Un caso di presunta violenza sessuale avvenuto alla Cornell University di New York nell’ottobre 2024 sta suscitando dibattito e sdegno morale sui media internazionali in questi giorni, dai social a importanti testate italiane sia di informazione, come Radio1Rai, Repubblica o La Stampa, che di cultura e gossip, come Vanity Fair e Cosmopolitan. Mentre le pagine femministe richiamano il #metoo e urlano alla “cultura dello stupro” che infesterebbe tutta la società occidentale, quella cui stiamo assistendo è piuttosto la cultura di un altro tipo di stupro, metaforico: lo stupro dei fatti e della verità. “Cultura” che, ogni volta si presenti un’occasione per dare addosso al “maschio bianco eterosessuale”, si mette automaticamente e ferocemente in moto. Cominciamo dai fatti più recenti: il 18 settembre scorso il New York Post pubblica un’esclusiva su una denuncia da parte di una studentessa anonima della Cornell, che chiameremo “Jane Doe” come vengono tipicamente chiamati i soggetti anonimi nel gergo legale statunitense, anche se la sua identità è di recente stata resa pubblica. Jane denuncia le autorità dell’Università, la confraternita studentesca Chi Phi, e i sette presunti perpetratori, bollati nei social media come i “Cornell seven”, i sette della Cornell. Secondo la versione dei fatti allegata alla denuncia, la sera del 19 ottobre 2024 Jane (che all’epoca ha vent’anni) segue un amico, un altro studente della Cornell, nella sede della confraternita Chi Phi. Si aspetta una tranquilla serata in compagnia, invece si ritrova in un incubo. Prima le viene proposto di fare sesso a tre, lei rifiuta, al che viene costretta a assumere una droga pesante (ketamina) oltre a marijuana e alcoolici, e cominciano gli abusi sessuali. Durante la notte di violenze, che si prolungano fino quasi alle sei del mattino, arrivano altri cinque violentatori che continuano a abusare di lei. Emergono anche alcuni screenshot di una chat di gruppo, che Jane ha in seguito ricevuto da un soggetto anonimo, in cui altri ragazzi della confraternita vengono invitati a approfittarsi della situazione e incoraggiano quelli che stanno perpetrando le violenze.
Se prendiamo per buono questo racconto, senza nessuna ulteriore indagine, “sorellaioticredo”, si può solo concludere che quello che Jane ha subìto è mostruoso e questi sette soggetti sono dei criminali da colpire con la massima pena possibile. E non è nemmeno finita qui. Infatti, Jane aveva denunciato l’accaduto già nel 2024, circa tre settimane dopo i fatti. Ma il procuratore competente, Matthew Van Houten, aveva deciso di archiviare la denuncia; l’Università ha temporaneamente sospeso i sette ragazzi, ma a seguito di una indagine interna conclusa l’anno scorso, ha comminato ad alcuni tra loro sanzioni disciplinari molto leggere, come dover completare dei compiti in più. Fine. Una terribile “vittimizzazione secondaria”, non trovate? Dopo tutto quello che questa povera ragazza ha subìto, vedere anche che il procuratore archivia, l’Università insabbia, nessuno viene arrestato e punito, i mostri se la cavano con un buffetto… Viene davvero da pensare che nei campus statunitensi, e nella società occidentale tutta, viga una “cultura dello stupro”, dove i “maschi bianchi” possono abusare a piacimento delle ragazze, tanto saranno protetti dai loro compagni e dalle autorità patriarcali. E guarda caso è così che la storia viene raccontata nei media. Ad esempio, La Stampa titola il 28 settembre (corsivi nostri qui e nel seguito): «Studentessa stuprata e senza giustizia, esplode il caso della Cornell University – Drogata e abusata da sette appartenenti a una confraternita. Loro se la sono cavata con un compito a casa» e descrive così l’accaduto: «una scena da film dell’orrore: la ragazza viene costretta a bere e a sniffare ketamina, viene stuprata per ore e il suo corpo usato come appoggio per consumare droghe, e mentre è incosciente uno dei ragazzi del branco manda un messaggio al gruppo Snapchat chiamato “Chi Phi Actives” con scritto “free pussy upstairs“, un invito ad altri maschi a unirsi al divertimento nell’approfittarsi di lei». Radio1Rai titola «Stupro di gruppo in un campus, riaperta l’indagine dopo due anni» e nella descrizione si legge: «I procuratori dello stato di New York hanno annunciato la riapertura delle indagini su uno stupro di gruppo avvenuto due anni fa» (similmente La 27ora del Corriere, Repubblica e altre testate). Tutto viene dato per certo, acclarato.

