Bloccare la narrazione a senso unico che minimizza la violenza femminile è impossibile, almeno a giudicare dai fatti. Per il mainstream, l’aggressività da “Pecos Bill in gonnella” risulta sistematicamente invisibile. Basta però gettare uno sguardo nelle pieghe della cronaca per imbattersi nell’ennesima “anziana innocua” trasformata in persecutrice seriale: 88 anni, processata per stalking, con repertorio completo, dai liquidi lanciati al grido “il primo che entra gli sparo in testa”. Tutto documentato e nessuno che si scandalizzi. D’altronde, quale pericolo potrebbe rappresentare una donna tanto avanti con l’età? I vicini l’hanno imparato sulla propria pelle, tra insulti, avanzi di cibo volanti e la minaccia costante di ritorsioni fisiche. Ma guai a inimicarsi la nonna: la narrazione vuole che, al massimo, possa recare disturbo col televisore a palla di notte. Eppure lo schema si ripete anche quando l’età scende e la violenza sale. Come nel caso della sorellina modello, appena quindicenne, che dopo una (legittima) critica dal fratello ventunenne sulle sue amicizie si trasforma in protagonista di un tentato omicidio a colpi di forbici alla gola. L’epilogo? Una denuncia per lesioni aggravate mentre il ragazzo lotta tra la vita e la morte (se sopravvive, sarà un “caso isolato”; se muore, si cambierà imputazione). Ma i titoli restano “minorenne con problemi”, con la solita pietà pelosa. Chi si chiede davvero quanti uomini subiscano atti violenti da parenti femmine senza che alla società interessi minimamente?
Non serve scavare troppo nella cronaca per trovare altre “eccezioni” ignorate: la fantasia criminale non ha né età né limiti di genere. Ecco allora un’85enne col vizio dei lanci dal balcone: olio bollente, pietre, pezzi di cemento, escrementi… Il minimo sindacale per rendere la vita dei vicini un inferno, culminando in ammonimenti e interventi delle Forze dell’Ordine documentati persino dagli atti giudiziari. Chissà se a parti invertite – un uomo che terrorizza così una famiglia – avremmo assistito a qualche talk show che minimizza allo stesso modo. Sempre uguale lo schema: la violenza femminile, quando emerge, viene derubricata (“cosa vuoi che faccia una donna?”), giustificata (“sarà stata esasperata”), ridotta a folklore da cronaca di provincia. Gli uomini, le loro famiglie, perfino i vicini: pazienza. L’importante è che la narrazione resti monolitica e senza crepe.
Cronache giudiziarie e la stampa che minimizza: altro che “angeli del focolare”
Se la regia della violenza femminile si annida spesso dove meno te l’aspetti, chi ha ancora il coraggio di parlarne chiaro? Anche questa volta la cronaca smentisce ogni alibi: dalle menzogne erette a sistema per negare paternità biologiche, agli abusi psicologici che conducono un uomo alla disperazione più nera, fino al più classico dei revenge porn, l’arsenale è vario e sottovalutato—quando non negato apertamente. Prendiamo il caso di Milano: sette anni di menzogne, ostracismo materno e falsità istituzionalizzata, in cui un padre naturale viene privato del proprio figlio per un capriccio sentimentale della madre. Sette anni in cui un bambino cresce immerso in un inganno totale, credendo padre un uomo che per lui è solo un nome su un certificato. E, in barba a qualsiasi logica umana, il “lieto fine” celebrato dai media: tutti felici, basta voltare pagina. Nessuno però si chiede: chi paga il prezzo di questo gioco cinico, chi restituisce tempo, legami, identità bruciati sull’altare dell’onnipotenza materna? Guai a proporre il test del DNA obbligatorio: subito parte la levata di scudi per difendere il sistema attuale. I danni, però, non hanno solo la forma delle bugie. Basta scorrere il caso di Paolo Silletti: una madre che fa e disfa la relazione tra padre e figlia come le aggrada, usando l’arma delle false accuse e delle minacce, con la prospettiva di rovinare l’uomo attraverso le storture del Codice Rosso. Un replay stanco nei tribunali: accuse fabbricate bastano a cancellare vite, affetti e diritti in un istante—ma il mainstream minimizza e si ostina a raccontare solo “madri coraggio”. Per non parlare della dose di stalking e diffamazione di soap opera in salsa casertana, dove persecuzioni, ricatti e diffusione di materiale sensibile puniscono un ex amante colpevole solo di voler mettere fine a una relazione. Se l’autore fosse uomo, sarebbe “emergenza”; qui, invariabilmente, tutto finisce in ”fatti privati”. La violenza femminile, sempre archiviata come eccezione. Il danno però riguarda solo uomini e un’opinione pubblica troppo impegnata a guardare altrove.
Il mainstream minimizza le violenze femminili e difende l’immagine della donna come creatura dolcissima e fragile, sempre vittima e mai carnefice. Eppure basta sfogliare le cronache locali per smascherare la distanza tra narrazione e realtà. Prendiamo Paola Pettinà: nulla dell’angelo del focolare. La badante doveva rispondere non solo di omicidio, ma anche di tre tentati omicidi, lesioni aggravate, rapina, autoriciclaggio e addirittura cessione di farmaci a base di benzodiazepine – roba da far impallidire il curriculum di tante anime nere maschili. Il caso clamoroso, riportato qui, vede la signora giudicata colpevole dell’omicidio di una donna, ma anche uomini sono tra le vittime: l’ex fidanzato è stato aggredito e leso gravemente. 28 anni di carcere, una delle pene più severe a una donna in Italia, eppure i titoli dei giornali rimangono in sordina, nascosti da pietà o peggio indifferenza. Questo pattern si ripete: la violenza femminile viene minimizzata o ridotta a “gesto di follia” o “risposta a soprusi”. L’inversione dei ruoli non viene raccontata con la stessa asprezza riservata agli uomini. Come nel caso di Maria Ricci, arrestata per l’omicidio del marito Giancarlo Bernardini: accoltellato con un pugnale da caccia, lasciato morire dissanguato—ma la cronaca si sforza di sottolineare le diverse versioni fornite dalla donna, tra tentativi di depistaggio e la solita scusa dell’incidente domestico (qui). Quando la violenza è esercitata da una donna su un uomo, la cronaca diventa pudica: niente titoli scandalistici, nessuna mobilitazione. Si preferisce archiviare sotto l’etichetta di “eccezione”, quasi infastiditi dalla realtà. Alla fine, l’unico dato reale resta quello delle vittime e dei carnefici – e questa volta i ruoli sono invertiti. Ma su questo, silenzio totale.