Nelle cronache mainstream c’è chi si ostina ad aggrapparsi allo stereotipo della donna vittima per antonomasia, incapace di esercitare davvero la violenza. Ma le notizie, quando riescono faticosamente a superare l’ostacolo del filtro mediatico dominante, mostrano tutt’altro: dietro la plastica narrazione della donna “debole” si stagliano episodi dove il “gentil sesso” assume i panni del carnefice. Prendiamo il recente caso di Prato, dove una donna ha accoltellato il marito al cuore: la prognosi è di tre settimane, la signora viene accusata di tentato omicidio, spedita agli arresti domiciliari che, come spesso accade, dureranno pochissimo. In aula la scena si ripete: “mi sono solo difesa, lui era violento”. Il tribunale le revoca quasi subito i domiciliari, optando per il più blando divieto di avvicinamento alla vittima. E a chi toccherà fare le valigie e lasciare casa? Le scommesse sono aperte.
Non si tratta di un episodio isolato, le cronache sono generose. Solo pochi giorni dopo, a Perugia, una signora ha scatenato su un marito di 74 anni una raffica di calci, pugni e schiaffi, tanto da mandarlo dritto in ospedale. Qui almeno l’intervento dei Carabinieri porta a un arresto in flagranza di reato, ma la vera beffa è che la violenza – pur subita da un uomo – viene definita “di genere”. Nel comunicato ufficiale si parla proprio di violenza di genere, ma nel senso opposto a quello martellato dai media. Nessuna organizzazione si muove però a tutela del marito: niente avvocati pagati dallo Stato, nessuna psicologa a sostegno, nessun accesso a benefici assistenziali come il Reddito di Libertà. Al contrario, quando a colpire è la donna, il protocollo resta fermo, la reazione istituzionale è pressoché nulla. Il “gentilsesso” sembra poter colpire impunemente, protetto da una coltre di indifferenza sistemica.
Il doppio standard nelle cronache: la donna carnefice non fa notizia
Le cronache si rincorrono, da Nord a Sud, e il copione pare scritto una volta per tutte: quando la violenza è firmata da una donna, la reazione delle istituzioni si sgonfia rapidamente, tra attenuanti di prammatica e attenzioni protettive. Succede a La Maddalena, ancora una volta in un letto coniugale: una lite degenera, lei afferra un coltello e lo usa contro il compagno, costringendolo al pronto soccorso. Eppure, la sua misura cautelare è una semplice denuncia per lesioni aggravate, senza nemmeno un allontanamento da casa o un braccialetto elettronico. La sicurezza della vittima non preoccupa proprio nessuno, un dettaglio che diventa macroscopico se si pensa a cosa accadrebbe se il copione fosse invertito. Il panorama si fa ancora più inquietante se si sposta lo sguardo sui casi di violenza reiterata e stalking. Oltre le mura domestiche, il pregiudizio a favore dell’aggressore donna si rafforza. È il caso dell’avvocata di Catanzaro indagata per stalking: mesi di persecuzioni tramite social, messaggi, incursioni digitali e minacce urlate dal balcone. La misura cautelare scelta è il canonico divieto di avvicinamento, del tutto inutile contro la realtà dei mezzi di oggi. Nessuno vieta all’imputata di comunicare, minacciare o intervenire a distanza, mentre in casi simili a parti invertite si chiederebbero gogne pubbliche e arresti immediati.
Ci sono poi cronache più agghiaccianti, come quella di Rivignano dove un uomo, dopo l’ennesima discussione, viene colpito al petto dalla compagna. Sui giornali poche righe, narrate con cautela, e nessun approfondimento sul “genere” della violenza. Peggio ancora accade a Cagliari: qui una donna infierisce con calci e bastonate su genitori anziani, uno dei quali con un pacemaker. Anche in questo caso domina la rimozione collettiva, la notizia scivola tra le pieghe degli archivi come “problema familiare”. Mentre ogni episodio con ruoli invertiti squasserebbe il dibattito nazionale, qui tutto tace. Così il doppio standard ottunde la realtà e perpetua il vero tabù: le vittime di sesso maschile restano invisibili, prigioniere di un clima di vergogna e solitudine. Dove sta l’uguaglianza se nessuna giustizia, nessuna indignazione mediatica scatta quando a picchiare, perseguitare o tentare di uccidere è una donna?