: «Molti di questi casi finiscono in patteggiamento» scrive Giuffra a illustrazione del suo business model, «e il risarcimento che viene offerto in sede di patteggiamento è proporzionale a quanto l’istituzione dall’altra parte del tavolo è realmente convinta di rischiare un processo». Attività svolta «gratuitamente» – il suo compenso è «solo una percentuale sul risarcimento effettivamente ottenuto dalla vittima» – ma visto che si vanta di aver fatto ottenere un totale di «oltre 250 milioni di dollari» di risarcimenti alle sue assistite, anche la somma delle sue piccole percentuali suona come un gruzzolo mica male. Ma su questo merita citare la indiretta risposta di Van Houten nella sua autodifesa: «Quando le dichiarazioni dell’accusatrice non presentano elementi tali da far sospettare che sia stato commesso un reato secondo la legge dello Stato di New York, ovviamente non possiamo dare mandato alla polizia di arrestare qualcuno.

“Dovrebbero essere i ragazzi a denunciare lei.”
E, ovviamente, non possiamo suggerire alla polizia di cambiare i fatti o di costringere il testimone a cambiare le sue dichiarazioni in modo da poter contestare un crimine a qualcuno. Una simile condotta sarebbe patentemente inopportuna e immorale» chiude Van Houten. Anche la Cornell University, al contrario di quanto alcuni contestano, ha preso severi provvedimenti: la confraternita Chi Phi è stata chiusa; i due ragazzi che hanno consumato la maggior parte dei rapporti con Jane Doe quella notte sono stati espulsi; gli altri, che come abbiamo visto hanno responsabilità minori se non pressoché nulle, hanno avuto giustamente sanzioni disciplinari più limitate (ma l’Università ha ufficialmente smentito la versione secondo cui si sarebbero limitate a “qualche compito in più”). Che i ragazzi, Jane Doe compresa, si siano comportati in modo moralmente riprovevole e tale da mettersi incautamente in una situazione di alto rischio, è chiaro e ovvio a prescindere dalla versione che si dia per buona. Ma che sia avvenuta effettivamente una coercizione, una violenza, non è altrettanto limpido. Può essere che Jane Doe fosse troppo obnubilata dall’alcool e dalle sostanze (assunte comunque di propria volontà, questo è chiaro in entrambe le versioni) per potersi condurre in modo del tutto consapevole, e quindi sebbene sul momento esprimesse il proprio consenso alle proposte ricevute, questo consenso non fosse valido; in casi come questi, si suol dire, possono volerci mesi o anni per riuscire a comprendere pienamente la realtà di ciò che si è subìto, e semmai sarebbe stata responsabilità dei ragazzi riconoscere lo stato alterato di Jane Doe e fermarsi. Piccolo problema però: i ragazzi stavano messi pure peggio di lei, come abbiamo visto in un certo momento della serata uno perde proprio conoscenza, un altro si sente male ed è lei a fare da “infermiera”.
Si può argomentare quindi che sarebbe stata lei a dover riconoscere lo stato ben più pesantemente alterato di alcuni di quei ragazzi, e andare via o comunque fermarsi. Come ha scritto Matt Walsh (noto per il suo documentario anti-gender What is a woman?), «Dovrebbero essere i ragazzi a denunciare lei. Secondo quanto testimoniato da lei stessa, alcuni di loro erano ben più incapacitati di lei. Quindi, applicando questa logica, erano ancora meno in grado di esprimere un consenso valido. E allora, se uno stupratore c’è in questa vicenda, è lei». Sembra non fare una piega, al punto che due dei “mostri della Cornell” hanno davvero testimoniato che a iniziare un contatto sessuale con loro non voluto e senza chiedere consenso, quella notte, fu Jane Doe e non il contrario. Oppure: può essere che la prima versione rispecchi bene i fatti, ma nel frattempo Jane si sia pentita dei propri comportamenti, o per meglio dire delle conseguenze dei suoi comportamenti agli occhi della comunità del campus, e abbia cercato di mondare la propria reputazione. Ma, ovviamente, “regret is not rape“, pentirsi a posteriori di una certa propria condotta sessuale non equivale a essere stati violentati. E forse nel frattempo qualcuno ha pensato di poter ricavare qualcosa di più dalla vicenda, sia in ambito giudiziario che dandola in pasto ai media. Configurando questa storia come l’ennesima vicenda stile #metoo in cui si monta una gigantesca gogna mediatica per gli accusati e tutto il genere maschile, solo per poi scoprire che era basata su accuse false e interpretazioni distorte dei fatti. Come il caso di London, Ontario che vi ho raccontato qui su LaFionda.com l’anno scorso, ma si possono fare molti altri esempi: le false accuse di Crystal Mangum ai tre della Duke Lacrosse, il “caso del materasso” alla Columbia University, il falso stupro di gruppo al campus dell’University of Virginia…

Le indagini della Cornell smentirebbero la versione di Jane Doe.
