Tomás de Torquemada (1420-1498) è stato un religioso spagnolo, l’inquisitore più tristemente celebre ed emblematico, per la brutale persecuzione degli ebrei e degli eretici. Primo Inquisitore Generale di Castiglia e Aragona, l’influenza del domenicano fu fondamentale affinché i Re Cattolici approvassero l’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492. Proveniva da un’influente famiglia di ebrei stabilitasi in Castiglia da secoli, che aveva deciso di convertirsi al Cristianesimo due generazioni prima. Anche diversi dei suoi collaboratori più fanatici nel Santo Uffizio avevano origini ebraiche ed erano conversi (convertiti al cristianesimo da un’altra fede), come nel caso di Alonso de Espina e Alonso de Cartagena. Ci furono altri, prima e dopo, come, ad esempio, Pablo de Santa María (prima Selemoh ha-Leví), teologo e vescovo, fervente nemico del giudaismo. Si parla, in questi casi, di “zelo esasperato del convertito”. L’antisemitismo militante di questi conversi era dovuto al loro desiderio di distinguersi dai falsi cristiani attraverso la severa denuncia dei loro errori. Questo comportamento di zelo eccessivo potrebbe essere spiegato dal loro netto rifiuto identitario, quindi dal loro conflitto di identità personale. Spiegazione psicologica che potrebbe chiarire, in parte, anche l’esistenza e il comportamento, per quanto paradossale, di uomini femministi o di ebrei nazisti.
Il femminismo è l’ideologia che sostiene l’oppressione e la discriminazione storica e attuale delle donne per mano degli uomini in un sistema denominato patriarcato. La dottrina femminista quindi predetermina la colpa dell’uomo: l’uomo è il colpevole, l’oppressore, il prevaricatore, il violento e così via. Perché gli uomini dovrebbero aderire ad una ideologia che predetermina la loro colpa? Inoltre, è stato già fatto notare in un intervento precedente come l’attribuzione di un significato determina non solo ciò che una cosa è, porta a escludere ciò che quella cosa non è. Dunque, il femminismo non è l’ideologia che sostiene l’oppressione e la discriminazione storica e attuale degli uomini, il femminismo non concede alcuna cittadinanza ai problemi maschili, non li riconosce né li può riconoscere, perché andrebbero in contraddizione con la stessa dottrina femminista. Il movimento per l’emancipazione delle donne e la lotta per la liberazione dall’oppressione sessuale maschile – non contro le malattie, o la povertà, o le guerre, ecc., ma contro l’oppressione maschile! –, non si preoccupa della povertà, ma della povertà delle donne; non combatte la violenza, ma la violenza sulle donne; non si occupa degli infortuni lavorativi mortali, ma degli infortuni lavorativi mortali delle donne; non si interessa dei suicidi, ma dei suicidi delle donne, e così via. Quando si afferma beffardamente che “il femminismo fa bene anche agli uomini” sarebbe conveniente elencare nel contempo tutte le manifestazioni che il movimento femminista ha organizzato negli ultimi due secoli a favore di una qualsiasi problematica maschile. Secondo la dottrina femminista «tutti i maschi ricevono benefici economici, psicologici e sessuali nell’ambito del sistema patriarcale» (tratto dalla Guida per la formazione tecnica e politica per le donne, Comune di Torino, Formación y capacitación política para mujeres electas, URB-AL Red n12 “Mujer y Ciudad”, Finanziato dalla Comunità Europea, 2006, p. 93). In altre parole: nessun maschio subisce danni economici, psicologici e sessuali nell’ambito del sistema patriarcale.

La sterilità umana femminista.
