Circa un anno e mezzo fa ci eravamo occupati di un DDL contro la prostituzione presentato dall’onorevole Alessandra Maiorino, che aveva come oggetto l’introduzione di sanzioni penali per i clienti delle “lucciole”. La proposta di legge della senatrice in tema di prostituzione si rifaceva al cosiddetto “modello nordico” (o neo-abolizionista) nato in Svezia, che prevede la depenalizzazione di chi si prostituisce e la sanzione penale per il cliente. La tesi politica e filosofica alla base di questa visione è che la prostituzione non sia un lavoro come un altro, ma una forma di sfruttamento e di violenza di genere (che nella narrazione dominante è sempre e soltanto la violenza degli uomini contro le donne). Dal punto di vista della sessualità maschile, questa tesi sostiene che il fenomeno della prostituzione sia un’espressione di potere patriarcale, in cui il corpo femminile viene ridotto a merce di consumo a disposizione del desiderio maschile (la cosiddetta mercificazione).
Le tesi che sorreggono questa iniziativa legislativa poggiano sul consueto dogma femminista: la sessualità maschile, quando si intreccia con lo scambio economico, non sarebbe altro che l’estrinsecazione di un dominio patriarcale, un atto di prevaricazione in cui la donna è sempre e solo vittima di costrizione. Si dipinge un mondo in cui l’uomo, spinto da un desiderio rapace, sfrutterebbe la vulnerabilità femminile per riaffermare il proprio privilegio. Ai tempi argomentammo contro la proposta riflettendo che essa nega l’autodeterminazione femminile: partendo dall’idea che la prostituta sia sempre e solo una vittima priva di agenzia, il modello nordico esprime una visione paternalista, poiché nega che una donna possa scegliere liberamente e consapevolmente di vendere sesso, trattando le donne come soggetti incapaci di autodeterminarsi. Il fatto poi che quasi esclusivamente gli uomini paghino per il sesso dimostrerebbe solo un forte squilibrio nella domanda e nell’offerta, non una posizione di dominio patriarcale, a meno che non si dimostri che alle donne è precluso l’accesso al mondo del lavoro o che gli uomini le costringano esplicitamente a prostituirsi…

Prostituzione e coerenza
L’equiparazione dello scambio commerciale di prestazioni sessuali allo stupro o alla violenza è poi totalmente disancorata dalla realtà. Mancano del tutto elementi oggettivi che possano dotarla di un qualche fondamento, quali potrebbero essere un fenomeno di coercizione contro le donne, una condizione di impossibilità (o estrema difficoltà) per le donne di accedere al mercato del lavoro rispetto agli uomini, una narrazione diffusa o un’azione del legislatore contro le donne che veda un profluvio di limitazioni o discriminazioni (in realtà, con le cosiddette azioni positive dirette solamente verso il genere femminile, ciò che accade è esattamente il contrario). Senza contare che, estendendo il concetto di scambio economico-sessuale alle dinamiche quotidiane, è possibile rilevare che l’uso della sessualità e dell’emotività per ottenere benefici materiali è diffuso e accettato (è sufficiente registrare le aspettative femminili nelle app di incontri – regali, cene, viaggi – e nelle relazioni tradizionali). Vi è poi un paradosso logico e legislativo: se l’obiettivo fosse davvero fermare lo sfruttamento economico derivante dalle relazioni di genere, dovrebbe coerentemente chiedere l’abolizione dell’assegno di mantenimento e di ogni dazione di denaro dall’uomo verso la donna, che invece non viene messo in discussione. Infine, i clienti non sono oppressori privilegiati, ma soggetti che accettano umiliazioni, rischi di truffe e sesso di scarsa qualità esclusivamente per una cronica mancanza di alternative relazionali, in un contesto in cui devono “sottostare costantemente al giudizio altrui”.
