Schiaffi e umiliazioni, strattoni e botte in testa: la narrazione zuccherosa sulle educatrici – per non parlare delle madri – si scontra per l’ennesima volta con la realtà dei fatti. In una scuola d’infanzia, i carabinieri si sono trovati a documentare “numerosi episodi di violenza fisica, come strattonare con forza i minori per le braccia, sollevarli, colpirli con schiaffi alla testa, alla nuca, al volto, alle braccia e alle gambe”. Ma, come sempre, la macchina della giustizia – quella stessa giustizia che, quando c’è di mezzo un uomo, parla volentieri di “orchi” e “mostri” – si è limitata a una soluzione decisamente soft: la sospensione dal servizio. Viene quasi da sorridere, se non ci fosse da piangere. Forse alla maestra sarebbe bastato il classico esercizio del “scriva cento volte sulla lavagna: non lo faccio più”, così, giusto per mantenere quella patina d’infantilismo che tanto piace, almeno quando la carnefice porta la gonna.
Ma questa non è affatto un’eccezione isolata. Non passa settimana senza che la cronaca giudiziaria non riporti casi simili: ancora maestre condannate, ancora bambini trattati come sacchi da boxe e prove raccolte grazie alle telecamere nascoste (ancora incredibilmente non obbligatorie per legge). Ma la domanda che nessuno sembra voler porsi – forse per non incrinare il mito della donna sempre e solo vittima – è perché la “prova regina” debba arrivare dalle telecamere segrete, installate come trappole negli angoli delle aule come se ci si aspettasse, sì, il peggio. Forse perché il peggio accade spesso, solo che quando la carnefice ha il volto femminile, si preferisce abbassare il sipario e rinviare la discussione, scivolando su una sospensione cautelare e poco più.

Le “educatrici” e le maniere forti
Sempre il solito copione, insomma. Di fronte a uomini coinvolti in episodi analoghi, la reazione pubblica – e quella degli organi di stampa – non lesina vocaboli: orchi, mostri, manette sventolate come soluzione finale per ogni male. Il teatro della “giustizia” si mostra inflessibile, lo stigma sociale è totale e il processo mediatico non si ferma nemmeno davanti al dubbio. Se invece il protagonista negativo è una donna, la narrativa improvvisamente si fa zuccherosa: le responsabilità si alleggeriscono, i termini si addolciscono, la pena diventa vista più come “rieducazione” che come punizione. Ed ecco che le stesse storie vengono ribaltate: le educatrici perdono la pazienza per “eccesso di stress”, la madre agisce “per troppo amore”, la nonna si lascia andare a “uno scatto d’ira”.
Eppure, se si osservano i casi uno dopo l’altro, emerge un pattern inquietante ma sempre ignorato: la violenza femminile su minori viene minimizzata, ingentilita, derubricata a “gesto eccessivo” o “fatica della professione”. Si segnalano persino genitori ai servizi sociali se osano accusare delle educatrici, mentre i piccoli vittime diventano ombre senza voce nel teatrino del “non è niente”. Forse, semplicemente, certi volti «non possono» essere quelli del carnefice. O, più probabilmente, vale ancora la regola non scritta: la violenza, nella narrazione corrente, resta sempre e solo una faccenda d’uomini. E così, il doppio standard imposto dalla società e alimentato da decenni di propaganda femminista – quella stessa propaganda che si spaccia per paladina dell’equità – continua a rendere invisibili le vittime solo perché chi agisce il male indossa una gonna anziché un paio di pantaloni.