Leggere il Trattato sulla tolleranza di Voltaire del 1765 è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Scritto da Voltaire all’epoca dell’affaire Calas – quando un protestante era stato condannato a morte dopo essere stato ingiustamente accusato di aver ucciso il figlio convertitosi al cattolicesimo, mentre di fatto il ragazzo si era suicidato –, il Trattato raccoglie il «grido del sangue innocente» dei Calas e rivendica il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali. La storia, in breve: il 9 marzo 1762, a Tolosa, in Francia, il protestante Jean Calas viene giustiziato, dopo orribili torture, perché ritenuto colpevole di avere impiccato il figlio Marc Antoine per impedirgli di convertirsi al cattolicesimo. Calas era innocente: il figlio si era in realtà suicidato. Contro «gli assassini in toga nera» del Parlamento di Tolosa si scaglia Voltaire, accusandoli di aver agito in base non a prove ma a pregiudizi. Voltaire scatena una efficace campagna di denuncia che si conclude, tre anni dopo, nel 1765, con l’annullamento del verdetto: Calas è riabilitato, la vedova scarcerata e indennizzata, cioè risarcita. La vittoria di una donna protestante contro i poteri forti della Francia, è la vittoria della verità contro l’intolleranza, è la vittoria – come dirà Voltaire – della filosofia contro l’ignoranza. Che in pieno Ancien Régime una povera vedova protestante, con il solo aiuto dei filosofi, potesse avere ragione di un potente parlamento, è all’epoca un evento straordinario. Con il Trattato sulla tolleranza di Voltaire (scritto nel 1763 e pubblicato nel 1765), il «grido del sangue innocente» dei tanti Calas diveniva alimento di una rivendicazione di giustizia, di umanità, il rispetto dei diritti della persona, in una parola assumeva un valore universale. Il Trattato sulla tolleranza di Voltaire ha segnato per sempre il progresso dell’umanità, dei suoi valori, per la costruzione di un mondo migliore.
Fin qui una interpretazione qualsiasi di quello che è stato ed ha rappresentato per il progresso dell’umanità il Trattato sulla tolleranza di Voltaire. Potete cercare ovunque, in linea di massima questa è l’opinione generale di studiosi ed esperti: sofferenza universale, valori universali, progresso universale. Come è possibile che nessuno, nemmeno Voltaire, abbia evidenziato che all’interno di questo evento storico emerge un asimmetrico trattamento a seconda del sesso? L’uomo, il padre, è stato torturato e giustiziato, ritenuto il responsabile di ogni colpa senza alcun attenuante; la donna, la madre, rea dello stesso reato, è stata “soltanto” incarcerata e mantenuta in vita, e subito dopo indennizzata per il danno a lei commesso e per il danno commesso a suo marito, ormai morto. Lei ha potuto continuare a vivere, più di quanto non abbia potuto fare il marito, e a godere, in vita, dell’indennizzo che sarebbe spettato al marito. Si è trattato di una sofferenza e di un’ingiustizia che hanno colpito in maniera sproporzionata l’universo maschile, spacciate però come universali, a beneficio di tutti, uomini e donne. L’asimmetrico trattamento e le sue asimmetriche conseguenze hanno inevitabilmente e in maniera evidente condizionato la qualità e le condizioni di vita a seconda del sesso. Eppure, malgrado la manifesta evidenza, nessuno, nemmeno Voltaire, ha mai fatto alcun accenno su questo particolare, a nessuno è venuto in mente di promuovere, da questo evento storico, delle istanze a difesa del maschile e dei diritti maschili. Questo evento storico di sofferenza principalmente maschile è diventato il pretesto di un testo, ribadiamo, che ha segnato profondamente il progresso civile a beneficio di tutta l’umanità, degli uomini e delle donne.
