Il “pensiero magico”, come si è visto nell’intervento precedente, guida la psiche delle donne. Approfondiamo: non è una novità che per la maggior parte delle donne la condizione economica dell’uomo è un fattore importante nella scelta del partner. Studi, sondaggi, confermano che molte donne scartano gli uomini con un reddito inferiore al loro, e un numero significativo dichiara espressamente di non voler sposare un uomo che guadagni meno di loro. Nel matrimonio, difficilmente la moglie si mostra disposta a mantenere volontariamente il marito e i figli, è un compito, ai suoi occhi, che spetta all’uomo di casa. Salvo gli uomini ricchi, il resto degli uomini è costretto a lavorare per mantenersi (e se vuole formare una famiglia e vivere con una donna). Per l’uomo, la possibilità di riprodursi e di crescere dei figli, e quindi di attrarre l’attenzione delle donne, dipende dalla sua capacità di generare risorse, risorse che le donne spesso riescono ad ottenere dagli uomini per il solo fatto di essere donne (anche qui la bellezza conta). In breve, l’uomo sarebbe costretto a investire nella donna se vuole attrarre e mantenere il suo interesse; la donna invece è costretta a investire su se stessa, se vuole attrarre e mantenere l’interesse dell’uomo. Quale uomo s’innamora di una donna brutta potendo innamorarsi di una donna bella? Quale donna s’innamora di un soldato potendo innamorarsi di un generale?
Mi ha sempre meravigliato l’accusa ricorrente che le donne rivolgono agli uomini, di essere attratti dalle caratteristiche esterne, fisiche, più prosaiche e immeritevoli: lo sguardo maschile si fermerebbe unicamente sulla superficie, sul corpo della donna. Al contrario degli uomini, le donne riuscirebbero a vedere la bellezza interiore, le qualità più profonde ed elevate dei loro compagni. Eppure le scelte delle donne sono guidati da valori estetici pressoché in tutti gli ambiti della vita (abiti, arredamento, macchina). Basterebbe pensare agli animali domestici, quante di queste donne scelgono i cani e i gatti per la loro bellezza interiore? Misteriosamente, secondo le stesse donne, l’aspetto estetico non sarebbe fondamentale nella scelta dei compagni e delle amicizie. Se solo in questo ambito specifico le loro scelte non sono guidate dalle prosaiche caratteristiche fisiche, come succede con gli uomini, quali sono allora le nobili ragioni che guidano le scelte femminili? È vero, agli uomini piacciono le belle donne, e non si fanno alcun problema ad ammetterlo. Tutti lo sanno, è vox populi, e gli uomini sono i primi ad ammettere questa forma di pensiero fisso. Invece l’idea che le donne tendono a considerare gli uomini in base alla loro utilità, il successo e il reddito, seppur evidente quanto la prima, fa fatica ad affermarsi in società e ad essere ammessa dalle stesse donne. E qui troviamo l’ennesima conferma delle difficoltà che hanno le donne a fare autocritica.
Un pensiero fittizio per una realtà ideale
Abbiamo già visto, nell’intervento precedente, il concetto della psicologa Pilar Sordo del «pensiero magico» che guida la psiche delle donne, che consiste nella tendenza a costruire interiormente una versione ideale o perfetta di come dovrebbero essere le cose, confrontando poi costantemente la realtà con quell’ideale. A mio avviso, la psicologa tralascia di approfondire un aspetto fondamentale: com’è quella versione ideale o perfetta di come dovrebbero essere le cose? Fatta eccezione dei figli, nel rapporto con gli altri adulti e con gli uomini, in quella versione ideale, le donne mantengono o sono mantenute? Servono gli altri o sono servite (mentalità creditrice)? Proteggono o sono protette? Si sacrificano, fino a dare la vita per qualcun altro, o pretendono che qualcun altro si sacrifichi al posto loro? Credo che su questo punto le fiabe restituiscano una preziosa immagine della versione ideale che domina nella psiche femminile. Nelle fiabe, tutte le Biancaneve e le Cenerentole bramano di essere “emancipate” dai pesanti lavori casalinghi, nessuna dopo aver trovato il principe diventa portinaia, bidella o addetta alle pulizie né si ammazza di lavoro. Le “principesse” non bramano trovare il grande amore, ma il salvatore che liberi loro dal lavoro. Nella Storia, la schiavitù domestica è sempre esistita, e si chiama domestica (domus) perché effettivamente sostituiva le donne di casa nei lavori domestici, nell’economia familiare. Erano le Biancaneve e le Cenerentole di Grecia e di Roma e degli altri popoli antichi a sollecitare ai loro uomini la manodopera da fornire, attraverso l’invasione di altri popoli e l’ottenimento di schiavi. Secondo la storiografia femminista, le donne spartane erano tra quelle più emancipate dell’antichità, in una civiltà dedita alla guerra e dove gli iloti (schiavi) rappresentavano una parte considerevole della società. Donne “emancipate” dal lavoro.
In qualche modo le fiabe riuscirebbero a fornire una spiegazione del motivo – il forte desiderio di non… lavorare – per il quale molte donne proverebbero attrazione per gli uomini violenti. Nelle fiabe le principesse da salvare non si danno pensiero dei rischi che i salvatori dovranno correre né degli ostacoli che dovranno affrontare, né dei nemici che dovranno combattere e uccidere. Le principesse sono preoccupate soltanto dello status del «principe azzurro», ricco e potente. Le principesse delle fiabe si sentono attratte soltanto da un essere superiore, non da un loro pari, o inferiore, soltanto sposando un re o un principe, un faraone o un imperatore, senza che l’età conti più di tanto, possono essere felici, soltanto i ricchi e i potenti possono garantire loro la felicità. In nessuna fiaba le principesse fantasticano di legarsi sentimentalmente a uno schiavo o a un indigente, così come nessun principe fantastica di avere relazioni con donne brutte o anziane. E, come abbiamo già stabilito, le principesse non si preoccupano in che modo il «principe azzurro» abbia ottenuto quel denaro né di come abbia acquisito quel potere, quanti “nemici” abbia dovuto uccidere per raggiungere la sua posizione, se la fortuna derivi dal commercio di schiavi, dallo sfruttamento del lavoro minorile, dal traffico di armi o dalla vendita di eroina, purché ci sia la villa con la piscina.
