A proposito di violenza… dalla cima della sua saggezza Così parlò Zarathustra: «In verità, ho riso spesso dei deboli che si credono buoni perché hanno gli artigli spuntati!». Possiamo forse criticare alcune zone d’ombra del pensiero, talvolta ambiguo, del filosofo Friedrich Nietzsche, ma di sicuro non possiamo negare che ci abbia spesso regalato acute riflessioni e intuizioni brillanti. La citazione soprastante deride la falsa moralità dei deboli, che si credono buoni perché non agiscono e confondono la bontà con l’impotenza. Perché i bulli se la prendono con i più piccoli e con i più deboli, e non se la prendono con i più grandi? Sono forse i bulli una specie di dottor Jekyll e Mister Hyde e hanno un tasto selettivo, Mister Hyde con i più piccoli, e dottor Jekyll, cioè amorevoli e pacifici, con i più grandi? Secondo voi, con chi mostrano la loro vera natura, con i più grandi o con i più piccoli? Se oggi Vladimir Putin o Donald Trump si comportano da bulli rispettivamente con l’Ucraina e con la Groenlandia – seppur in maniera diversa ma sempre da bulli –, è perché se lo possono permettere. Tutti i paesi piccoli e deboli sono pacifisti. Nietzsche ci mette in guardia rispetto a questo comune errore di credere che tutti quelli che non compiono azioni volte a ferire, danneggiare o umiliare qualcuno sono buoni: la “bontà” di chi non ha la forza di agire non è una virtù, ma solo impotenza: la bontà vera è quella di chi, potente, sceglie la benevolenza. La passività, l’innocuità del debole dovuta all’impotenza travisa il nostro giudizio, con un’errata valutazione morale, e proietta un giudizio idealizzato che è irreale.
La Natura ci offre numerosi esempi di questa percezione errata. In natura, ad esempio, siamo soliti associare a certe creature, come le lepri, i colombi, i cervi, i pinguini, i delfini o i caprioli, sentimenti di pace e mansuetudine. In realtà questi “prototipi dell’amore e della mitezza” sono dei veri killer e, come spiega nella sua famosa opera L’anello di Re Salomone l’etologo Konrad Lorenz, possono infliggere spietate torture alle loro vittime della stessa specie. Raramente succede perché, in un ambiente aperto i soggetti più deboli di solito fuggono, quindi gli animali “mansueti” raramente lottano tra di loro. Ma quando ciò capita in un ambiente senza via di fuga, ad esempio in cattività, si lotta fino all’annientamento dell’avversario. Al contrario, gli animali da preda nei combattimenti si mostrano con gli sconfitti delle loro specie più clementi. In possesso di strumenti offensivi che potrebbero uccidere di un sol colpo un animale della stessa specie, hanno sviluppato parallelamente un’inibizione sociale affinché non venga messa in pericolo l’esistenza della specie, quindi lottano molto spesso tra di loro ma si mostrano “ragionevoli”. Questo diverso pattern comportamentale nelle diverse specie animali può essere esteso per similitudine alla specie umana? La bellezza, l’apparenza di innocuità che fuorviano il nostro giudizio sugli animali, lo fuorviano anche sulle persone?
Le donne non vogliono o non possono fare violenza?
Afferma Freud in Il disagio della civiltà: «Egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il suo consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo, a ucciderlo. Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest’affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? L’esistenza di questa tendenza all’aggressione, che possiamo scoprire in noi stessi e giustamente supporre negli altri, è il fattore che turba i nostri rapporti col prossimo e obbliga la civiltà a un grande dispendio di forze». Freud pensa dunque che esista nell’uomo una tendenza naturale, selvaggia e senza regole, all’aggressività verso gli altri soggetti. Questa aggressività costituisce una continua minaccia per l’umanità, alimenta competitività esasperate, lotta per il potere, conflitti. (È ovvio che l’aggressività non si traduce necessariamente in violenza fisica, l’aggressività si può misurare da altri aspetti, come ad esempio dal numero di controversie giudiziali e dai conflitti nei tribunali che vengono avviati, dalle false denunce, ecc.). Questa tendenza all’aggressività evidenziata da Freud, è uguale nell’uomo e nella donna? È un fatto che statisticamente gli uomini commettono molte più violenze fisiche, e di maggior gravità, che le donne. È un fatto che le donne s’ingaggiano in scontri fisici più raramente degli uomini. È anche un fatto che statisticamente le donne commettono molte più violenze fisiche sui bambini (e sugli anziani) che sugli uomini adulti. Per quale motivo? Sono forse le donne una specie di dottor Jekyll e Mister Hyde o si comportano piuttosto con i bambini secondo la loro vera natura? In altre parole, le donne non agiscono sugli uomini adulti la stessa violenza che agiscono sui bambini, perché non vogliono o perché non possono?