Il caso della Cornell secondo i media e le femministe.
Ma, prima osservazione: stiamo parlando di una denuncia e della riapertura di indagini (nemmeno è partito un processo!) su una vicenda sulla quale c’era già stata un’archiviazione di due anni fa – non di sentenze definitive. Va bene, mi si risponderà, ma “sorellaioticredo”, bisogna credere alle vittime, questa ha ripetuto perfino la sua denuncia una seconda volta, prendiamo per buona la sua testimonianza… in fondo “che motivo avrebbe di mentire?”. La stessa certezza assoluta, ma con toni ben più feroci, si legge nelle pagine femministe sui social media, accompagnata dalle solite interpretazioni in termini di “strutture di potere” che opprimerebbero le donne in modo “sistemico”. Scrive ad esempio questa pagina: «Nel 2024, sette studenti della Cornell University hanno fatto bere e drogato una ragazza per poi abusare di lei». Una nota scrittrice femminista e influencer titola così il suo post: «Cultura dello stupro e impunità di classe: il caso della Cornell University», e nella sua descrizione del caso leggiamo «dopo averla stordita con i superalcolici, due giovani della confraternita le fanno assumere ketamina e la sottopongono con forza a uno stupro … Quella notte saranno in tutto sette studenti della Cornell a violentarla per ore … L’8 novembre successivo la giovane decide di denunciare. La polizia non porterà avanti il procedimento, senza peraltro mai contattare, sentire o avvicinare la denunciante».
Poi arriva il catechismo apocalittico sulla “cultura dello stupro”: «La cultura dello stupro è talmente vasta, talmente radicata, talmente stratificata che a volte sembra impossibile sfuggirne … leggi, regole, regolamenti, sentenze, indagini insabbiate, colpevolizzazioni delle vittime, cameratismo, riduzione dello stupro a barzelletta da condividere con i propri pari, sono i pilastri di un sistema che nasce per consentire agli uomini di poter stuprare le donne e di uscirne puliti e senza conseguenze … Quello che è successo alla Cornell non è un caso eccezionale. Siamo amaramente abituate a vedere azioni di questo tipo in tutto l’Occidente». A parte il fatto che non si capisce bene di quali “leggi, regole, sentenze” parli – nessuna legge nei paesi occidentali incita o condona la violenza sessuale, anzi è severamente punita, e nel caso specifico ancora non c’è stato neanche il processo, figurarsi una “sentenza”. Ma, seconda osservazione: se “non è un caso eccezionale” e siamo “abituati” a vedere cose del genere continuamente e dovunque, com’è che tutti fanno post e articoli su un presunto caso di due anni fa e dall’altra parte dell’oceano? Ci sarà bene un caso avvenuto ieri, l’altroieri sotto casa, all’Università più vicina, su cui costruire questi discorsi e questi ragionamenti, no?… Ovviamente no: i casi con questo ideale “copione” e tutti gli elementi necessari presenti – uso di alcool, droghe, molteplici presunti perpetratori, denunce che non vanno in porto, e commenti beceri su chat di gruppo – sono piuttosto rari (pure prescindendo dall’esito giudiziario finale). Perciò, ogni volta che ne capita uno, queste ci si avventano sopra come avvoltoi: fosse anche in Australia o a Timbuktu. Ma guarda caso, quasi sempre qualcun altro capitalizza questo sentimento per pretendere riforme legislative restrittive e/o utili a rafforzare l’ideologia e il potere della lobby dell'”antiviolenza”.

Due versioni completamente diverse tra loro.
