Il report sull’indagine commissionata da HHS in merito al business della medicina “trans”, “Lupi in camice bianco” (introdotto nella parte precedente) dettaglia dati e riferimenti, tra cui anche esiti di inchieste giudiziarie, relativi all’aumento, di migliaia di punti percentuali, dell’applicazione di codici diagnostici fraudolenti come scorciatoia per interventi di medicina “trans”, ad es. l’uso della diagnosi di “pubertà precoce” in pazienti dai 12 anni in su, laddove questo tipo di problema si riscontra in bambini più piccoli e tipicamente verso i 10-11 anni vede la fine del trattamento ormonale, non l’inizio. E conclude calcolando che «pur utilizzando le nostre stime al ribasso sui costi medi, risulta che almeno decine di milioni di dollari di fondi pubblici sono stati spesi negli ultimi anni in ormoni bloccanti della pubertà da cliniche private e pubbliche applicando diagnosi palesemente false». Il report segnala in effetti che alcune cliniche gender statunitensi stanno già affrontando procedimenti giudiziari basati su queste pratiche fraudolente, tipicamente risolvendoli con patteggiamenti che prevedono sanzioni salatissime e l’implementazione di percorsi di cura per i giovani che “detransizionano” (es. il Texas Children’s Hospital e la Cleveland Clinic).
Segue nel report una ricognizione documentata del ruolo cruciale giocato dall’amministrazione Biden nel modificare il quadro normativo e gli standard clinici relativi alla medicina “trans”, sottolineandone la natura strettamente politica e ideologica: ad es. è stata l’amministrazione Biden a estendere le tutele normative di ambito clinico contro la discriminazione basata sulla disabilità ai pazienti “trans”, anche se la “identità di genere” non vi rientra secondo la definizione legale; fu il segretario di Stato di Biden, Antony Blinken, a equiparare il rifiuto da parte di un medico di somministrare interventi “affermativi” a “violenza”; ancora, è stata l’amministrazione Biden a fare pressioni sul WPATH affinché eliminasse ogni limite inferiore di età per gli interventi chirurgici “affermativi” cioè di “cambio sesso”.

La “medicina trans”: opinioni, non scienza.
Sul WPATH abbiamo già scritto molto, ad es. raccontando lo scandalo dei leaks di documenti interni che dimostrano la natura per niente scientifica, bensì puramente ideologica e affaristica, di questa istituzione che pure è la fonte del «cartello di autoreferenzialità» cui fanno riferimento gran parte delle cliniche e degli standard di cura per i pazienti “trans” in ogni parte del mondo (Italia compresa: ad es. sono citati nella pagina dedicata dell’Istituto Superiore di Sanità), cartello sempre citato dagli ideologi arcobaleno come “fonte autorevole di verità scientifica” quando si tratta di difendere l’ideologia truffaldina e dannosa che sta dietro alla “medicina trans”. Merita però menzionare un recente aggiornamento importante: nell’ambito di un procedimento legale in corso proprio in merito alle linee-guida per il trattamento dei “minori trans”, il WPATH ha ufficialmente dichiarato (e quindi ammesso, finalmente) che tutti gli orientamenti finora emessi non sono da considerarsi quali «fatti scientifici acclarati» bensì piuttosto «opinioni espresse nell’ambito di un intenso dibattito nella comunità scientifica» – e quindi, in quanto mere opinioni e non asserzioni di presunte verità scientifiche, sono protette dal Primo Emendamento che tutela la libertà di opinione e pertanto non perseguibili (ma, aggiunta non secondaria, i dottori che le seguono lo fanno assumendosene totalmente la responsabilità).
Chiaro il giochino? D’ora in poi saprete cosa rispondere quando l’ideologo arcobaleno vi dirà che l'”approccio affermativo” sarebbe supportato da “decenni di ricerche” e costituirebbe la “verità della scienza” in merito… Il report si chiude con un’altra, vera e atroce, galleria degli orrori e cioè una serie di otto esempi di giovani che hanno subìto trattamenti “affermativi” in età adolescenziale, con la testimonianza di prima mano delle loro dolorose esperienze con la “affermazione di genere”, che spesso esitano in un altrettanto doloroso ripensamento (ma quando è troppo tardi). Le storie di questi ragazzi e ragazze sono il più forte e convincente debunking della diffusa convinzione, propalata dagli ideologi arcobaleno ma “bevuta” acriticamente anche dal pubblico più generale, secondo cui la “affermazione di genere” sarebbe un intervento “salvavita” e l’unica possibilità disponibile per curare e salvare dalla sofferenza i soggetti “trans”.