Ho voluto parlare in questo intervento della violenza, perché mi è già capitato in altri interventi di associare l’ideologia femminista all’ideologia nazista (ad es. qui o nell’ultimo intervento), in quanto, a mio avviso, si tratterebbe della stessa forma mentis. È molto probabile che quest’associazione abbia scomodato alcuni che la ritengano assolutamente inappropriata. Di fatto, le femministe, al contrario dei nazisti, malgrado la stessa forma mentis, tranne per qualche sporadica esternazione invocando lo sterminio (tipo Valerie Solanas), la riduzione della popolazione maschile (al 10%, Sally Miller Gearhart) o la sua reclusione in campi (Julie Bindel), non si sono mai adoperate per la creazione di campi di lavoro e di sterminio maschili, non sono andate casa per a casa a cercarli per picchiarli o ucciderli. Obiezione inoppugnabile. Ma io mi chiedo, non vogliono o non possono? Io credo sinceramente che tutte le donne che scrivono striscioni del tipo «uomini bastardi», che imbrattano le mura delle città con “un uomo morto non stupra”, che nei social media pubblicano un cuoricino alla notizia di una donna che ha ucciso un uomo o scrivono “uno di meno”, che piene di odio nelle piazze additano l’uomo al ritmo dell’inno femminista «lo stupratore sei tu», che scrivono di utopie di mondi senza uomini o realizzano film, liberando le loro fantasie, dove donne minute uccidono o picchiano senza sosta uomini che sono tre volte più grandi, tutte quelle donne, che non sono poche, se potessero, sarebbero già da tempo andate casa per casa a pestare e calpestare uomini. Ma non possono.
Alle donne piace la lotta all’ultimo sangue.
Le donne evitano lo scontro diretto con l’uomo, non solo perché a livello fisico non ce la fanno, non possiedono nemmeno a livello psicologico una serie di caratteristiche (come l’avventatezza, la temerarietà e l’incoscienza del rischio, la gestione della paura o dello stress, il minore istinto di conservazione…) che rendono l’uomo il soldato ideale in un combattimento o in una guerra. Scrive la femminista Phyllis Chesler in Donna contro donna: «…sebbene spesso siano verbalmente e fisicamente aggressivi, prepotenti e crudeli tra loro, i maschi sanno anche porre fine ai litigi con rapidità, in modo ritualistico e pubblico. Le femmine invece, non reagiscono subito, ma alimentano la rabbia, per così dire, cuocere a fuoco lento e a porte chiuse. Poi si imbarcano in una spedizione che ha lo scopo di reclutare alleate per la loro guerra privata…». La medesima tesi è sostenuta dalla docente di teoria sociale Robin Fox e dall’antropologa Margaret Mead: «Era un bene che le guerre fossero nelle mani degli uomini dal momento che, bravi com’erano a scatenarle, erano altrettanto bravi nel sapere come portarle a termine. […] Le donne, d’altro canto, prendevano la guerra troppo sul serio. La ritenevano capace di proteggere i loro figli e solo un combattimento totale, fino all’ultimo sangue, le avrebbe soddisfatte». A questo riguardo è interessante notare come, negli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nelle lettere all’editore nel periodo dei bombardamenti atomici, non poche donne spesso esprimevano rammarico per il fatto che non si erano adoperate bombe atomiche per distruggere ogni vita umana in Giappone. Una donna di Milwaukee: «Quando si vogliono eliminare i parassiti si cerca forse di lasciarne vivi alcuni? Certamente no!».