A proposito dell’8 marzo, in questo articolo della CNN viene spiegato «perché abbiamo bisogno di una Giornata Internazionale della Donna e non di una Giornata Internazionale dell’Uomo». Ci si chiede: «Quali diritti vengono sottratti agli uomini per il fatto di essere uomini? Nessuno. Può darsi che gli uomini poveri perdano diritti per il fatto di essere poveri, che gli uomini con disabilità li perdano (a causa di tali disabilità), ma nessuno perde diritti per il semplice fatto di essere un uomo. Quindi non c’è alcuna rivendicazione che sia necessario fare». «La rivendicazione della Giornata dell’Uomo proviene principalmente da “gruppi di uomini che sono sempre stati al centro: uomini eterosessuali, cisgender, bianchi, con una certa disponibilità di risorse economiche e materiali, che sentono che la loro autorità o centralità nel mondo moderno è messa fortemente in discussione”». In altre parole: «Coloro che si sentono discriminati dal femminismo sono quelli che hanno sempre avuto i privilegi». Lo stesso articolo, che nega la cittadinanza ai problemi maschili e rifiuta di promuovere una Giornata Internazionale dell’Uomo, come quella esistente della Donna, ricorda che «il femminismo lotta per l’uguaglianza», chi può essere moralmente contro? Ennesima dimostrazione del perverso uso che il femminismo fa della logica, dove ogni vanto femminista della lotta per l’uguaglianza è smentito dal rifiuto all’uguaglianza per gli uomini: le femministe si sono opposte all’affidamento paritario dei figli, all’assegno di mantenimento paritario, all’età pensionistica paritaria, alla creazione di centri per vittime maschili di violenza domestica come quelli che esistono per le donne, alla creazione della Giornata Internazionale dell’Uomo, e così all’infinito.
Spiega il filosofo Karl Jaspers, riflettendo sul nazismo, che di fronte al dolore altrui ci sono quattro categorie di colpa: giuridica, politica, morale, metafisica. Secondo Jaspers l’ultima, la colpa metafisica, si fonda sulla compassione e sulla solidarietà che ci unisce ai nostri simili. Ci sentiamo corresponsabili per le ingiustizie che subiscono gli altri. Questa colpa però non risulta se gli altri, che subiscono dolore, non sono ritenuti i nostri simili. I nazisti non ritenevano simili gli ebrei, e questo spiega perché erano completamente indifferenti verso la sofferenza e le ingiustizie che subivano gli ebrei. Parimenti le femministe sono completamente indifferenti verso la sofferenza e le ingiustizie che subiscono gli uomini perché non li ritengono i loro simili, ma i loro nemici. Evidentemente l’oppressore per definizione non può essere che un nemico. La dottrina femminista è caratterizzata dalla colpevolizzazione e demonizzazione del nemico, dell’uomo, coperto spesso dalle peggiori infamie. Così, il femminismo stabilisce una gerarchia morale dove i colpevoli, in quanto colpevoli, non sono legittimati a parlare né a lamentarsi. Il nemico ha programmaticamente torto, moralmente condannato al silenzio, quando parla lo fa soltanto in maniera strumentale, per nascondere le proprie colpe. Perché gli uomini dovrebbero aderire ad una ideologia che nega loro la cittadinanza dei loro problemi e il valore della loro sofferenza?

Togliamo anche i benefici del “patriarcato”?
La supremazia morale che si arroga il femminismo ha abbattuto gli argini della contenzione, l’universo maschile è spesso denigrato o trattato con sufficienza, sul mondo maschile viene sollevata qualsiasi tipo di accusa, anche la più ingiusta, sprezzante o illogica. Ad esempio, il hasthag #NotAllMen (Non tutti gli uomini), che è stato spesso trending topic in rete, è «un esempio di reazione del maschilismo quando questo si sente offeso dalle denunce femministe». Il giornale intitola: «#NotAllMen: come l’ondata reazionaria maschilista può trasformarsi in un meme femminista»: «Not all men, but always a men (”Non tutti gli uomini, ma sempre un uomo”)». Ora, non credo che valga la pena di insistere sull’evidente violenza verbale insita in queste sentenze che propagano e promuovono indisturbati i media più importanti dei paesi occidentali. A nessuno viene in mente di proclamare asserzioni simili contro i musulmani per gli attentati terroristici, o contro gli immigranti per gli stupri, o contro le madri per gli infanticidi, e così via. Insistere sull’idea che “tutti gli uomini sono violenti e stupratori potenziali”, come fa il femminismo, rispecchia la stessa mancanza di analisi, lo stesso disprezzo e volontà di offendere di sostenere che “tutte le donne sono delle donne delle pulizie oppure delle prostitute potenziali”, perché così lo confermerebbero le statistiche. Sono asserzioni insensibili, chissà se penalmente condannabili, oltre che false: come vivono, secondo voi, con questa costante propaganda le vittime della violenza femminile, vittime che hanno subito la stessa e identica violenza soltanto che ahimè esercitata da donne? Queste vittime, che devono sopportare quotidianamente questa falsa propaganda dalla politica e dai media, non subiscono in questo modo una seconda e ulteriore violenza, oltre a quella fisica subita in precedenza?