Gli elementi noti al momento sembrano indicare quest’ultima possibilità: ad esempio il fatto che nei giorni seguenti alla notte di follie, Jane inizialmente intrattenesse rapporti affettuosi con il primo dei “sette”, quello con cui aveva un flirt, scrivendogli cose come «I luv u King» (“I love you, King”) e prospettando di incontrarsi ancora con lui. In uno degli scambi privati ad esempio lui si scusa, preoccupandosi che le cose siano sfuggite di mano durante quella notte, ma lei lo rassicura: «In fondo non abbiamo fatto niente di illegale, e poi mi è davvero piaciuto stare con te e Matt». Però, emergono dei timori da parte di entrambi perché i compagni di università cominciano a mormorare: ci si può immaginare in un campus universitario quanto rapidamente possano diventare martellanti e nocivi certi giudizi negativi e certe etichette. Finché la confraternita decide di estromettere Jane dalla festa di Halloween «per il suo bene», e questo fa precipitare la situazione fino al “ripensamento”: “prima che sia troppo tardi”, potrebbe aver pensato la ragazza, “devo farlo apparire come un abuso avvenuto contro la mia volontà”. Circolano anche presunti estratti dall’originale trascrizione della dichiarazione giurata di Jane (fornita comunque dopo questo “ripensamento”) che, se fossero confermati come autentici, complicherebbero ulteriormente il quadro. In essa si trovano affermazioni che secondo alcuni costituirebbero indizi della colpevolezza dei ragazzi, ma a ben vedere sono a dir poco ambigue, come: «Due ragazzi mi hanno chiesto talmente tante volte di fare sesso, che alla fine ho ceduto [I gave in]» – chiedere e pregare cento volte è l’opposto di usare la violenza per estorcere un atto sessuale; e “cedere”, accontentare una richiesta insistente non si può configurare come un atto non consensuale estorto sotto coercizione fisica o minaccia.
Oppure «ho preso così tanta ketamina perché a un certo punto ho pensato, se ne prendo ancora, forse perderò conoscenza; e se perdo conoscenza posso far passare quello che è accaduto per uno stupro». Suona come un pensiero fatto da chi è pienamente in grado di calcolare, valutare e decidere la propria condotta, e se si vuol “far passare un certo atto per uno stupro”, necessariamente quell’atto non è uno stupro, e se ne è ben consapevoli. Certo, tra le dichiarazioni ci sarebbe anche questa: «sono al 100% convinta di essere stata violentata». Ma, tralasciando le autocontraddizioni e il fatto che una “convinzione” non è prova di reato ma va in qualche modo accertata o corroborata, chi ha pubblicato questi estratti lo ha fatto su base di una presunta trascrizione appunto, e non dell’originale, che ammette di non aver mai visto. Mentre il procuratore Van Houten ha commentato di non aver mai ricevuto un verbale con una simile dichiarazione; e gli ufficiali di polizia che hanno raccolto la prima denuncia hanno confermato di aver trasmesso all’ufficio del procuratore tutte le informazioni e dichiarazioni raccolte, senza alcuna omissione. Il legale di uno dei sette “mostri”, Andrew Miltenberg, ha anzi dichiarato in merito: «La Cornell ha svolto indagini molto accurate. Sono state sentite dozzine di persone, molteplici interrogatori lungo un esteso periodo di tempo, e il report relativo all’inchiesta conta centinaia di pagine. Vi si trovano testimonianze, comunicazioni tra i ragazzi coeve ai fatti, e altre evidenze che forniscono un contesto assente dalla narrazione pubblica del caso. Contesto e evidenze che di fatto comprometteranno severamente la credibilità delle accuse di Jane Doe».