Gli uomini sono in possesso di strumenti offensivi (psicologici e fisici) più micidiali delle donne, ed è molto probabile, come è successo con gli animali da preda, che abbiano sviluppato parallelamente un’inibizione sociale affinché non venga messa in pericolo la nostra esistenza in quanto specie, quindi lottiamo più spesso tra di noi ma ci mostriamo più “ragionevoli” delle donne. Oggigiorno si sente spesso dire che “se le donne avessero comandato il mondo, non ci sarebbero state tutte quelle guerre”, cosa che, come sappiamo, è falso. Da un’analisi storica è risultato che le donne sovrane erano più predisposte a dichiarare guerre, per il semplice fatto che loro non rischiavano, o rischiavano di meno, in quanto mandavano gli uomini a combatterle. Resta il fatto che, se le conclusioni delle guerre fossero dipese unicamente dalle donne, sarebbero probabilmente state guerre di sterminio, «fino all’ultimo sangue» (Mead). E così mi riallaccio a quanto affermato prima: tutte quelle donne/femministe che protestano nelle piazze e scagliano con violenza degli anatemi contro gli uomini, che la pensano come i fascisti ma non agiscono come loro, non sono più buone di loro, sono semplicemente impotenti. La passività di queste donne non è una scelta voluta, è una scelta dovuta. A questa tragica e sconvolgente rivelazione sulla vera natura femminile, che gli uomini avevano idealizzato (e le femministe divinizzato), ne segue un’altra parimenti sconvolgente. Malgrado i bambini tramandino un’immagine di tenerezza e di innocuità, tutti sappiamo che a volte si mostrano molto aggressivi. L’aggressività dei bambini viene però contenuta dal mondo degli adulti, la paura delle ritorsioni degli adulti reprime i loro comportamenti violenti.
Uomini a difesa contro la violenza femminile.
Succede pure così con le donne? Tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo (p.920): «La violenza maschile è nota a tutti, la forza maschile è sempre stata contemporaneamente una risorsa (alimenti e protezione) e una minaccia (stupri, furti e omicidi). Meno nota, ma non meno pericolosa, è la violenza femminile verso le rivali. Le femmine, come i maschi, sono geneticamente predisposte a rivaleggiare e a dominare le altre, in special modo se debbono competere per procurarsi delle risorse. Comportamenti violenti delle femmine contro le rivali si trovano anche tra i nostri cugini più prossimi, le femmine dei primati. Le femmine dei primati colpiscono e uccidono concorrenti femmine e la loro prole. Per ottenere protezione le femmine sotto attacco si affiancano a primati maschi, che diventano arbitri delle controversie delle femmine grazie alla loro superiorità fisica (secondo gli studi dell’etologa e antropologa Jane Goodall). L’ostilità delle donne sposate nei confronti dell’adulterio o della prostituzione (erano) la moderna espressione della rivalità femminile per le risorse e la “difesa del territorio”. La donna tradita (colpiva) principalmente la rivale, l’amante, colei che (metteva) in pericolo la sua sicurezza e “fonte di entrate”. L’amante, le prostitute, (erano) le rivali che (rendevano) la sua moneta di scambio, il sesso, senza valore. Per questo motivo la donna (erigeva) la critica morale del tradimento innanzitutto contro le amanti, le adultere. Ma questa critica raramente (sfociava) nell’annientamento fisico della rivale. Le femmine non (potevano) colpire fisicamente le concorrenti, senza rischiare loro stesse delle ritorsioni da parte dei maschi che (proteggevano) a priori tutte le femmine. Per il maschio ogni femmina rappresenta un’altra possibilità di accoppiamento e quindi la sua protezione istintuale include tutte le femmine. La sola presenza maschile ha protetto le femmine dalle altre femmine per milioni di anni, e succede ancora oggi. Per poter agire contro le loro concorrenti, le femmine sono state costrette a sviluppare sofisticate modalità di violenza, vie traverse approfondite nel capitolo sulla violenza femminile». In conclusione: 1) il gap esistente tra la violenza fisica che esercitano uomini e donne non rispecchia la diversa natura morale dell’uomo e della donna, rispecchia la diversa capacità fisica che hanno l’uomo e la donna per poter esercitarla; 2) il minor numero di atti fisici violenti delle donne contro gli uomini rispecchia la logica della violenza che esercitano i più deboli verso i più forti; 3) la costante presenza dell’uomo nel mondo ha ridotto considerevolmente la violenza fisica intrasessuale femminile.