Lindsay Clancy, ex infermiera del Massachusetts e madre di tre bambini, è al centro di un caso di cronaca che ha suscitato grande attenzione negli Stati Uniti e all’estero. Immagino che molti lettori ne siano già a conoscenza, comunque ecco di seguito un breve riassunto della tragica vicenda. Nel gennaio 2023, nella sua abitazione di Duxbury, stato del Massachusetts, Lindsay Clancy uccise i suoi tre figli, Cora, Dawson, e Callan. La madre li strangolò con tre fasce elastiche da ginnastica uno ad uno nel seminterrato di casa. Cora, Dawson e Callan avevano rispettivamente 5 anni, 3 anni, e otto mesi. Poco dopo, Clancy tentò di togliersi la vita e riportò gravi conseguenze fisiche. Prima di agire aveva mandato il padre dei bambini a fare delle commissioni, calcolando il tempo che sarebbe rimasto fuori casa. Secondo il racconto della madre, lei avrebbe sentito una voce «maschile» che le avrebbe comandato di uccidere i figli e di suicidarsi. Ex infermiera di ostetricia, all’epoca dei fatti aveva 33 anni, e aveva alle spalle vari episodi di ricovero e cure farmacologiche, per uscire da pensieri suicidi e insonnia. Durante il processo, la sua difesa ha sostenuto che al momento dei fatti soffrisse di una grave psicosi post-partum e di importanti problemi di salute mentale, mentre l’accusa ha sostenuto la sua responsabilità penale. Il processo, seguito dai media internazionali, si è concluso nel settembre 2026 senza un verdetto unanime della giuria.
La vicenda ha suscitato una forte polemica anche per il sostegno ricevuto da Lindsay Clancy da parte di moltissime donne, sia sui social sia davanti al tribunale. Durante il processo, centinaia di sostenitrici, molte vestite di rosa, si sono presentate davanti al tribunale con messaggi come “She Needed Help” e “Believe”, e hanno manifestato per richiamare l’attenzione sulla psicosi post-partum e sulla necessità di offrire maggiore aiuto alle donne che attraversano gravi problemi di salute mentale dopo il parto, mentre sui social si è sviluppato un forte movimento di sostegno. Questo sostegno ha però suscitato anche forti critiche: per alcuni, queste manifestazioni di solidarietà nei confronti di Clancy fanno dimenticare le vittime e minimizzano la gravità di quanto accaduto; per altri, invece, mettere in risalto la sua condizione psichiatrica non significa giustificare le sue azioni, ma interrogarsi sulle responsabilità della società e del sistema sanitario nel riconoscere e curare tempestivamente situazioni di grave disagio mentale. È proprio questa contrapposizione ad aver trasformato il caso in un ampio dibattito pubblico sulla maternità, sulla salute mentale, sulla responsabilità penale, oltre che sul femminismo e sui valori nella società. Perché, non bisogna dimenticare, nel frattempo Lindsay Clancy è diventata un’icona del femminismo e della lotta delle donne.
Due pesi e due misure.
