Negli ultimi anni, il fenomeno della cosiddetta parità di genere ha assunto connotati sempre più inquietanti: non stiamo assistendo a un vero equilibrio tra uomini e donne, ma piuttosto a una sistematica priorità data al femminile in ambito politico, istituzionale e sociale, che rischia di trasformarsi in una vera e propria supremazia. La situazione si evidenzia in modo eclatante all’interno delle agenzie dell’ONU, dichiaratamente fiere di aver raggiunto la “parità di genere” nei ruoli di vertice, come affermato pubblicamente dal Segretario Generale Antonio Guterres. Ma dietro questa facciata di giustizia apparente, si celano politiche rigide e discriminatorie, pensate esclusivamente per favorire le donne, spesso a discapito dei diritti maschili.
Il termine “prioritizzazione”, ormai onnipresente nei comunicati delle grandi istituzioni internazionali, non è altro che un codice per indicare una corsia preferenziale riservata a una sola parte della popolazione. Le recenti emergenze umanitarie, come il terremoto in Afghanistan o l’uragano Melissa, hanno visto le Nazioni Unite emettere direttive chiare: “assicurarsi che donne e ragazze siano prioritarie”. Linee guida, toolkit e report ribadiscono la necessità di mettere costantemente in primo piano i bisogni femminili nella pianificazione nazionale, nei contesti di crisi, nelle strategie per la governance climatica e addirittura nello sviluppo dei sistemi digitali.

Una “parità” che penalizza l’identità e i diritti degli uomini
Questo clima di “supremazia femminile” è alimentato da decenni di politiche dove l’ideologia femminista ha rinforzato stereotipi negativi sugli uomini, spesso dipingendoli esclusivamente come oppressori, marginalizzando le loro istanze e bisogni individuali. L’effetto di queste strategie si estende ben oltre le dichiarazioni dei vertici ONU, radicandosi nelle azioni di agenzie come UN Women che reclama la costante priorità per donne e ragazze anche nelle crisi più drammatiche, spesso senza che vi sia alcun dato oggettivo a sostenere tali privilegi. Questo approccio non tiene conto della realtà maschile e della sofferenza degli uomini che, esclusi sistematicamente dalle politiche di assistenza, sono vittime dimenticate di un sistema ormai sbilanciato, alla faccia dell’asserita parità.
La reazione a questa deriva, inizia fortunatamente a prendere piede: alcuni governi e figure istituzionali, come gli Stati Uniti e lo Stato di Israele, hanno iniziato a mettere in discussione la legittimità di questi organi e delle loro scelte discriminatorie, scegliendo di recedere dalla partecipazione ad agenzie che promuovono il pregiudizio di genere. Una posizione analoga è stata promossa anche dalla Chiesa cattolica, che ha chiesto il ritorno a una visione della famiglia e dell’essere umano che superi l’ossessione ideologica per le “quote rosa” e favorisca davvero la cooperazione e la parità. È giunto il momento di denunciare con forza queste anomalie, chiedendo alle istituzioni internazionali di fermare la persecuzione silenziosa dell’identità maschile e promuovere una reale equità nei rapporti tra i sessi. Gli uomini hanno diritto a una tutela autentica, a voce e ascolto, senza più subire la discriminazione camuffata da giustizia di cui la nuova supremazia femminile è espressione. Occorre superare la logica dei privilegi unilaterali e aprire il dibattito pubblico a una visione autenticamente inclusiva, familiare e solidale anche verso il maschile. Solo così sarà possibile promuovere un futuro equilibrato, di rispetto reciproco e opportunità condivise tra uomini e donne.