Il femminismo negli ultimi anni, ha monopolizzato il dibattito pubblico con narrazioni che presentano il genere femminile come la vittima predefinita di ogni squilibrio sociale, lasciando completamente nel silenzio le oppressioni e le difficoltà vissute dagli uomini. Questo fenomeno, alimentato da un certo tipo di femminismo radicale, suprematista e ideologico, ha generato un sistema profondamente sbilanciato, dove accuse arbitrarie, psicosi di massa e atti di bullismo perpetrati da donne nei confronti di uomini e altre donne stanno diventando la norma, non più l’eccezione. Ignorare questi problemi significa alimentare una cultura vittimista che danneggia chiunque non si allinei alla narrazione dominante.
Lavoro, politica e relazioni quotidiane stanno assistendo a un’espansione del cosiddetto bullismo femminista, un fenomeno che, benché spesso minimizzato o addirittura ignorato dai media mainstream, emerge con forza tra le testimonianze di dipendenti e collaboratori sia in ambienti pubblici che privati. Casi eclatanti che hanno avuto come protagoniste figure femminili di spicco sono stati una miccia per portare alla luce una dinamica inquietante: la tossicità innescata da una forma di potere che strumentalizza le battaglie di genere per giustificare comportamenti distruttivi, sia psicologicamente che professionalmente. Indagini condotte in contesti aziendali hanno rivelato un’incidenza significativa di dinamiche tossiche e comportamenti manipolatori messi in atto da donne nei confronti di colleghe e colleghi uomini, portando a un contesto di mobbing, abbandoni, stress e ambienti di lavoro insostenibili.

La il cuore del problema: il femminismo come nuova forma di psicopatia sociale
Oltre alla dimensione lavorativa, la cultura del femminismo dominante nega o minimizza ogni problematica dove l’uomo appare come parte lesa, fino alla distorsione del concetto stesso di giustizia e umanità. In molti paesi occidentali, si è assistito di recente a una crescente tendenza a limitare i diritti degli imputati alla difesa: emblematico il caso avvenuto in Scozia, dove valutare fatti antecedenti un’accusa di molestia viene visto come un privilegio, non come una garanzia per una giustizia equilibrata. In quell’occasione, è stato dimostrato che l’accusa verteva su un semplice risentimento personale, e la sentenza è stata ribaltata proprio per la mancanza di rigorosi elementi a favore dell’imputato. Siamo di fronte a una vera distorsione dei fondamenti giuridici occidentali che mette a rischio chiunque si trovi nel mirino di false accuse.
L’aspetto forse più inquietante della deriva femminista è la sua tendenza alla psicosi collettiva, con gruppi organizzati che, in nome di un presunto progresso sociale, si abbandonano a manifestazioni isteriche e retoriche antimaschili. Come osservato da analisti e psicologi, questa deriva sfocia spesso in una neuroticità esasperata che avvelena il confronto pubblico e impedisce un reale dialogo costruttivo tra uomini e donne. Invece di promuovere una reale uguaglianza, il nuovo femminismo si configura come una vera e propria macchina accusatoria, incapace di riconoscere situazioni di difficoltà, abusi e violenze che colpiscono anche il genere maschile – a partire da episodi di bullismo tra donne e il rifiuto di riconoscere la portata della violenza nelle coppie lesbiche o perpetrata da donne stesse. Oggi più che mai, urge una presa di coscienza sociale che vada oltre stereotipi e slogan di comodo: occorre promuovere politiche, riforme e una narrazione pubblica finalmente equilibrata e realmente inclusiva del vissuto maschile. Solo recuperando i valori della giustizia, della cooperazione e del rispetto reciproco sarà possibile gettare le basi di una società sana, dove uomini e donne siano realmente liberi di vivere secondo i propri talenti, aspirazioni e desideri, senza la paura di essere vittime di una cultura punitiva travestita da emancipazione.