Et voilà, il copione dell’uomo nel mirino si ripete: per trasformare un tranquillo divorzio in un vero e proprio assedio civile e penale basta un pizzico di fantasia e una narrazione tossica quanto basta. Per anni tutto tace, la quiete coniugale regna sovrana, niente litigi degni di nota né telefonate al 1522. Ma basta arrivare al momento caldo della separazione e della spartizione dei beni – leggi: l’appartamento – perché, come per magia, sbuchino “anni di maltrattamenti” mai nemmeno accennati prima. Sarà la memoria ballerina o solo la voglia di appesantire le carte bollate, ma il punto resta sempre lo stesso: l’inferno giudiziario si scatena solo quando c’è di mezzo la posta in palio. E allora, tutti in tribunale, dove troppo spesso – guarda caso – le accuse evaporano come nebbia al sole, lasciando dietro di sé solo vite sbriciolate. Prendete il commerciante di Giugliano, assolto perché le accuse di lesioni e maltrattamenti erano pane per la solita farsa giudiziaria. Chi risarcisce la vita dilaniata di chi, da un giorno all’altro, diventa “orco” a comando?
Salendo di livello, il meccanismo non cambia e il mirino punta sempre lì: quando la preda designata non è più solo un cittadino qualunque, ma magari un luogotenente della Guardia di Finanza, il massacro mediatico è servito su un piatto d’argento. Marco Boni lo sa bene, sospeso dal servizio e umiliato sui palcoscenici nazionali (Repubblica, Corriere, Messaggero per citarne solo alcuni) per accuse di stalking e violenza sessuale – perché tira di più una storia del genere per far scattare il click e l’indignazione. Poi la difesa smonta punto per punto tutto, la Procura incassa la sconfitta, “il fatto non sussiste” e addio scoop. Ma la notizia chi la riporta? Nessun titolone nazionale, solo trafiletti tra le cronache locali. Quando è l’uomo a essere la vera vittima, la corsia d’emergenza si chiude e il garantismo diventa una concessione a chilometro zero.

Dalla gogna giudiziaria al silenzio mediatico: il destino di chi è sempre nel mirino
Se pensate sia roba per pochi sfortunati, cambiamo pure piazza e togliamo i galloni: in ogni tribunale italiano si ripete la stessa litania. Accuse di maltrattamenti come optional di serie nei divorzi, la sedicente vittima si porta già la richiesta di costituzione di parte civile nella borsetta. Primo atto: denuncia, indignazione, uomo nel mirino e in prima pagina. Finale scontato: assoluzione, amaro silenzio e nessuno che si scusi quando la verità viene a galla. Basta guardare le recenti assoluzioni a Pescara: accuse svanite, solo le macerie restano. Cambiano i luoghi, cambiano i nomi, ma il copione è fisso: la certezza dell’accusa fa da colonna sonora, l’assoluzione invece viene insabbiata e dimenticata.
La ricetta non cambia: basta una parola, un racconto gonfiato ed ecco che un altro uomo viene triturato dalla macchina del sospetto. Basta spostarsi a Mirto Crosia: protagonista, un ragazzino accusato nientemeno che di aver costretto una minorenne alla prostituzione e poi di violenza sessuale. Pronti, via: accuse gravissime, processo eterno, gogna pubblica. Ma la sentenza (che vi invito a leggere: qui o qui) lo assolve totalmente: “il fatto non sussiste”. Mentre i veri colpevoli – la madre e il compagno – vengono condannati come si deve. E la storia non migliora ai piani alti: il senatore Silvestro, archiviato per una denuncia di stupro arrivata decisamente fuori tempo e da parte di una “presunta vittima” con una sfilza di episodi fantasma alle spalle. Scarpe diverse, stesso destino: uomini messi al centro del mirino. Una volta innescata la macchina delle accuse, la reputazione dell’uomo crolla. E nessuno, mai, ha il coraggio di scusarsi quando la verità viene a galla. Chi paga davvero per la piaga delle false accuse? Guardatevi intorno: non sempre le domande richiedono una risposta.