“Perché detesto essere una ragazza?”
Ad es. si racconta la storia di Clementine Breen: alle spalle il trauma di una violenza sessuale subìta all’età di sette anni, entra in contatto con l’ideologia gender tramite il web, cercando sui motori di ricerca risposte alla sua sofferenza come “perché detesto essere una ragazza?”. Non lo dice subito ai genitori: è un counselor in ambito scolastico a indirizzarla alla transizione sociale, e a mediare con i genitori la necessità di rivolgersi a una clinica specializzata. Breen viene presa in carico a soli 12 anni dal Children’s Hospital di Los Angeles, e dopo un consulto di appena un’ora ai genitori viene detto che la bimba «è 100% trans» e che «rischierà il suicidio se non si inserisce subito in un percorso affermativo». Breen inizia subito gli ormoni bloccanti, a 13 anni comincia ad assumere il testosterone “mascolinizzante”, e a 14 anni è sottoposta a doppia mastectomia (le viene asportato il seno). «Per stabilizzare la sua salute mentale», che non migliora, le viene presto raddoppiata la dose di testosterone: entro pochi mesi comincia a sperimentare gravi disagi psichici, da insonnia a comportamenti alimentari sregolati e esercizio fisico ossessivo, fino a episodi psicotici e di autolesionismo (comportamento che non aveva mai avuto prima dell’operazione).
Nessuno dei suoi medici associa tali sintomi alla mutilazione subìta e al trattamento ormonale: piuttosto, le vengono prescritti diversi psicofarmaci anche pesanti (Zoloft, Seroquel e altri) che vanno ad aggiungersi al cocktail. Solo più tardi, affrontando in ambito psicoterapeutico il proprio trauma passato, Breen capisce che i suoi disagi psichici, compreso il rifiuto della propria corporeità femminile, erano strettamente legati a quell’esperienza irrisolta. Allora, a 18 anni smette di prendere testosterone, così a 19 anni ha il suo primo ciclo mestruale. Breen viene a questo punto totalmente abbandonata dai medici che la seguivano per la “transizione di genere”, nonostante stia affrontando ancora effetti avversi e complicazioni degli interventi “affermativi” subìti: ciclo irregolare e con dolori anomali, crampi, deficit ormonali, e atrofia vaginale che richiede medicazioni continue (oltre, ovviamente, a un corpo mutilato, cui potrà porre parziale rimedio solo con un rattoppo “cosmetico” a proprie spese).

L’atroce inganno si scopre solo quando è troppo tardi.
Breen scopre solo in questa fase che i medici che la presero in cura durante il primo consulto, avevano certificato a insaputa dei suoi genitori «disforia di genere che dura fin dall’infanzia e fissa e persistente identificazione maschile»: una totale menzogna funzionale ad avviarla immediatamente lungo il “percorso affermativo”. Breen decide di fare causa alla clinica, ma il giudice archivia il procedimento per prescrizione dei termini: destino tipico di questi procedimenti, dato che solitamente (come abbiamo illustrato in precedenza) agli interventi “affermativi” segue un lungo periodo di “luna di miele” in cui il paziente (a prescindere dal miglioramento o peggioramento generale delle sue condizioni) si sente soddisfatto degli interventi di “affermazione di genere” attraversati o addirittura euforico, ma questa fase tende a scemare e spegnersi nel giro di 7-8 anni in media, spesso anche più, e alla fine il soggetto resta da solo con i suoi problemi interiori irrisolti, ma come “bonus”, si ritrova un corpo rovinato e medicalizzato a vita.
Ora Breen è lasciata sola ad affrontare la “detransizione” e gli effetti prolungati degli interventi subìti, perché la “detransizione” non esiste ancora come classificazione clinica (si intravvede qualche iniziativa pionieristica in questo senso anche se, come abbiamo visto, strappata obtorto collo alle cliniche gender nel contesto di patteggiamenti a risoluzione di procedimenti legali): stato di cose a cui sarà opportuno rimediare, negli USA come in Europa, dato che nei prossimi anni questi pazienti sono purtroppo destinati ad aumentare. La sezione del report relativa a queste storie esemplari è difficile da leggere, ma ne suggeriamo la lettura completa, utile per rendersi conto di quanto e di cosa soffrono gli agnelli sacrificali dell’ideologia arcobaleno, che finiscono nelle mani di questi “lupi cattivi in camice bianco”.