Due giovani rampolli dell’élite (Grillo e La Russsa jr) oggetto di querele per violenza sessuale (stupro) hanno avuto di recente sorti diverse, opposte. Un fatto che sollecita alcune considerazioni, paradossali e provocatorie solo in apparenza. Per intendere bene il tutto è necessario richiamare ancora una volta le verità fattuali relative a quella grande e indiscussa conquista femminista, per la quale la querela per sé sola prova la colpevolezza del maschio. Lo abbiamo già chiarito varie volte ma repetita iuvant, specie perché non si riesce a credere che la realtà sia quella che è, ossia questa: quando veniamo accusati (querelati) siamo colpevoli necessariamente, prima e al di là di ogni processo. Mi ripeto: le querele stesse ci costituiscono colpevoli, ciò per la banale ragione che se la donna ci denuncia vuol dire che dopo un certo lasso di tempo ha trovato il coraggio di denunciare, ovvero che ha maturato successivamente la percezione della sua vera volontà al momento dell’incontro.
Quest’ultima eventualità si fonda sul fatto che la donna non è tenuta a sapere (lei-medesima-stessa) se in quel momento sia consenziente o no. La donna ha oggi il diritto di non rendersi conto di ciò che fa mentre lo fa, ma di ricostruire a posteriori il suo stato d’animo, la sua volontà passata. È una conquista femminista di cui però le vincitrici si vantano con moderazione, stante il fatto che essa è gravemente imbarazzante tanto che non viene mai esplicitata in modo aperto, palese, indiscutibile. Lo facciamo noi. Ora, come detto, se due più due dà quattro (e dà quattro!) allora è vero che il diritto della donna di ricostruire a posteriori la sua volontà comporta che le querele sono di per sé prova della colpevolezza maschile. Solo lei ovviamente può stabilire se avesse voluto o meno. Il giudice non può sapere se in quel momento essa volesse o non volesse, se avesse simulato interesse e consenso per incoscienza, stato confusionale, paura o se invece il sì fosse “libero e attuale”.
Mannaggia alle querele archiviate!
È una bella pretesa (patriarcale) quella del giudice che mira ad accertare la vera volontà della donna smentendo le sue affermazioni, la decisiva delle quali è appunto contenuta nella querela. Dettaglio depistante è poi disquisire se lei avesse bevuto o meno, se per volontà sua o per imposizione e così via. Quisquilie. Nel caso di Grillo jr è stata applicata la regola conquistata dal femminismo come era prevedibile e come deve essere. Meno male! Quel che invece sconcerta è la sentenza/decreto di archiviazione nel caso di La Russa jr dove evidentemente la magistratura (tre femmine) ha seguito i vecchi principi patriarcal-maschilisti, secondo cui bisogna accertare i fatti, appurare come siano andate realmente le cose, indagare sui comportamenti delle parti, leggere nelle parole e nei silenzi i messaggi espliciti e impliciti di chi presenta querele e così via.
Qui, insomma, si è agito come se le procedure fossero una cosa seria, non una farsa come conquistato dal femminismo. Ed ecco la trappola. Decreti e sentenze di archiviazione delle querele/derubricazione/assoluzione sono perniciosissime perché confermano milioni di ingenui nella loro infantile fiducia che i processi per stupro abbiano un senso, che valgano tuttora le garanzie dello Stato di Diritto Liberale, che l’accusato non sia per ciò solo colpevole ed altre fiabe di cotal fatta. Diabolici depistaggi. Uno si impegna per lustri nell’illuminare vecchie e nuove generazioni sulla portata delle conquiste femministe, poi arrivano atti come questi che ti bruciano in un istante anni di fatiche. Mi esprimo in francese: merde!