C’è chi per vendetta, chi per rabbia, chi semplicemente perché può: il copione delle false accuse per la demolizione dell’uomo in Italia non ha bisogno di registi, funziona da solo. Bastano poche battute per mettere un uomo alla gogna, il tempo di una denuncia e il processo mediatico parte in quarta. Prendiamo l’incredibile parabola di un imprenditore manduriano: una semplice lite domestica, la moglie sbatte la porta e se ne va con i figli. Torna dopo qualche giorno, trova la serratura chiusa dall’interno (incredibile!) e si precipita dalle forze dell’ordine a denunciare l’ignobile abbandono. Risultato? Sette anni di processo, montagne di carte bollate, costi legali e il solito monumento all’assurdo: “non era vero niente”, confesserà poi la diretta interessata. Nel mentre, il presunto orco aveva continuato regolarmente a mantenere i figli e perfino lasciato carta di credito cointestata. Ma si sa: il Codice Rosso è più veloce di un fulmine e a farne le spese sono sempre i soliti noti, sempre uomini.
Altro giro, altra demolizione. Cambiano i protagonisti, non la regia. Questa volta un minorenne finisce al centro del ciclone, trascinato a giudizio per presunte percosse e minacce dalla ex fidanzata e da sua madre. L’accusa fa scena, il processo pure: assolto, “perché il fatto non sussiste”, parola del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria. Ovviamente la denuncia resta buona buona nella statistica ufficiale della “violenza di genere”. Chi potrà mai smantellare questa narrazione edificante e autosufficiente, alimentata dal mantra “dalla parte delle donne sempre e comunque”, indipendentemente dalle prove? Nulla importa se si fa a pezzi la reputazione e la vita di un ragazzo, l’importante è aumentare il contatore. Non serve scavare troppo per trovare l’ennesima perla: la psicoterapeuta che accusa il paziente di stalking, perché troppo attratto (evidentemente una nuova patologia da manuale diagnostico). Scattano le manette e il processo va avanti fino all’inevitabile assoluzione (qui la cronaca). Il solito film: si parte dai sospetti, si arriva alla richiesta di condanna, ma alla fine nulla resta, tranne l’odore acre di un’accusa che ti marchia comunque a fuoco. Pattern ricorrente? Sì, uno solo: le accuse false si moltiplicano, le assoluzioni non fanno rumore, le vite rovinate nemmeno. Perché tanto, alla fine, basta la parola.
Statistiche gonfiate e processi-farsa: la demolizione della reputazione maschile
Nel fantastico teatro della “giustizia di genere”, la parola magica è sempre la stessa: accusa. Basta uno schiocco di dita e il castello delle certezze crolla, ma guai a parlare di “false accuse” altrimenti ci si vede subito affibbiare l’etichetta di negazionista misogino. Prendiamo il copione visto e rivisto: ex compagna che accusa, uomo sbattuto nel tritacarne mediatico, pubblica impiccagione e demolizione anticipata su titoli di giornale, e via di Codice Rosso. Poi magari dopo mesi, anzi, anni, si scopre che la narrazione si reggeva solo sulla suggestione di chi gridava al mostro prima ancora di aprire fascicoli e prove. E non serve scomodare retroscena incredibili, la cronaca offre episodi da manuale. Un esempio? L’avvocato Luigi Sauro, dopo l’assoluzione piena del suo assistito dall’accusa di atti persecutori, parla di “un castello di falsità e suggestioni che hanno distrutto la vita del mio assistito”. Qual era il mostruoso reato? Tentativo (fallito) di baciare la ex compagna. Nelle statistiche della “violenza di genere”, questo episodio segna un bel doppio +1 – sia per stalking sia per violenza sessuale. Un moltiplicatore statistico che farebbe impallidire chi analizza i dati con onestà intellettuale. Ma del resto, come potrebbero i feroci cori “femminuccisti” rinunciare a nuove “sorelle sopravvissute”?
Poi c’è il campione dei titoloni fuorvianti, tipo: “Maltratta la moglie e la minaccia con il coltello. Arriva l’assoluzione“. Prendi la storia del marito accusato di maltrattamenti, lesioni e rapina (arresto in pompa magna e detenzione preventiva). In aula, la sedicente vittima cambia versione e ritratta tutto. Risultato: assoluzione da un collegio tutto al femminile e scarcerazione. Ma chi si informa solo leggendo i titoli, resta convinto che “un uomo violento abbia evitato la galera”, mentre la realtà è ben diversa. Et voilà: sette mesi in carcere sulla base di una narrazione che regge solo finché la “vittima” conferma il copione. Le indagini difensive? Mistero. Le prove? Omissis. Ma i “geniali” investigatori avevano già imbastito una storia perfetta per la sceneggiatura della paura: coltello alla gola, tentato lancio dalla finestra, schiaffi e minacce. Poi basta un colpo di scena e tutto sfuma, senza nemmeno la decenza di spiegare come si sia arrivati a tanto. Nel frattempo, nella grande saga della “tutela delle vittime”, chi tutela dalla demolizione chi è accusato a vuoto? Ma forse la risposta non la vogliamo proprio sentire.