Per parlare di salute mentale non è necessario vestirsi di rosa. L’esibizione del colore rosa, che molte donne hanno ostentato nei vestiti davanti al Tribunale, è un atto politico, lo stesso colore scelto per la Women’s March (marcia delle donne) a gennaio 2017 negli Stati Uniti, nelle loro manifestazioni contro Trump e per i diritti delle donne. La scelta del colore rosa, come simbolo nella lotta contro il patriarcato, potrebbe stupire e non senza ragione. A lungo il movimento femminista ha respinto il colore rosa per la sua simbologia stereotipata della femminilità: si trattava, a dir loro, di un’altra imposizione patriarcale sulle donne. Oggi spesso viene ostentato come bandiera, affiancato al colore viola, simbolo della libertà e della lotta delle donne. Si tratta, insomma, dell’ennesima contraddizione del femminismo, che decide quando e come una cosa è patriarcale e quando e come, al contrario, non lo è. Sui social molte donne sono state addirittura più esplicite. Alcune hanno denunciato la “misoginia medica” o la “violenza del sistema sanitario” contro le donne, addirittura ipotizzato la responsabilità del padre – alcune tirando in ballo l’astrologia (!?). Certi messaggi di alcune influencer sono stati talmente criticati che sono state costrette a fare dietro front, valga come esempio ciò che è successo in Spagna a Tania Llasera. Sui social Tania aveva espresso empatia e compassione nei confronti di Lindsay Clancy, facendo riferimento all’estremo esaurimento legato alla maternità e ai problemi di salute mentale. Inoltre aveva criticato duramente l’atteggiamento e il comportamento di Patrick, marito di Clancy e padre dei tre bimbi uccisi dalla madre, per una presunta mancanza di coinvolgimento e disuguaglianza nella gestione dei figli: la madre non avrebbe avuto una vita al di fuori dei suoi figli, mentre il marito «andava a fare brunch con i suoi amici, andava a sciare e aveva una vita al di là dell’essere padre». In aggiunta, questo ormai ex marito e ex padre insensibile si sarebbe macchiato della colpa di rifarsi una vita: pochi mesi dopo la tragedia, il marito avrebbe corso una maratona a New York, dopodiché si sarebbe addirittura risposato e sarebbe diventato nuovamente padre. Sommersa dalla critiche, Tania Llasera ha dovuto fare dietro front.
Senza entrare nel merito sul caso di cronaca, penso sia interessante invece fare qualche considerazione sull’immenso interesse che ha generato il caso, soprattutto tra le donne, sulle campagne di solidarietà che sono nate intorno alla figura di Lindsay Clancy, sulle raccolte di fondi organizzate a suo favore (più di un milione di dollari raccolti), sulle numerose lettere di supporto e sulle centinaia e centinaia di donne che hanno in qualche modo giustificato, sostenuto e difeso questa madre omicida. La prima considerazione riguarda l’inversione dei ruoli nei sessi: cosa sarebbe successo se l’omicida fosse stato il padre? Si sarebbero forse uniti gli uomini, come è successo nel caso di Lindsay, per manifestare a favore dell’omicida, per organizzare raccolte fondi milionarie e per incolpare la madre, o un presunto matriarcato, o un sistema oppressivo androfobo, della tragica vicenda? O il padre, l’uomo, sarebbe stato invece dipinto come un “mostro”? In realtà non c’è bisogno di immaginare nulla perché tutto ciò è già successo, purtroppo i casi di cronaca nera di padri (e di madri) che hanno ucciso i figli abbondano. Alcuni casi di padri assassini sono riusciti a sconvolgere la società e sono diventati casi mediatici, come ad esempio il caso di José Bretón in Spagna. José Bretón uccise i suoi due figli, Ruth (6 anni) e José (2 anni), a ottobre 2011. Fu condannato a 40 anni di prigione. Il “mostro”, “il male infinito”, “lo sguardo del diavolo”, e qualificativi simili servirono allora a descrivere l’omicida, e finirono in prima pagina.
La donna è vittima, anche quando è carnefice.
È evidente che esistono due pesi e due misure a seconda del sesso dell’omicida. Quando l’autore è un uomo, le circostanze sociali che lo circondano tendono a scomparire e rimane soltanto la sua responsabilità individuale; quando l’autrice è una donna, accade il contrario: la sua responsabilità individuale tende a scomparire e tutta l’argomentazione ricade, come è successo nel caso di Lindsay, sulla società, sulla maternità, sulla medicina, sugli uomini o sul patriarcato. Quando l’autrice è una donna la società tende a ridurre la sua responsabilità, in linea con il femminismo, che non è mai stato un movimento a favore dell’uguaglianza, bensì un’ideologia che riorganizza la colpa in funzione del sesso. La seconda considerazione riguarda l’individuazione della vittima. Com’è possibile commutare un’omicida in vittima? Bisogna spostare progressivamente l’attenzione dall’assassinio dei tre bambini allo stato emotivo dell’assassina: il suo esaurimento, le difficoltà e le pressioni legate alla maternità, la sua salute mentale e le presunte falle di un sistema che avrebbe dovuto sostenerla e aiutarla. In questo modo, il discorso si sposta dal crimine al contesto, concentrandosi sulle circostanze che lo hanno preceduto e accompagnato. Si tratta di una vera e propria operazione ideologica: la donna violenta finisce per non essere più considerata pienamente responsabile delle proprie azioni, che vengono invece interpretate come il prodotto di un sistema strutturale, di una condizione di oppressione esercitata da un uomo o, più in generale, dalle dinamiche del sistema sociale. In questo modo la carnefice finisce per assumere il ruolo della vittima, mentre le vere vittime — i bambini, Cora, Dawson, e Callan — vengono progressivamente spostate ai margini e scompaiono dal centro della narrazione e del dibattito pubblico.
