Ogni anno l’8 marzo, “festa della donna”, ritorna, e con esso la retorica di una presunta emancipazione femminile. Tuttavia, l’attualità non si manifesta con gesti di pacificazione, ma con un crescendo di vandalismi e violenze che stanno trasformando una festa in uno scenario di intolleranza e fanatismo. In città come Città del Messico, Guadalajara, Hermosillo e Mérida, migliaia di militanti femministe, spesso incappucciate e armate di bombolette di vernice, hanno preso di mira monumenti storici, edifici pubblici e luoghi di culto con graffiti, incendi dolosi e danneggiamenti sistematici. Questa escalation, celebrata da molti come “progresso”, non solo mina la convivenza civile, ma mette in luce una palese disparità nel trattamento giudiziario e mediatico tra generi.
In Messico, le manifestazioni femministe hanno superato ogni limite di tollerabilità: dal fuoco appiccato alle porte delle chiese seicentesche, come a San Luis Potosí, ai danni inflitti ai monumenti nazionali e alle statue di figure storiche. Episodi simili si sono verificati su tutto il territorio, come documentato da numerosi video e testimonianze dal vivo. Sconcertante è il quasi totale disinteresse delle autorità nei confronti di questi comportamenti violenti: nonostante il coinvolgimento di decine di migliaia di persone, solo pochi individui sono stati arrestati e la stampa ufficiale, come dichiarato dal governo, ha minimizzato gli avvenimenti definendo le marce “prevalentemente pacifiche”. Questo atteggiamento complice rischia di legittimare, nel silenzio generale, una cultura ostile che penalizza in particolare la figura maschile, all’estero come in Italia, dove è apparso in più manifestazioni lo slogan “fucilarli tutti per non educarne più nessuno”.
Uomini dimenticati e squilibri ignorati: l’altra faccia della festa della donna
Mentre il dibattito pubblico si concentra ossessivamente sui presunti torti subiti dalle donne, realtà ben più drammatiche ed estese che colpiscono gli uomini rimangono invisibili. In Messico, ad esempio, il tasso di omicidi tra gli uomini è esponenzialmente superiore a quello delle donne, così come la mortalità sul lavoro e la minore aspettativa di vita maschile. Queste disuguaglianze evidenti e strutturali vengono sistematicamente ignorate dall’agenda dei media e delle istituzioni. La narrazione dominante cancella le principali sofferenze maschili, relegando milioni di uomini e ragazzi a cittadini di serie B. Questo silenzio non è casuale, ma figlio diretto di un’ideologia femminista che ha saputo imporsi come pensiero unico, anche a costo di distorcere la realtà.
L’assenza di una reale tutela giuridica e sociale per il mondo maschile apre scenari preoccupanti, in cui la convivenza pacifica si dissolve a favore di una guerra tra sessi alimentata dall’odio di parte. Le proteste della festa della donna, lungi dall’essere un momento di riflessione costruttiva, rappresentano il sintomo di una deriva ideologica che antepone lo scontro alla cooperazione, il vittimismo alla responsabilità condivisa. Occorre promuovere con forza una nuova consapevolezza sociale, che restituisca dignità all’uomo, dia voce alle sue legittime sofferenze e si opponga a ogni forma di privilegio a senso unico. Solo un autentico equilibrio, fondato sul rispetto reciproco, potrà garantire un progresso reale e inclusivo, lontano tanto dai fanatismi quanto dalle sommarie sentenze di colpevolezza che oggi gravano ingiustamente sulla figura maschile.