Tutto il giudizio femminista è contaminato da questa avversione verso il maschile. Ad esempio, secondo la dottrina femminista il mondo è il risultato di un sistema storico oppressivo denominato Patriarcato, dove l’universo femminile, soggiogato, ha dovuto subire passivamente la costruzione del mondo: è forse in questo mondo tutto violenza, inquinamento, oppressione e sofferenza? C’è del buono nel mondo? La lavatrice, la cucina, il frigorifero, il bagno, la rete fognaria, l’acqua corrente, la luce, la televisione, il computer, l’impianto stereo, i trattori che arano i campi, le mietitrebbie che raccolgono il grano, le strade su cui circoliamo, i telefoni con cui comunichiamo, le medicine che ci curano, le sale operatorie, la pillola che evita gravidanze indesiderate, gli ospedali, le macchine tessili, gli spazi per il tempo libero, i parchi, le case e gli edifici in cui abitiamo, i progressi scientifici e tecnologici, la democrazia e i diritti umani, le grandi opere d’arte e un milione di altre cose sono, per lo più, opera dell’uomo. Mostrano le femministe qualche minima prova di gratitudine per tutti questi doni? Se il Patriarcato è da abolire, non sarebbe coerente da parte delle femministe fare a meno anche della lavatrice, le medicine e il frigorifero? Se tutto questo è positivo e le donne, comprese le femministe, ne traggono beneficio, cosa impedisce alle femministe di riconoscerlo apertamente? Nel giudizio femminista del mondo non c’è alcuna parola di riconoscimento o di gratitudine verso l’universo maschile, soltanto di condanna.
Il danno del collaborazionismo.
La crescente criminalizzazione dell’uomo ha come corollario nel mondo occidentale un aumento esponenziale di uomini che si “risvegliano”. In Spagna quasi la metà degli uomini ritiene che si stia verificando una discriminazione nei loro confronti perché le politiche femministe sono andate troppo oltre. Il 44,1% degli uomini intervistati afferma che «si è arrivati così lontano nella promozione femminista dell’uguaglianza che ora si stanno discriminando gli uomini». Persino i maschipentiti devono sopportare l’umiliazione dalle femministe. Florence Thomas, il volto più noto del femminismo in Colombia, afferma: «Nessun uomo può essere femminista, ma può essere solidale». Nessun uomo, nemmeno l’uomo collaborazionista, sfugge allo sdegno femminista. Perché gli uomini dovrebbero aderire ad una ideologia che tratta loro con arroganza e disprezzo e non riconosce mai i loro pregi? Sorprendentemente è ciò che succede. L’ideologia femminista è riuscita a diffondersi e a prevalere nel mondo non solo grazie all’adesione della maggior parte dell’universo femminile, ma anche all’adesione o all’indifferenza della maggior parte dell’universo maschile. Malgrado la predeterminazione della colpa maschile, l’indifferenza e il disprezzo verso le sofferenze maschili e l’arroganza morale con la quale vengono trattati gli uomini, non sono mai mancati tra le file femministe cospicue schiere di Tomás de Toquemada, solidali e autoflagellanti nel contempo, assieme a innumerevoli altri indifferenti. Ci vorrebbe un serio studio sociologico e antropologico per capire il motivo dell’indifferenza maschile o, peggio ancora, dell’adesione di tanti uomini a tesi che sono esplicitamente misandriche e antimaschili. E così, mentre noi uomini ci avviamo passo dopo passo verso l’orlo del precipizio antimaschile, molti di loro applaudono con fervore e brindano al trionfo della nuova era femminista e paritaria.