Sbatti il mostro in prima pagina, poi si vedrà.
Non siamo in grado di trarre conclusioni definitive: quale delle due versioni sia più veritiera e se siano stati commessi reati oppure no, lo potrà stabilire solo l’inchiesta e l’eventuale processo. Tuttavia, questa incertezza non autorizza nessuno a dare una descrizione distorta e parziale o palesemente falsa dell’accaduto. Omettendo o distorcendo certe parti della storia, diffondendo dettagli totalmente fasulli, essa assume connotati totalmente diversi, più inquietanti e tali da mettere chi legge in condizione di credere alla possibilità che esista realmente una “cultura dello stupro” in cui qualsiasi studente universitario a caso, anzi qualsiasi “maschio bianco etero”, nasconde in sé un mostro pronto a narcotizzare e violentare una ragazza in gruppo, e in cui le autorità “insabbiano” volutamente tutte le violenze e gli abusi di questo tipo per proteggere i perpetratori in-quanto-uomini e anche per “opprimere” le vittime e tenere soggiogato il genere femminile. Chiudo con una terza osservazione, la più amara: il modo in cui si sta conducendo la discussione pubblica su questa vicenda conferma purtroppo una dinamica ripugnante e nociva, ma tipica, di certa propaganda che passa per informazione, non solo riguardo le false accuse e altri nostri temi ma in ogni ambito, dalla geopolitica alla storia alla divulgazione scientifica.
Un titolo fuorviante, una informazione distorta, una interpretazione falsa, si diffondono immediatamente grazie al potere dei social media e dei titoli e slogan ad effetto, cui molti utenti si fermano e si affidano senza approfondire né verificare, confrontare molteplici fonti. Poi la smentita, la rettifica, la sentenza, il contesto, i dettagli che cambiano il quadro, arrivano forse dopo qualche giorno, o magari qualche anno, ma quasi sempre solo chi se li va a cercare col lanternino ne avrà contezza. Il danno, intanto, è stato fatto, e narrazioni basate su premesse false diventano verità e senso comune, e vengono date per scontate anche da soggetti ritenuti autorevoli – come ad esempio l’idea che i diritti delle donne siano stati strappati all’oppressore “maschio bianco” grazie al femminismo, oppure la bufala del “cervello trans”. E chi, nei casi di false accuse, è bollato come “mostro” di fronte al mondo si vede la vita ingiustamente rovinata: anche quando poi si rivela tutto falso, difficilmente riuscirà a togliersi di dosso il fumus che “se è successo tutto questo, qualcosa di male sotto sotto deve averla fatta”. Lo stigma dello “stupratore”, del “mostro”. Questo sciacallaggio pubblico ha già causato un danno del genere: non solo ai sette ragazzi, la cui carriera e reputazione è rovinata se non per sempre, almeno per un bel pezzo e questo indipendentemente dall’esito dell’iter giudiziario. Ma anche a un omonimo di uno di loro, che non ha mai neanche messo piede alla Cornell, ma si è visto recapitare la notifica della denuncia a casa per un errore, e ora è pure bersagliato – insieme a tutta la sua famiglia – dalla “folla inferocita”. Ecco qual è la “cultura dello stupro” realmente “sistemica e strutturale” nell’informazione mainstream e tra i sostenitori del femminismo: quella dello stupro dei fatti e della verità.