La tecnica ha radicalmente trasformato la vita umana, la nostra esistenza odierna è, nella sua essenza, un’esistenza tecnologica. La tecnica ha migliorato la condizione umana? La tecnica appare come una straordinaria opportunità, ma anche come una minaccia, in quanto degrada la natura, disgrega l’ordine originario delle cose, ci allontana dalla nostra spiritualità, deteriora le relazioni umane, ci isola gli uni dagli altri… Gli effetti della tecnica si rivelano nettamente ambivalenti, da una parte c’è un evidente progresso e miglioramento dell’esistenza fisica della vita umana, dall’altra comporta seri pericoli non solo per la vita del pianeta, ma per la nostra libertà, la nostra essenza e la nostra identità. Oggigiorno l’uomo è diventato parte del processo tecnico, travolto dal tempo degli orologi, le giornate lavorative programmate, lo smog delle città, il flusso di notizie che viaggia in rete, l’ebbrezza del rumore dei motori e del suono della musica elettronica, le metropoli di luci scintillati brulicanti di gente, il continuo viavai di treni e aeroplani, la nostra vita rinchiusa in un profilo del cellulare… Nei secoli, per poter sopravvivere, l’uomo, poco dotato fisicamente rispetto agli altri animali, si è dovuto munire di strumenti artificiali con cui perfezionare la sua natura. Già Platone attribuisce alla tecnica un’importanza decisiva. Egli racconta in un famoso mito, narrato nel Protagora, che essa è un dono del titano Prometeo, il quale, avendo avuto pietà della debolezza degli umani, dona loro il fuoco, sottraendolo agli dèi.
All’origine della modernità, il filosofo Francis Bacon ritenne che grazie alla scienza e alla tecnica l’uomo potesse affermare il suo potere sulla natura (“knowledge is power”) instaurando l’utopia di un mondo felice, descritta in Nuova Atlantide. Più tardi, l’Illuminismo perseguì l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni attraverso il dominio razionale dell’uomo sulla Natura. Durante questo periodo e poi nel positivismo la tecnica fu promossa come fattore indispensabile di progresso e di libertà. Anche Marx vide lo sviluppo tecnico-industriale della società in maniera positiva: ciò che va condannato è l’uso capitalistico delle macchine, non certamente la meccanizzazione industriale in quanto tale. Sarà la Scuola di Francoforte nel XX secolo a emettere per primo un giudizio critico sull’Illuminismo e sul progresso tecnico. La modernità, ossia il mondo compiutamente illuminato e razionalizzato guidato dalla tecnica, anziché libertà produce alienazione spirituale. Per liberare l’uomo dalla paura dei primordi, la scienza ha dato vita a un sistema totalitario entro il quale l’uomo stesso finisce per essere assoggettato. La razionalità moderna e la tecnica ci hanno liberato dai vincoli della natura, ma anche dalla tradizione, dall’emotività (paura, ansia…) e dal riferimento ai valori. Hanno progressivamente distrutto antichi costumi e tradizioni, codici morali e norme di condotta, eclissato il sacro nella quotidianità e fatto scomparire il sacro punitivo (il diavolo, l’inferno e il peccato) da ogni ambito della nostra vita: è venuto meno un mondo condiviso di valori e di idee, ormai sentito come autoritario e repressivo.

La tecnica trasmette fede nella ragione
La tecnica ci ha trasmesso la fede nella ragione – ogni cosa può essere dominata con la ragione –, non occorre più ricorrere alla magia o la religione per dominare la Natura, a ciò sopperiscono i mezzi tecnici. Questa nuova fede nei mezzi tecnici non ha migliorato, però, la nostra conoscenza generale delle condizioni di vita che ci circondano, nessun sa veramente come funziona la tecnica, il suo computer, il cellulare, la macchina, l’aspirapolvere o la lavatrice, e, d’altronde, non ha bisogno di saperlo. La tecnica ci ha resi ignoranti funzionali. Attraverso comuni mezzi di comunicazione che si muovono tutti nell’ambito della stessa cultura di massa, il progresso tecnologico ha reso la società culturalmente uniforme, e la fa lentamente regredire a una condizione di illetterata, dove l’emotività prevale sulla ragione. Ha imposto comuni consumi di massa, con differenze più quantitative che qualitative, lo sviluppo del settore terziario, cioè della burocrazia pubblica (lo Stato sociale), la quale – per la propria funzione e per i propri stipendi – punta sull’aumento del gettito tributario e la moltiplicazione di se stessa, ridotto l’uomo a ingranaggio interscambiabile di una macchina sociale sempre più complessa.