Aprite un social media, cercate “Cornell” e “stupro” o “rape”, e troverete dozzine di post, ma anche di dichiarazioni sguaiate di personaggi come attori, musicisti e politici (ad es. Alexandria Ocasio-Cortez), tutte con le stesse caratteristiche: certezza assoluta, nessuna contestualizzazione, pipponi sulla “cultura dello stupro”, sul sistema di potere “sistemico e strutturale” che “rivittimizza” le vittime, “insabbia” le violenze e “protegge” i perpetratori, e ovviamente, la colpevolizzazione di tutti gli uomini (bianchi etero). Alcune influencer più sensibili piangono per la povera Jane Doe e per la paura di poter subire la stessa sorte, con lo slogan diventato virale “I am Jane Doe“, “io sono Jane Doe”; altre, più combattive, invocano la castrazione o la pena di morte per i sette ragazzi. Molti si affrettano a “sbattere il mostro in prima pagina”, con i volti e i nomi dei presunti mostri. Ci sono post e vignette dove i sette vengono minacciati di morte, ad es. con lo slogan “Dead men don’t rape“, “gli uomini morti non stuprano”; e ci sono perfino molteplici siti dedicati a raccogliere elementi sul caso e contro gli “stupratori” (uno di questi siti è stato aperto da uno degli autori della celeberrima serie “South Park”). Ma cosa è accaduto realmente due anni fa alla Cornell? Non nella sede della confraternita Chi Phi: quello, con certezza assoluta, lo possono sapere solo coloro che furono presenti. Parlo invece di ciò che accadde negli uffici della polizia del campus, e in quello del procuratore. Abbiamo visto che, nella ricostruzione che va per la maggiore, il procuratore Van Houten, basandosi sul rapporto degli ufficiali di polizia (esteso “senza neppure contattare o sentire la denunciante”, dicono!), nel 2024 archivia il caso e i ragazzi se la cavano tutto sommato con poco. Quindi perché adesso viene riaperta un’indagine? Cosa è cambiato? Jane è sempre la stessa. L’Università e la confraternita anche. Il procuratore è lo stesso, Van Houten. E i fatti pur… beh no, i fatti no: la versione fornita da Jane al tempo è molto diversa da quella fornita di recente, e ribalta l’intero scenario.
Van Houten, in una dichiarazione ufficiale emessa lo scorso 28 settembre – per difendersi dalla valanga di telefonate di offese e minacce che inonda il suo ufficio da quando la vicenda è diventata di dominio pubblico –, spiega che il caso nel novembre 2024 fu archiviato perché dal racconto di Jane fornito al tempo, l’intera condotta della ragazza emerge come «volontaria, consapevole e consensuale». Secondo la versione del 2024, infatti, Jane segue l’amico dopo aver già assunto alcool altrove (ma valutando la propria ebbrezza in quel momento come «un livello di 5 su 10»). Acconsente alle profferte del ragazzo perché attratta da lui, stavano infatti “messaggiando” e flirtando da almeno una settimana. Poi acconsente anche all’offerta di fare sesso a tre, perché «eccitata all’idea di farlo con due ragazzi insieme, vuol dire che devono essere gay» (una fantasia intrattenuta da molte donne). Descrive di aver esplicitamente e ripetutamente acconsentito sia all’assunzione di altro alcool e sostanze, sia agli atti sessuali, mentre ogni volta che ha detto “no” a una proposta specifica, ad es. quella di allargare il trio ad un quartetto, i ragazzi si sono sempre fermati rispettando i limiti da lei imposti. Testimonia che i due erano pure messi peggio di lei quanto a intossicazione da sostanze: in un momento della serata, uno si addormenta, l’altro si sente male e sta per vomitare, ed è proprio lei, evidentemente più lucida, a far loro da “infermiera” e controllare che stiano bene. (Ci fossero state tremende violenze sotto minaccia o sotto coercizione fisica, questo sarebbe stato un ottimo momento per fuggire! E invece no.) Quanto agli altri cinque “mostri”, la loro partecipazione agli atti sessuali è descritta come molto più limitata (solo sesso orale oppure solo baci, petting) o addirittura limitata esclusivamente a qualche commento sulla famigerata chat di gruppo della confraternita: come per Scott Kretzschmar, che sarebbe stato semplicemente alcuni minuti nella stanza, senza mai neanche toccare la ragazza, né vederla nuda o in qualche tipo di difficoltà, e senza assumere sostanze, ma ora si vede sbattuto in prima pagina come uno dei “sette stupratori della Cornell”.