Negli ultimi anni si è affermato un clima di ostilità crescente che colpisce non solo alcune categorie sociali e religiose, ma in maniera sistematica e subdola soprattutto gli uomini. In questo quadro si inserisce una deriva ideologica, spesso mascherata da progresso sociale, che eleva la criminalizzazione del maschile a paradigma consolidato. Fenomeni come la recente diffusione dell’odio antisociale, manifestazioni di intolleranza nei luoghi pubblici e universitari – spesso accompagnate da episodi di vera e propria violenza fisica e verbale – rappresentano solo la punta dell’iceberg di una cultura che non trova più spazio per il rapporto costruttivo e pacifico tra uomini e donne.
Non è un caso che il termine “mascolinità tossica” sia stato bollato come hate speech da organismi specializzati nel contrasto dell’odio e dell’ostilità sociale, arrivando alla richiesta concreta di vietarne l’uso nel dibattito pubblico. Tuttavia, paradossalmente, l’eco femminista continua ad utilizzare questa espressione in modo legittimato, alimentando così una discriminazione sotterranea ma costante nei confronti di milioni di uomini. Al tempo stesso, figure pubbliche e prodotti culturali perpetuano — e in alcuni casi glorificano — comportamenti apertamente anti-maschili: pellicole come “I Shot Andy Warhol” vengono ancora oggi celebrate senza una reale riflessione sull’odio di genere veicolato dalle protagoniste femministe, mentre registe e opinioniste esprimono ammirazione per chi, nel loro racconto, combatte il cosiddetto patriarcato con atti di violenza e disprezzo.

L’ostilità ideologica e i suoi effetti sulla dignità maschile
L’atteggiamento crescente di ostilità e di demonizzazione del maschio trova un terreno fertile anche nella politica e nelle università. Si assiste a occupazioni di edifici, scritte offensive, campagne di intimidazione e vandalismo da parte di gruppi che si riconoscono sotto la bandiera del progressismo estremo, i cui bersagli sono spesso uomini bianchi, occidentali o semplicemente non allineati al pensiero dominante. Recentemente, sono state documentate campagne coordinate di violenza, minacce e vere e proprie aggressioni non solo contro le autorità, ma anche ai danni di studenti e professori che osano difendere il valore dell’identità maschile o della cooperazione tra i sessi. Questi episodi non sono incidenti isolati, ma fanno parte di una strategia più ampia volta a spezzare ogni legame di rispetto reciproco tra uomini e donne, sostituendolo con una narrazione di sospetto, astio e conflitto permanente.
Nel clima di odio crescente, anche la comunicazione istituzionale si è fatta complice, omettendo sistematicamente di denunciare gli eccessi femministi e rifiutando di affrontare con equilibrio il tema della dignità maschile. Le cronache ignorano spesso il dramma quotidiano vissuto dagli uomini vittime di false accuse, discriminati nell’accesso ai diritti parentali, ostracizzati nelle dinamiche lavorative e sociali da una retorica che mira alla “depatologizzazione del maschile”. Questa situazione genera un’enorme sofferenza sommersa e spinge sempre più uomini al silenzio, alla rinuncia e all’autoesclusione dalla vita pubblica. È urgente rimettere al centro la promozione di una vera cooperazione tra uomini e donne, fondata sul rispetto e sul riconoscimento reciproco, superando i pregiudizi e le derive ideologiche che hanno avvelenato il confronto negli ultimi decenni. Solo tornando a dare valore all’identità maschile e correggendo le gravi distorsioni sociali create da una certa ideologia potremo costruire una società realmente inclusiva e giusta per tutti.