La fiaba oppressiva del femminismo
Che necessità aveva l’attrice femminista Jane Fonda di legarsi sentimentalmente al multimiliardario Ted Turner, proprietario della CNN? O la scrittrice femminista Margherita Sarfetti, di avere una relazione intima con Benito Mussolini? O la scrittrice argentina femminista Victoria Ocampo, di avere una relazione intima con lo scrittore francese Drieu La Rochelle, fascista e collaborazionista del nazismo? Tutti i criminali di guerra e tutti i dittatori hanno avuto una compagna sentimentale che li sosteneva nei momenti più difficili. Tutti hanno avuto una Eva Braun ad aspettarli, dopo una stancante giornata di crimini commessi. Ai bulli, spavaldi e prepotenti non gira mai così male, circondati spesso da belle donne ansiose delle loro attenzioni. Nelle parole della scrittrice Sylvia Plath, «ogni donna adora un fascista, lo stivale in faccia, il cuore feroce di un bruto come te», sempre che vengano accompagnati da gioielli, vestiti costosi, vacanze esotiche, un conto bancario opulento e una bella villa. Il pensiero sotteso è chiaro: i cattivi non sono mai cattivi quando mettono a disposizione il loro patrimonio. Sarebbe conveniente riflettere sul tipo di uomo che le donne, con i loro gusti e le loro preferenze, promuovono e incoraggiano.
A questo punto non possiamo non notare il curioso parallelismo che esiste tra le Cenerentole delle fiabe e le femministe, e tra i principi azzurri e il Patriarcato. Il desiderio e l’obiettivo delle Cenerentole è conquistare il cuore dell’uomo potente affinché questi condivida con loro il proprio potere. Analogamente, il desiderio e l’obiettivo delle femministe è piegare il patriarcato – in definitiva, l’uomo – affinché questo condivida con loro il proprio potere. Così come accade nelle fiabe, in cui una ragazza povera è vittima del mondo o di circostanze avverse senza alcun controllo su di esse, il femminismo rappresenta tutte le donne parimenti come vittime passive di un mondo sul quale esse non hanno alcun controllo. Tanto le povere ragazze delle fiabe come le femministe non possono ottenere il potere lottando direttamente contro il mondo: lo ottengono indirettamente piegando chi invece ha potere sul mondo (il principe, il politico, l’uomo d’affari, il ricco… insomma, l’uomo). Pertanto, che cos’è il femminismo se non una fiaba di Cenerentole che aspirano a diventare principesse? Ma qui finisce il parallelismo. Mentre le Cenerentole delle fiabe ottengono il potere dell’uomo attraverso l’innamoramento, le femministe, lungi dal voler sedurre l’uomo con la bellezza o con le moine, lo sottomettono a forza di rimproveri. E così come i principi azzurri accorrono a sposare le Cenerentole per farle diventare principesse, così il Patriarcato, guidato dall’istinto del cavaliere e attento ai bisogni delle donne, sposa il femminismo e subisce stoicamente e in silenzio le sue recriminazioni, il suo pensiero, le sue offese e la sua ira.
La visione del “pensiero magico” femminile
Purtroppo tutto questo bel discorso crolla miseramente di fronte alla denuncia femminista che annovera le fiabe, assieme alla cultura, al pensiero, alla scienza, al linguaggio, alla religione, allo stato, ecc., tra quelle strutture e sovrastrutture patriarcali che hanno partecipato alla costruzione della psiche della donna. Se le donne si identificano nelle principesse delle fiabe e bramano il principe azzurro, è perché il Patriarcato, attraverso le fiabe, le ha modellate così. Dunque, se ci fosse qualcosa da biasimare sul comportamento femminile, simile a quello delle principesse nelle fiabe, non sono certo le donne che bisogna rimproverare. Su questo punto bisogna far notare che le fiabe più antiche e celebri si perdono nei tempi dell’antichità. Raccolte e trasmesse a un certo punto della storia da personaggi come Charles Perrault o i fratelli Grimm, nessuno sa chi le abbia inventate. Non sappiamo se gli autori siano stati prevalentemente uomini o donne. Detto questo, quello che possiamo invece affermare, senza il rischio di sbagliare, è chi siano stati i grandi diffusori delle fiabe: le donne, le madri, le nonne, le balie, le bambinaie, le tate, le nutrici… È proprio la storiografia femminista a sostenere (e denunciare) che l’educazione dei bambini e le cure della prima infanzia ricadevano sulle donne. Sono state le donne le grandi divulgatrici delle fiabe nella Storia dell’umanità. L’accusa femminista contro l’universo maschile, previamente accennata, crolla sotto il proprio peso. Resta però il quesito da capire se le fiabe costruiscano la realtà o descrivano la realtà. Le fiabe costruiscono la psiche delle donne o descrivono la psiche delle donne? Io sono del parere che le fiabe sono nate a posteriori, cioè hanno sempre descritto in maniera dettagliata la psiche delle donne, le loro paure, i loro desideri, le loro aspettative, in breve, descrivono quella visione ideale che domina il «pensiero magico» femminile.