In un’Italia dove il grande mito della “debolezza femminile” è recitato all’unanimità come un mantra intoccabile, la realtà è tutta un’altra musica. Le notizie che i media rimuovono con chirurgica precisione o relegano a trafiletti in testate locali raccontano invece scenari che dovrebbero ribaltare ogni rassicurante stereotipo. Basta scorrere le cronache della settimana scorsa – non sulle copertine patinate, ma tra le righe che nessuno vuole leggere – per rendersi conto del meccanismo sistematico di rimozione culturale e minimizzazione di qualsiasi atto violento compiuto da una donna contro un uomo. E così il solo colore del sangue basta a cambiare il tono del dibattito, persino l’esito giudiziario. Prendiamo il caso di Cagliari: ragazzo colpito in petto con una coltellata, dopo aver ricevuto un piatto in testa. La spiegazione è immediata e scontata: legittima difesa. Dove sono i soliti esperti a spiegare l’evidente sproporzione, la reale “paura per la vita”, il confine tra difesa e aggressione? Intanto, nel silenzio generale, a rimetterci è anche il nonno col femore rotto, sullo sfondo di una violenza che non fa notizia solo perché la protagonista tiene il coltello con una mano smaltata.
Non sono casi isolati né errori statistici, anzi. Cronache come quella di Rolando D’Ulizia a Modena, riverso senza vita sulle scale dopo essere stato ucciso a coltellate dalla compagna Giorgia De Martino, vengono immediatamente derubricate a tragedia privata. Nessun corteo, nessuna grande attrice in lacrime, nessun gesto di solidarietà mediatica. I titoli? Sussurrano che “lei era una donna pericolosa”, ma la narrazione collettiva si inceppa subito: silenzio, sguardi bassi, nessuno grida all’emergenza. Ancora peggio quando la brutalità raggiunge l’eccesso: basta pensare a Ciro Rapuano, ucciso nel sonno dalla moglie con 189 coltellate. Se il carnefice fosse stato un uomo, l’aggettivo “brutale” campeggerebbe ovunque. Invece, in questi casi, prevale la suggestione dell’attenuante psicologica, indagando più il contesto della relazione che la violenza effettiva. Niente “femminicidio al contrario”: la parola sparisce, come se chiamare le cose col loro nome fosse reato.

Il grande doppio standard: colpe minime, pene ridotte, e sempre la stessa giustificazione
E mentre la realtà degli uomini aggrediti dal cosiddetto gentil sesso non ispira né campagne di sensibilizzazione né slogan, lo spettacolo si ripete con variazioni locali. Una donna che occupa l’appartamento dell’ex e aggredisce i carabinieri a Oschiri, si becca un semplice divieto di avvicinamento. Curioso notare come la stessa misura venga usata contro chi, ad esempio, sfregia con l’acido (vedasi il caso di Pomezia), purché il reo sia un uomo. Scendendo a Rieti, una donna sorpresa ancora una volta ad introdursi in casa dell’uomo che la respingeva, viola reiteratamente i divieti d’avvicinamento, ma la narrazione resta quella della “rieducazione al maschile”. Stesso copione in Sicilia: un imprenditore tormentato dalla ex fra minacce, stalking e profili falsi, ma il processo si chiude con un patteggiamento leggero: un anno e quattro mesi, e un grande sorriso di comprensione. E che dire del caso di Benevento: pure lì serve arrivare agli arresti domiciliari dopo infiniti divieti di avvicinamento colpevolmente ignorati. Il sistema premia la recidiva e solo la pazienza maschile, mai riconosciuta, salva la faccia delle istituzioni.
Il quadro raggiunge il grottesco guardando episodi ancora più chiari. Da Rimini, dove una donna viene arrestata due volte in un giorno per resistenza, lesioni e rapina, ma va subito libera: solo divieto di dimora, cioè problema spostato altrove. Immaginate se il protagonista fosse stato un uomo… Prima pagina su ogni telegiornale. E poi c’è il caso scomodissimo della violenza omissiva: a Reggio Emilia un uomo malato e non autosufficiente muore abbandonato dalla moglie, lasciato nella sporcizia e senza assistenza. Imputazione per maltrattamenti, non omicidio: se fosse accaduto a sessi invertiti, la condanna (anche mediatica) sarebbe stata ben altra. Due pesi, due misure finché la vittima è uomo. Questo è il grande nodo: nessuna risonanza mediatica, nessuno slogan, nessuna campagna. Basta leggere i fatti, senza filtri: in questo sistema la violenza è sempre catalogata e giudicata in base al sesso di chi la subisce—e quando l’uomo è la vittima, tutto si riduce a una nota a piè di pagina. La realtà supera la narrazione, ma solo se si ha il coraggio di guardarla davvero.