La “tirannia patriarcale”
Osservate il drammatico dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, “La giustizia” (qui in basso), del 1559. L’esercizio della giustizia era inseparabile dal supplizio, dalla tortura, dalla morte. Era questa la concezione della giustizia tipica della cultura del Ancien Régime, sotto la quale dovette penare lo sfortunato Jean Calas, sino a quando l’Illuminismo pose il grande tema dell’umanizzazione delle pene e, addirittura, dell’abolizione della pena capitale. Osservate però attentamente. I pittori sono molto spesso stati i “fotografi” del passato, ci hanno rimandato delle immagini di una realtà andata che non possiamo più né rivivere né rivedere. In questo i pittori fiamminghi, come era Pieter Bruegel il Vecchio, si sono distinti. Avete osservato bene? Quante donne vedete tra i rei che subiscono una pena e un supplizio? Nel dipinto la donna è il simbolo della Giustizia, con la spada nella mano e gli occhi bendati. Adesso vi sfido a trovare un qualsiasi commento specialistico su questo dipinto che affermi la manifesta ovvietà che emerge dalla semplice visione del dipinto, che tutti i rei che subiscono pene e supplizi sono uomini, e ne elabori da quest’ovvietà un approfondimento o una riflessione. Tutti i commenti specialistici si soffermano genericamente sulla Giustizia, sulla tortura, magari sul valore artistico, ma nessuno evidenzia ciò che dovrebbe essere un’anomalia, ma non lo è: in quella “fotografia” scattata sulla Giustizia, non ci sono donne tra i rei che subiscono pene e supplizi, sono tutti uomini! Il «grido del sangue innocente» dei tanti Calas dei quali parla Voltaire, nella Storia, sono stati in realtà soprattutto grida di uomini. Ma non solo nella Storia.
Attualmente gli uomini sono i protagonisti della maggior parte dei suicidi, delle morti sul lavoro e delle vittime di omicidio. Guidano anche le statistiche del fallimento scolastico, sono la maggioranza tra i senzatetto e costituiscono la gran parte delle vittime civili e militari nei conflitti armati. Inoltre, da una prospettiva di genere, la discriminazione legale contro gli uomini rimane invisibile in ambiti come il servizio militare obbligatorio, la tratta di persone, le punizioni corporali, l’integrità genitale, la frode paterna, le politiche migratorie o il sistema giudiziario, tra tanti altri ambiti. Ho scritto: «Di fronte a centinaia di migliaia di pubblicazioni, libri, programmi, campagne, conferenze, enti e associazioni, soltanto qualche decina di pubblicazioni e articoli difendono la tesi opposta. Gli uomini, che prevalgono egemonici tra i barboni, carcerati, alcolizzati, tossicodipendenti, suicidi, infortunati del lavoro, non hanno trovato incomprensibilmente né motivi per lagnarsi né argomenti per controbattere le tesi femministe. All’avanzata femminista non è sorta alcuna opposizione degna di tale nome. Paradossalmente questa disfatta “patriarcale” e marcia trionfale femminista nega una delle maggiori accuse del movimento femminista: che la società giacesse sotto la tirannia monolitica dell’ideologia patriarcale e maschile. Gli uomini che, a dir loro, dominavano da secoli ideologicamente il mondo, si sono lasciati sopraffare senza difendere il proprio sesso dalle feroci accuse femministe, a dimostrazione di quanto questo dominio in realtà trovasse dimora nella sponda opposta». (tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo, p. 940).
Occhiali viola e occhiali blu
E qui riproponiamo la domanda posta alla fine dell’ultimo intervento: «gli uomini riescono a sottoporre la realtà ad una prospettiva di genere, con occhiali blu, come fanno continuamente le donne e il femminismo?» Perché Voltaire rende la tragedia di Jean Calas una “sofferenza universale” e invece le donne rendono qualsiasi tragedia femminile una “sofferenza delle donne”? Perché Voltaire non ha reso la tragedia di Jean Calas un racconto degli uomini contro le donne, come fa continuamente la narrazione storica femminista? Non hanno forse gli uomini motivi per lagnarsi? O forse gli uomini non sanno sottoporre la realtà ad una prospettiva di genere simile e speculare a quella delle donne (prospettiva femminista): non sanno vittimizzare se stessi e colpevolizzare l’altro sesso? Nel prossimo intervento proporrò un esempio pratico di come cambia la percezione del mondo a seconda se vengono indossati occhiali viola od occhiali blu.