Se la violenza è maschile, i media calcano sempre la mano: “Servono più centri di rieducazione per uomini violenti.” Questa è la frase che chiude, come un mantra ossessivo, ogni servizio in cui l’uomo è protagonista negativo delle cronache. La narrazione dominante è chiara: esiste un solo carnefice, l’uomo, e una sola vittima, la donna. Ma cosa accade quando i ruoli si ribaltano? La scena cambia repentinamente: la gravità evapora, le ragioni sfumano, il sistema mediatico e giudiziario si affretta a minimizzare e la questione scompare dal dibattito pubblico. Un copione ripetuto con sconcertante regolarità e, soprattutto, con la complicità silenziosa del mainstream.
Guardiamo i fatti. Civitanova Marche: una donna di 28 anni, straniera e senza fissa dimora, già nota alle forze dell’ordine, entra in un bar e minaccia non solo i clienti, ma perfino i carabinieri, promettendo di prenderli a coltellate. Il finale? Una denuncia a piede libero, nessun talk show, nessuna visita istituzionale, nessun grido per decostruire l’inesistente cultura opprimente al femminile. Qualche giorno dopo, storia pressoché identica a Bassano: una 42enne ubriaca, anche lei già nota alle forze dell’ordine, si scaglia contro i carabinieri tra insulti, schiaffi e sputi. L’epilogo è il medesimo: denuncia a piede libero, nessun approfondimento o giustificazione socioculturale, nessuna analisi sulle cause della violenza femminile, la mano dei giornalisti resta sospesa sul foglio bianco.

La mano leggera dei media sulle violenze femminili
A Trieste si ripete lo stesso schema: una donna – straniera, senza fissa dimora, con problemi psichiatrici – minaccia i passanti in piazza Garibaldi, coltello in mano. La soluzione? Accompagnamento in Questura e via, senza nessuna eco mediatica, senza domande sulla matrice culturale della violenza femminile. Questa minimizzazione sistematica non è l’eccezione ma la regola: anche di fronte ad aggressioni gravi, il messaggio mediatico oscilla tra la farsa e la rimozione, ignorando la serialità e la pericolosità dei gesti. Nessuno si domanda se servano centri di rieducazione per donne violente – qui il mainstream tace, omertoso.
Il punto di rottura si tocca con casi ancora più gravi, dove la violenza non è più solo minaccia verbale o escandescenza, ma vera e propria aggressione fisica con intento omicida. A Latina, una donna ospite in casa di un uomo da un mese impugna un coltello e tenta di ucciderlo: per salvarsi la vita, lui si barrica in una stanza. La narrazione? Si parla di una “lite degenerata in pochi minuti”, come se una furia omicida fosse una semplice scaramuccia. La donna, per tentare di completare l’assalto, sradica una grata e rientra dalla finestra, proseguendo l’aggressione con colpi in faccia e coltellate. Ma la stampa usa la solita mano di velluto: si parla di “tempestività delle forze dell’ordine” ma la realtà è che l’uomo ha dovuto difendersi da solo. Qui la narrazione crolla definitivamente: con la donna aggressore, ogni rigore si trasforma in carezza, ogni dubbio in attenuante, ogni ferocia in banale discordia. Se i ruoli fossero stati invertiti? Titoli a caratteri cubitali, mobilitazioni istituzionali, indignazione a reti unificate. Ma se a colpire è una donna, la violenza diventa trasparente, marginale, quasi un dettaglio tra le pieghe di una realtà che non si vuol raccontare.