Basta sfogliare le pagine di cronaca per assistere all’ennesima farsa giudiziaria tutta italiana, dove a un genere solo è concessa l’impunità o la semi-impunità. “Socialmente pericolosa ma non imputabile”: ecco la vicenda emblematica di Monia Bortolotti, protagonista indiscussa del surreale. Due figli uccisi a distanza di un anno, dettagli da film horror che, se solo il colpevole avesse avuto la barba, avrebbero incenerito intere prime pagine e salotti televisivi con fiaccolate, guru psicologi e commissari morali a tuonare senza pietà. Ma qui il copione si ribalta: Monia è madre, dunque incapace di intendere e di volere, assolta e “riabilitata”. Nessuno che si chieda come sarebbe andata a ruoli invertiti: titoli a caratteri cubitali, processi mediatici interminabili e il solito tormentone del “mostro da sbattere in prima pagina”. In questo caso, però, la società sospira, i riflettori si affievoliscono e la notizia si consuma in qualche trafiletto: ne parla il Giorno quasi avesse paura di rovinarsi la reputazione raccontando troppo.
Il doppio standard si fa ancora più sfacciato quando si guarda alla recente cronaca di Cassino: una donna falcia un minore sulle strisce pedonali e poi scappa senza soccorrere, ma il racconto pubblico sminuisce rapidamente i fatti. Nessun corteo di orsacchiotti, nessuna campagna dal taglio femminista: semplicemente, “può capitare”. Se il responsabile fosse stato un uomo, il giudizio sarebbe stato feroce, la gogna mediatica assicurata. Invece, la minimizzazione, così simile all’impunità, è la regola: chi scrive i titoli preferisce l’ironia impalpabile al rigore morale, e il reato diventa un piccolo inciampo, una fatalità più che un crimine. La notizia svanisce senza lasciare traccia nella coscienza collettiva.

Impunità e indulgenza: i media coccolano la carnefice se è donna
Non si può ignorare, poi, il teatrino imbastito attorno alle cosiddette “maestre vivaci”. Persino nei casi di maltrattamento su minori, la narrazione dominante trova il modo di addolcire la pillola e di concedere attenuanti. Una recente vicenda balzata agli onori delle cronache parla di una maestra accusata di violenze verbali e fisiche, ma protetta dal rassicurante cliché della “povera visionaria” incompresa dal sistema: sindrome di Calimero 2.0, la chiamano, con un sarcasmo strisciante che nasconde la reale gravità dei fatti. La narrativa si costruisce sempre così: vittime marginalizzate e carnefice in primo piano, coccolata dalle attenuanti sociali e psicologiche di rito. I dettagli sono impietosi: bambini sullo sfondo, maestra e madre in primo piano. Ancora una volta si trasforma una violenza reale in una svista trascurabile, figlia più della sfortuna che della responsabilità.
Quanto tempo dovremo ancora sopportare questa farsa? Perché il reato commesso da una donna perde di gravità agli occhi dell’opinione pubblica e dei tribunali? E soprattutto: perché la difesa degli innocenti si spegne, insieme all’indignazione, quando la colpevole indossa la gonna? È ora di smascherare l’ipocrisia di una narrazione tossica che dipinge le donne sempre e solo come vittime, ignorando scientificamente il dolore e la giustizia negati agli uomini e ai più fragili. Se davvero vogliamo parlare di parità, il primo passo sarebbe restituire onestà ai fatti e chiedere conto alle cronache, ai tribunali e all’opinione pubblica: basta sconti, basta indulgenze. L’uguaglianza non è un optional, è una verità da ristabilire ogni giorno, anche (e soprattutto) quando la carnefice ha la gonna.