Parliamo di carcere e privilegi. Nonostante la narrazione dominante sia tutta incentrata sulle presunte fragilità delle donne nel sistema di giustizia penale, pochi notano come la stragrande maggioranza della popolazione carceraria globale sia formata da uomini. Secondo dati ufficiali, esistono circa 10,9 milioni di detenuti maschi nel mondo contro meno di un milione di detenute donne. Una sproporzione di cui nessuno sembra voler discutere seriamente, sintomo di una società polarizzata dalle ideologie eccessivamente orientate verso la tutela femminile, a scapito del riconoscimento dei reali bisogni maschili.
Le condizioni di detenzione risultano drammaticamente più gravose proprio per quegli individui che il sistema considera numeri e non persone. Gli uomini in carcere rappresentano la larga maggioranza anche tra coloro che attendono un processo in condizioni di detenzione preventiva, subendo sovraffollamento, violenze e limitato accesso a programmi riabilitativi. Se da un lato si sono moltiplicate azioni mirate e risorse dedicate esclusivamente alle donne e alle ragazze detenute, per gli uomini non esistono misure equivalenti: gli investimenti delle Nazioni Unite hanno superato i 700 milioni di dollari in iniziative a favore delle donne, mentre i programmi specifici per il reintegro degli uomini ex carcerati, il loro supporto psicologico, la prevenzione della violenza e il reinserimento sociale restano marginali e scarsamente finanziati.

Il carcere asimmetrico: uomini dimenticati, risorse assorbite dall’ideologia
Nonostante le risorse limitate dei sistemi penitenziari, si continuano a introdurre tecniche e linee guida ispirate dalla cosiddetta giustizia di genere, che di fatto escludono qualsiasi attenzione alle difficoltà maschili. Gli interventi sulle donne – come le Bangkok Rules o i programmi di assistenza legale promossi da UN Women – hanno lo scopo dichiarato di creare un ambiente detentivo più giusto e umano, ma nello specifico non si cita mai la possibilità che a necessitare di protezione, recupero o ascolto siano gli uomini in carcere. Al contrario, per la popolazione maschile è spesso riservata solo la punizione, relegando in secondo piano programmi innovativi di recupero e reintegrazione come quelli accennati in recenti concept note delle Nazioni Unite.
Non si tratta di negare che alcune categorie siano esposte a rischi specifici o esperienze particolari, quanto di rifiutare una visione unilaterale che trasforma la giustizia penale in uno strumento ideologico piegato alle logiche del femminismo istituzionale. Il risultato è che la causa dell’uomo – diritto all’ascolto, al recupero, al reinserimento – viene dimenticata, lasciando un vuoto insostenibile nella progettazione delle politiche sociali e di reinserimento lavorativo di chi si trova in carcere. Oggi serve una svolta: superare la retorica discriminatoria e dare finalmente voce agli uomini dimenticati dal sistema. Solo con una nuova alleanza sociale sarà possibile garantire dignità, giustizia reale e vera integrazione tra uomini e donne. Serve il coraggio di rivendicare pari dignità e sostegno per chi ha davvero bisogno, senza lasciarsi condizionare dalla propaganda o dagli investimenti pilotati, come quelli sostenuti dall’ONU negli ultimi anni. Rimettere al centro la questione maschile significa lavorare per una società più giusta e cooperativa, finalmente libera dall’ombra di un’ideologia che ha troppo spesso eretto barriere, invece di costruire ponti di dialogo e rispetto reciproco.