La tragica condizione dell’uomo moderno, il suo attuale disagio esistenziale, secondo la Scuola di Francoforte, non trova più la sua fonte nella Natura, ma nella modernizzazione (la tecnica), che ha dissolto i sistemi di riferimento e di valore degli uomini delle società tradizionali e l’ha immerso in una progressiva desacralizzazione e crescente distacco da ogni sottofondo spirituale-religioso, che provoca in lui un “disincanto del mondo”. La razionalità tecnica si è liberata di qualsiasi significato spirituale e ha via via privato il mondo di ogni senso religioso o etico, lasciando l’uomo solo di fronte al compito di orientare la propria condotta e di dare senso al mondo. Perduto il fondamento di un’etica universale, abbandonato a se stesso e costretto a costruire da sé il proprio orizzonte di senso e di valore, l’uomo non può che lasciarsi andare e abbracciare la relativizzazione dei valori. Le antiche virtù sono scomparse per lasciar spazio alle preferenze e all’elezione individuale, alla mera soggettività, una soggettività estremamente differenziata, ma debole. La moderna società ha finito per configurarsi come una vera e propria “gabbia di metallo” dove l’inevitabile spersonalizzazione di tutti i rapporti umani avviene dalla deriva della burocratizzazione tecnologica. Sembra restare soltanto il valore della vita, ridotto a mera fruizione del piacere, solo l’ora e l’adesso senza alcuna capacità di sacrificio nel presente a favore del futuro. Senza una guida nel passato ormai cancellato, l’uomo moderno non trova uno slancio verso il futuro.
La tecnica che emancipa
Fin qui una riflessione generica sul progresso tecnologico, più o meno condivisibile. Generica, perché i filosofi hanno riflettuto su ogni argomento, compreso quello soprastante sulla tecnica, in maniera generica: il soggetto di studio, cause ed effetti, è sempre stato l’intera umanità, senza fare alcuna distinzione tra uomini e donne. Una riflessione universale che l’ideologia femminista ha accusato di essere misogina e patriarcale. Diventa quindi inderogabile per l’universo maschile iniziare a esprimere le proprie riflessioni su ogni argomento filosofico non solo in termini universali, come ha sempre fatto, ma anche riconducibili ad ogni sesso (genere), come fanno le ideologhe femministe – e come abbiamo tentato di fare negli ultimi interventi. Per quanto riguarda la tecnica, le conclusioni sopraelencate possono essere applicate nella stessa misura a uomini e donne? Gli effetti benefici e deleteri del progresso tecnologico, hanno investito uomini e donne con la stessa intensità? In che modo la tecnica ha trasformato gli uomini? In che modo ha trasformato le donne?
Attraverso la tecnica l’essere umano ha intravisto la possibilità di imporre la sua volontà di potenza sulla Natura, ha cercato di emanciparsi dalla Natura, di raggiungere l’autosufficienza, la sicurezza; in breve, ha tentato di uscire dai due gradini più bassi della scala di Maslow (fisiologia e sicurezza) per salire su quelli successivi (appartenenza, stima, autorealizzazione). Nell’ipotesi però che la capacità di sopravvivenza di uomini e donne fosse diversa, se la debolezza ipotizzata da Platone e attribuita da lui a tutta l’umanità in maniera paritetica fosse dissimile a seconda del sesso, se gli uomini, malgrado le dure condizioni di vita, fossero stati più bravi e fossero riusciti più frequentemente delle donne a salire, talvolta e saltuariamente, sugli altri gradini; se le donne, al contrario, fossero riuscite a salire, talvolta e saltuariamente, in minor frequenza e soltanto aiutati da uomini, come avveniva anche con i bambini, vorrebbe dire che la tecnica non solo avrebbe emancipato le donne dalla Natura, come aveva fatto anche per gli uomini, ma anche dagli uomini. In pratica, attraverso la tecnica la donna avrebbe intravisto la possibilità non solo di emanciparsi dalla Natura, ma anche di liberarsi dall’uomo, di emanciparsi dall’uomo. Grazie alla tecnica alla donna non occorre più ricorrere all’uomo per dominare la Natura, per salire su gradini più alti nella scala di Maslow.
