Benvenuti al grande circo della gogna prêt-à-porter, dove basta “sentirsi” vittima per spedire chiunque direttamente all’inferno giudiziario e mediatico, senza passare dal via. Nel menù delle false accuse, non serve neanche grande fantasia: basta una parola, uno sguardo storto o, perché no, una giornata storta. Non servono prove, basta una percezione, purché sia quella “giusta”. Prendiamo qualche caso esemplare dalla cronaca recente: a La Spezia, un ginecologo viene spedito alla gogna per una presunta violenza sessuale – archiviata dal magistrato “perché il fatto non costituisce reato”. La macchina della diffamazione si era già avviata: opposizione della parte offesa, stampa in fermento, carriera infangata. Tutto per una semplice “percezione” della paziente. Ecco la nuova frontiera del penale: la realtà sostituita dallo stato d’animo del querelante – purché donna, è sottinteso.
Ma il copione si ripete anche tra le mura domestiche. In provincia di Macerata, lei denuncia lui per maltrattamenti, armi sequestrate in dieci minuti, reputazione azzerata altrettanto velocemente. Poi tutto si dissolve come neve al sole: “incomprensione familiare”, recita la sentenza. Niente reato, nessuna persecuzione – se non quella subìta dall’uomo, che resta senza armi per un tempo indefinito. Della calunnia, nemmeno l’ombra: in aula si chiude tutto con un bonario “malinteso”, quasi a voler sdrammatizzare la gogna e la devastazione prodotte da menzogne e falsi allarmi. Nel paese degli automatismi cautelari, la parola d’ordine è correre in soccorso della vittima di giornata, ripulendo solo dopo, a danno finito – ovviamente senza chiedere conto a nessuno delle voragini di sospetto create a tavolino.
Dalla percezione alla condanna sociale: il prezzo della gogna preventiva
Nell’Italia del Codice Rosso e della realtà sempre più “liquida”, basta un’accusa per rovesciare la presunzione d’innocenza. La cronaca offre spunti da manuale: a Gela, una giovane denuncia padre, fratello e madre (per complicità silenziosa), raccontando dodici anni di abusi e mostruosità – ma il PM, dopo indagini e testimonianze, liquida tutto come “contraddittorio e inverosimile”, archiviando le accuse. Eppure la famiglia è ormai intrappolata nelle pagine nere del sospetto sociale, senza possibilità di riscatto, perché la macchina della gogna non si arresta mai neanche di fronte all’evidenza.
Quando la narrazione tossica serve a regolare i conti più banali, ecco la genialità italica del reato su misura: è il caso della proprietaria della baita trentina, che trasforma una banale contesa sul diritto di passaggio in denuncia per stalking contro ben cinque uomini. Tutte accuse che si sbriciolano già all’udienza preliminare: non luogo a procedere. Ma la signora è riuscita comunque ad aggiungere numeri freschi alle “statistiche d’allarme” sull’emergenza maschile. E chi paga? Sempre il solito: l’uomo alla gogna, come insegna anche il caso del badante albanese, arrestato per una presunta molestia su una tredicenne, rimasto ai domiciliari per un anno, perdendo lavoro e dignità – salvo essere assolto perché il fatto non sussiste. I tribunali archiviano, ma l’infamia resta e la macchina mediatica non smonta la sua narrazione nemmeno di fronte al nulla. Alla faccia del garantismo: qui l’unico garantito è chi accusa.