La terza considerazione riguarda i valori che promuove la società “femminista”. Per farci un’idea possiamo paragonare la vicenda di Lindsay Clancy con un’altra del tutto opposta. Nel 2019, Emma Schols, madre svedese, si trovò ad affrontare un incendio domestico; riuscì comunque a salvare tutti e sei i suoi figli, andando ogni volta su e giù per le scale in fiamme. Rimase però ustionata nel 93% del corpo. Dovette subire diversi e costosi interventi e lunghi ricoveri in ospedale. In nessun momento Emma Schols è diventata un’icona femminista, né centinaia di donne si sono riunite attorno a lei per elogiare il suo comportamento, né i media hanno praticamente parlato di lei. La risposta economica, mediatica e culturale all’eroismo di Emma Schols fu incomparabilmente inferiore a quella ricevuta da Lindsay Clancy. A fronte di oltre 1 milione di dollari raccolti dalle campagne associate a Lindsay Clancy, le campagne di raccolta fondi per aiutare Emma Schols riuscirono a raccogliere appena 42.000 dollari, in un’inversione morale che ci lascia attoniti: la madre che salva i figli viene ignorata, la madre che annienta i figli diventa il centro di interesse e solidarietà. A questo punto, qualsiasi paragone tra i fondi raccolti per Lindsay Clancy e i fondi raccolti da qualsiasi vittima maschile di qualsiasi tragica violenza, in qualsiasi punto della geografia del mondo e in qualsiasi momento, credo sia superfluo, oltre che inutile. Imparagonabile.
Il danno morale del femminismo.
In conclusione, il caso Lindsay Clancy rivela un preoccupante degrado morale nella società, un’alterazione e perversione dell’ordine morale: la donna che ha strangolato i suoi tre figli finisce circondata da mostre di solidarietà, mentre i bambini diventano personaggi secondari della propria stessa morte. La malattia mentale, ma solo quando la perpetratrice è una donna, diventa un alibi per accusare la società. Ciò ha permesso alle donne di identificarsi in un racconto comune di vittimizzazione: la gravidanza, il parto, la maternità, presentate non come una realtà naturale e umana complessa, bensì fondamentalmente come esperienze traumatiche, fardelli insopportabili o persino come forme di oppressione esercitate dalla società patriarcale sulla donna. La donna incinta diventa così vittima della propria gravidanza, in sintonia con il pensiero femminista, anti-materno e anti-famiglia. Un atto di eroismo materno, come quello di Emma Scholz, non può che venire naturalmente snobbato o, nei migliori dei casi, ignorato. Per chi costruisce la propria identità sul risentimento e sulla frustrazione, come fa il pensiero femminista, la condizione di vittima offre una spiegazione di tutti i propri mali, che finiscono sempre per essere attribuiti a qualcosa al di fuori di sé. Il colpevole, quando è donna, diventa così la vittima. I figli, che dovrebbero essere al centro del nostro interesse e di questa tragica storia, sono messi ai margini, sovvertendo l’ordine morale delle cose. L’ideologia femminista ha prodotto nella società un ribaltamento dei valori morali, una società moralmente malata. Non si tratta più di una battaglia culturale: l’umanità di oggi combatte una battaglia spirituale.