Un “essere per la donna”
Nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), il filosofo Walter Benjamin sottolinea le potenzialità emancipative dell’opera d’arte moderna legate al fatto che la riproducibilità tecnica la priva delle tradizionali caratteristiche estetiche (e anche del valore). A cosa servono infatti le abilità pittoriche se la fotografia riesce a riprodurre la realtà meglio? A cosa servono le abilità musicali se l’intelligenza artificiale riesce a comporre o a suonare meglio? In questo modo la tecnica non solo sostituisce l’essere umano ma annienta il suo spirito. Stesso discorso per qualsiasi altra attività creativa dell’uomo. Con il passaggio alla produzione di massa durante la Seconda Rivoluzione industriale s’innescò un lento ma profondo processo di trasformazione del lavoro che derivò nella lenta erosione del potere e della centralità di quella cruciale figura produttiva che era l’operaio di mestiere e il lavoro assunse la forma di una tendenziale massificazione e spersonalizzazione del lavoro. Non c’era più bisogno di qualche abilità, qualsiasi operaio poteva produrre in una catena di montaggio. Il perfezionamento delle tecnologie e la facilità del loro utilizzo hanno reso uomini e donne parimenti in grado di padroneggiarle, l’abilità e la forza maschile hanno perso la loro importanza e centralità. A cosa serve allora oggi l’uomo? Il progresso tecnologico non solo permette di sostituire l’uomo da qualsiasi donna o macchina, così lo svalorizza e annienta anche il suo spirito. Evidentemente questo valore dell’uomo basato sulla sua utilità scaturisce dal bisogno storico dell’universo femminile, non dagli uomini.
Lungo tutta la Storia dell’umanità senza tecnica, l’uomo è stato per le donne una risorsa necessaria. Da quando la tecnica ha garantito la sopravvivenza e la sicurezza alle donne (tranne in casi eccezionali, come cataclismi naturali, tsunami, incendi catastrofici, guerre, centrali nucleari che esplodono…), l’uomo ha perso ai loro occhi la sua utilità. In questo modo, la tecnica ha fatto emergere e rivelato al mondo e all’universo maschile una drammatica realtà, che gli uomini fanno fatica ancora ad accettare: la collaborazione storica e secolare dell’universo femminile era basata molto di più sull’interesse che sull’amore e l’amicizia, il valore dell’uomo ridotto dalle donne a un mero calcolo funzionale e operativo per la propria sopravvivenza. Garantiti benessere e sicurezza con l’avvento della tecnica, finalmente libera, la donna si è distaccata dall’uomo senza grandi difficoltà. La vera natura femminile è venuta a galla, una volta superati i condizionamenti indotti dalla paura e dalla sopravvivenza. L’uomo si è trovato impreparato di fronte a questo radicale cambiamento, la tecnica l’ha condannato al destino tragico della sua inutilità per le donne e lo costringe, controvoglia, a prendere coscienza di questa tragica scoperta: l’uomo scopre la dissacrante verità di essere stato un “essere per la donna” più di quanto la donna sia mai stata un “essere per l’uomo”.
Una guerra simbolica
L’ammirevole conquista del progresso tecnologico splende oggi all’insegna di una trionfale sventura per gli uomini. Alla tragica condizione di alienazione e di spersonalizzazione della soggettività umana attraverso il sistema tecnico-industriale, denunciata dalla Scuola di Francoforte, grava sull’uomo anche la derisione, la denigrazione, lo sfruttamento e l’abbandono femminile, ora che non ne ha più bisogno. Gli uomini ricavano dall’accrescimento del potere offerto alle donne, grazie alle loro scoperte, il loro disprezzo. Il tentativo di liberare l’umanità dalla costrizione della Natura ha liberato le donne dagli uomini, che erano parte di quella stessa natura che gli uomini hanno voluto combattere. Il dominio dell’uomo sulla Natura si è tramutato in un dominio (a livello psico-affettivo) della donna sull’uomo. Di fronte all’indifferenza e al ripudio dell’universo femminile, in questa società tecnologica l’uomo si trova smarrito, sgomento e inerme, e rimarrà così finché non sarà in grado di accettare consapevolmente questa drammatica e nuova realtà, in modo da sganciarsi dalla dipendenza psico-affettiva che esercita su di lui l’universo femminile, e ignorare e svincolarsi dal giudizio femminile che su di lui incombe, per ritrovare il vero valore della sua essenza maschile, in questa guerra simbolica nella quale il femminismo ci ha trascinato.