Nel dibattito globale sui diritti di uomini e donne si staglia un’enorme contraddizione che continua a essere ignorata proprio da quelle istituzioni che dichiarano di difendere la giustizia e l’uguaglianza: la tragica invisibilità delle vittime maschili di violenza. Un’analisi delle recenti rivolte in Iran ha dimostrato che tra tutte le vittime si conta un impressionante 90–97% di uomini e ragazzi, ma i report mediatici e delle principali organizzazioni per i diritti umani hanno dato risalto soltanto alle vittime di sesso femminile. Questo meccanismo selettivo nella narrazione internazionale non si limita a casi isolati, ma si ripete sistematicamente: secondo dati delle Nazioni Unite, il 81% degli omicidi nel mondo coinvolge uomini, eppure queste cifre raramente determinano programmi specifici di prevenzione o supporto dedicati.
Durante i conflitti gli uomini pagano il prezzo più alto, come dimostrano i dati che parlano di percentuali tra il 78% e il 90% di vittime civili maschili nei teatri di guerra più recenti. Nell’attuale conflitto in Ucraina, ad esempio, si stima che fino al 94% dei morti siano uomini. Nonostante questi numeri drammatici, i quadri normativi internazionali – come quelli della cosiddetta agenda Women, Peace and Security delle Nazioni Unite – continuano a ignorare sistematicamente il dramma maschile, relegandolo a note a margine, se non proprio a semplici categorie generiche come “giovani” o “civili”. In questo modo la sofferenza maschile viene celata dietro definizioni impersonali che impediscono la creazione di strategie mirate.
L’emergere di una consapevolezza: occuparsi degli uomini è un’urgenza di giustizia
Il vero paradosso sta nella struttura di finanziamenti e programmi: mentre vengono stanziate centinaia di milioni di euro e dollari per iniziative come Safe Cities, Spotlight Initiative e altre azioni focalizzate esclusivamente sulla violenza contro le donne, non esistono finanziamenti comparabili volti a supportare gli uomini. Così si rafforza un modello di intervento che, pur dichiarando la parità, vede sempre gli uomini e i ragazzi come strumenti per tutelare altri gruppi, mai come diretti beneficiari di protezione. Si tratta di una distorsione cresciuta sotto la spinta di un’ideologia che ha smesso da tempo di occuparsi di equità per favorire la creazione di disparità sistematiche.
Se si vuole davvero costruire una società più giusta, è necessario smascherare e correggere queste evidenti anomalie. La negazione del dolore maschile significa non solo perpetuare un’ingiustizia concreta, ma anche alimentare tensioni e divisioni che minano qualsiasi possibilità di reale collaborazione tra uomini e donne. Oggi serve un cambiamento radicale: è indispensabile che ogni intervento su violenza, salute mentale, diritti civili e sociali riconosca il vero bilancio di chi soffre, promuovendo una cultura che non sacrifichi gli uomini sull’altare dell’indifferenza. Solo ponendo l’uomo e le sue esigenze al centro della riflessione pubblica si potranno realmente promuovere relazioni equilibrate, responsabili e pacifiche tra i sessi, superando le logiche punitive e divisive dell’ideologia femminista dominante. La battaglia per i diritti degli uomini non è una minaccia per nessuno, ma la chiave per una società finalmente libera dall’ingiustizia e aperta a una reale rinascita dei rapporti umani.