Se ancora oggi qualcuno crede alla favoletta della violenza come caratteristica solo maschile, basterebbe un attimo di realtà per cambiare idea. Nel racconto dominante, la donna resta la vittima per antonomasia, incapace di commettere violenze volontariamente. Ma la cronaca, quella che ogni giorno viene sottostimata dal mainstream, racconta ben altro. A Taranto, una donna è stata rinviata a giudizio per stalking e tentato omicidio contro l’ex amante, dopo averlo travolto con l’auto. La vittima si salva grazie a un paletto, e la signora non mostra alcun rimorso: “Come mai non ti ho ammazzato? Come mai non sei morto?”. Se fossero parole pronunciate da un uomo, l’Italia intera ne parlerebbe per settimane. Qui, invece, tutto passa sotto silenzio: la narrazione resta quella della donna “fragile”, mentre la violenza maschile monopolizza titoli e dibattiti.
Non si tratta di casi isolati, come qualcuno si ostina a sostenere. L’elenco di episodi ignorati cresce ogni settimana. A Pordenone, una madre minaccia il preside con un eloquente “Ti riempio la testa di proiettili” perché infastidita da una segnalazione sulle marachelle del figlio. I ruoli sociali vengono ribaltati: la fiaba della madre modello lascia il posto a una realtà di adulti violenti e impuniti. E ancora, a Udine una donna armata di ascia semina il panico in pieno centro, costringendo la polizia a intervenire in forze. Nel racconto ufficiale, però, non trattandosi di violenza maschile, si preferisce parlare di “agitazione psichiatrica”, trasfigurando l’aggressione in disturbo momentaneo, episodio clinico da dimenticare alla svelta.

La vittima maschile conta meno
Il repertorio degli episodi minimizzati dalle istituzioni e dai media si arricchisce di casi sempre più inquietanti. Sempre a Taranto, la cronaca tiene a specificare che la “presunta vittima” di una coltellata alla schiena – uomo, ovviamente – collabora con gli inquirenti, come se l’attenzione debba concentrarsi sulle sue parole e non sul gesto violento subito. La parola “presunta”, così generosamente concessa quando la vittima è maschile, fotografa perfettamente il doppio standard mediatico. Poi, a Napoli, si arriva all’assurdo: una 22enne stanca di aspettare al pronto soccorso spacca il volto a un infermiere. Dieci giorni di prognosi per lui e una denuncia per lei. Tutto qui. Si liquida l’episodio come sfogo dettato dall’esasperazione, ben lontano dalle reazioni isteriche che seguirebbero a ruoli invertiti. Se fosse stato un uomo a colpire una donna il caso sarebbe diventato subito “questione nazionale”, invece resta relegata a qualche notiziola di fondo.
Ma chi pensa che si tratti solo di scatti occasionali, dovrebbe volgere lo sguardo ad episodi ben peggiori, completamente avvolti dalla pruderie semantica dei media. In Sicilia, una 59enne decide che un litigio domestico si risolve aggredendo il convivente con una lama: lui finisce accoltellato, ma la notizia viene depotenziata come “maltrattamenti in famiglia”, quasi fosse una banale lite anziché tentato omicidio. L’arresto della responsabile non serve a interpellare l’opinione pubblica perché l’aggressore non corrisponde al cliché di narrazione. E c’è chi va oltre la fantasia del peggior sceneggiato: a Messina, un avvocato viene aggredito con l’acido dalla sua cliente insoddisfatta. La domanda resta: perché manca ogni eco nazionale, ogni dibattito, ogni riflessione sulla responsabilità? Ogni volta che la violenza è al femminile, si riduce tutto a devianza passeggera o crisi emotiva. E la vittima maschile, ancora una volta, resta invisibile. Quante ferite silenziate serviranno ancora prima di rompere il muro dell’indifferenza e guardare la realtà per quella che è?