Sulla base di queste e altre riflessioni, la conclusione a cui giungemmo è che il vero movente delle posizioni della Maiorino non è la tutela del femminile (e men che meno quello di proteggere le vittime di tratta, per le quali esistono già le leggi contro lo sfruttamento della prostituzione, a cui semmai dovrebbe accompagnarsi una lotta contro le organizzazioni criminali internazionali che gestiscono queste attività) ma un fortissimo pregiudizio contro gli uomini. L’obiettivo, neanche celato più di tanto, sarebbe soggiogare la psiche maschile, indurre sensi di colpa e incrementare ulteriormente il trasferimento di risorse dagli uomini alle donne. Ora, fatta questa premessa sull’antefatto (ovvero le tesi e il DDL dell’onorevole Maiorino), torniamo al suo giudizio sulla prostituzione come mercificazione del corpo femminile: la senatrice ha dichiarato che il suo obiettivo politico, morale e filosofico è quello di smantellare un sistema che vede le donne come “oggetti” di compiacimento per lo sguardo maschile. Oggetti di compiacimento, abbiamo detto. Mere passività esposte al dominio patriarcale e al desiderio rapace degli uomini, che sfruttano i corpi delle donne per riaffermare il proprio privilegio. Tuttavia, spostando lo sguardo dai banchi del Senato ai manifesti elettorali e ai profili social della stessa senatrice, qualcosa non torna. Le fotografie pubbliche della Maiorino sono sistematicamente e pesantemente alterate da filtri digitali, accorgimenti mirati a restituire un’immagine di sé molto più giovane e levigata. Sembrerebbe quasi che la senatrice manipoli artificialmente il proprio aspetto per risultare esteticamente più appetibile e capitalizzare consenso. Come si concilia questa condotta con la presunta statura morale data dalle sue tesi, che condannano senza appello la mercificazione del corpo e l’assoggettamento allo sguardo maschile?
Lotta alla prostituzione oppure odio antimaschile?
La spiegazione è una sola: non esiste nessun dominio maschile nel campo della sessualità e se esiste una mercificazione, uno sfruttamento, questo è quello della psiche e della sessualità maschile, operato dal femminile. Nessuno ha costretto o costringe la Maiorino a usare filtri pesantissimi per risultare più giovane e attraente. È una sua libera scelta (come lo è di mille altre donne). Vanità? Vezzo personale? Strategia di capitalizzazione del consenso? Non lo sappiamo e non ci interessa; probabilmente tutte queste cose insieme. Ciò è possibile in ragione di quella spietata asimmetria che governa il mercato relazionale e sociale. La sessualità e l’attrattività estetica sono una risorsa tipicamente femminile, un vero e proprio capitale che viene quotidianamente impiegato per ottenere vantaggi pratici, economici o, come in questo caso, di visibilità politica. Modificando i propri connotati per apparire più bella e giovane, la Maiorino non fa altro che sfruttare a proprio favore quelle stesse dinamiche di attrazione che, a parole, definisce strumenti di oppressione. Ed emerge proprio qui il doppio standard su cui si fonda l’umiliazione del genere maschile. Da un lato, si pretende di varare leggi per punire l’uomo che – in assenza di alternative e costretto a subire una perenne svalutazione in un contesto in cui la sua sessualità ha mediamente un valore prossimo allo zero – decide di utilizzare il proprio denaro per ottenere un momento di intimità. Dall’altro lato, si legittima l’alterazione digitale della propria offerta estetica per manipolare l’interlocutore e trarne un profitto personale.
In sintesi: all’uomo è vietato per legge impiegare le proprie risorse (il denaro) per colmare uno svantaggio relazionale, pena la gogna penale e l’etichetta di sfruttatore; alla donna è invece pienamente concesso utilizzare risorse artificiali (i filtri) per aumentare il proprio valore di mercato e compiacere quello stesso sguardo maschile che si finge di disprezzare. Tutto questo conferma un punto fondamentale: l’obiettivo di iniziative come il DDL Maiorino non è la tutela delle donne o l’eliminazione dello sfruttamento economico. L’obiettivo è assoggettare la psiche maschile, criminalizzarne i bisogni relazionali e colpevolizzarne il desiderio, mantenendo però intatti – e anzi sfruttando fino in fondo – tutti i vantaggi derivanti dal potere estetico femminile. Si punisce rigidamente la domanda maschile per mantenere un controllo egemonico sull’offerta. Non si tratta di giustizia, ma di un’ennesima razionalizzazione dell’odio verso gli uomini, perpetrata da chi, tra una filippica contro il patriarcato e l’altra, non dimentica mai di accendere l’ultimo ritrovato del ritocco fotografico.