La donna violenta è assolta a prescindere, se capita che ne parlino i media. Esempio: aggressioni a calci e pugni, minacce di morte, violenze psicologiche ripetute contro marito e figlia. Scene che, a parti invertite, sarebbero il pane quotidiano dei titoloni allarmisti sulla “piaga della violenza maschile”. Invece qui la carnefice è donna, la vittima è uomo e la cronaca assume toni ovattati, quasi a giustificare. Eppure il verdetto arriva, anche se sussurrato: 2 anni, pena sospesa per maltrattamenti in famiglia. Quasi a premiare la “scorza fragile” della signora, come se le sue botte valessero meno. Il copione è quello già visto e rivisto: la donna agisce, l’uomo soccombe, ma a pagare resta sempre il secondo, anche sul piano della credibilità e della dignità.
Ma la violenza femminile non si limita certo a qualche “innocente” ceffone, come la narrazione dominante vuole farci intendere. Il caso di Colceresa (Vicenza) è lampante: trentaduenne alterata dall’alcol, un coltello con una lama di 22 centimetri e un uomo anziano finito all’ospedale con una ferita profonda all’addome. Il movente? Gelosia, invidia, ipotesi di una battuta di troppo. Niente di certo, ma quanto basta per giustificare a prescindere una furia tale da lasciare un uomo riverso in una pozza di sangue. Pensate che qualcuno proporrà rieducazione o centri dedicati per lei, come si fa quando il carnefice ha il cromosoma XY?

Dai coltelli al commando domestico: una cronaca sminuita a prescindere
Pattern ricorrente: il coltello facile. Non una, ma almeno due volte una donna decide di risolvere le proprie questioni sentimentali passando alle vie di fatto con l’arma bianca. A Salussola, la signora viene solo denunciata per lesioni gravi, pur avendo già precedenti simili (qui i dettagli). Misure cautelari? Solo per gli uomini, evidentemente. Meglio lasciarla libera di continuare, no? Tanto, in questi casi, la tentazione di minimizzare è irresistibile: non poteva essere tentato omicidio, giusto una coltellatina fra ex. Nel frattempo c’è chi dice che la violenza abbia sesso unico e che, quando tocca alle donne impazzire, sia sempre e a prescindere colpa dell’ambiente, dello stress, dei traumi subiti. Così, quando una donna evade dagli arresti domiciliari pur di perseguitare un’intera famiglia – marito, moglie e pure il figlio – la cronaca minimizza con “ripetute e documentate trasgressioni” (link). D’altronde, c’è sempre una giustificazione pronta: la signora è convinta che il bambino sia figlio suo, “nato da materiale biologico a lei indebitamente asportato”. Situazioni palesemente patologiche che vengono trattate come incidenti isolati, mai come segnali di un problema sistemico.
Decenni di persecuzioni non bastano a scalfire la corazza dell’indifferenza pubblica. A Cremona, una famiglia e il vicinato intero si trascinano dietro il peso di quarant’anni di atti persecutori compiuti dalla signora della porta accanto. Denunce a raffica, carabinieri chiamati per allarmi mai esistiti, persino insetticida spruzzato in faccia a un altro vicino. Ma qui l’opinione mediatica si accontenta di chiudere con la battuta: “eh, sono uomini patriarcali da rieducare”. Perché di fronte alla violenza femminile, il maschio deve sempre e a prescindere dimostrare che, sotto sotto, se l’è meritata. Cambia la provincia, ma il copione è sempre identico. A Montebelluna, una relazione che si conclude a causa della gelosia e della rabbia distruttiva della compagna non trova soluzione pacifica: per tre anni l’uomo subisce minacce, stalking, appostamenti e aggressioni fisiche, fino alle percosse e ai graffi in faccia. Solo allora, dopo anni di silenzi e minimizzazioni, si arriva davanti a un giudice. Nel frattempo, sempre il mantra bislacco dei centri antiviolenza, purché per lei, mai per lui. L’invasione domestica modello commando chiude il quadro: ad Arezzo, una donna dopo i tanti “plurimi ammonimenti” spacca le finestre e si introduce in casa dell’ex marito, e viene arrestata per stalking. Il trend è sempre quello: violenza minimizzata, uomini lasciati soli, donne incensate a prescindere – e le istituzioni che fanno spallucce. Cambiano i volti, cambiano le città, ma la narrazione resta intatta. E allora, quante storie serviranno ancora perché qualcuno abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà?