In Italia il “Codice Rosso” lampeggia solo in una direzione: basta la parola “mi sento minacciata” e la macchina della giustizia scatta come un vigilante ipercinetico a senso unico. Prendiamo il caso di Varcaturo: qui la sedicente vittima racconta minacce, appostamenti, aggressioni. Il risultato? Carcere per lui, neanche il contentino del braccialetto elettronico. Peccato che poi, aprendo il vaso di Pandora dei messaggi WhatsApp, la verità salti fuori come un pugno in faccia: era la presunta vittima a intimidire, mentre l’uomo chiedeva pure un rimborso per il dente spaccato (da lei). Altro che presunzione d’innocenza: qui si parte dalla colpevolezza per diritto di cromosoma.
Cambia la città ma non la musica. A Palestrina va in scena l’ennesimo teatrino giudiziario. Qui la denuncia parte tre anni dopo le presunte violenze—con la comoda memoria che, vuoi vedere il caso, si risveglia a tempo debito. Narrazione così perfetta da sembrare scritta da un autore di soap opera: offese, botte, tentativi di strangolamento e un clima psicologico da fiction di seconda serata. Dopo anni di processo, la corte (interamente femminile!) deve dichiarare l’uomo innocente con formula piena, sbugiardando la ricostruzione della Procura e l’uso persecutorio del “Codice Rosso”. Cinque anni all’aria, senza nessuna giustizia per chi ha subito la gogna, mentre le false accuse dilagano.

“Codice Rosso”: la strada per un calvario senza fine
Prendiamo il manuale di sopravvivenza per uomini in Italia: “Basta una parola e sei fottuto”. Nel paese dove la parola d’ordine è “Believe women”, la carriera di un uomo, la sua famiglia e persino la sua esistenza vengono annullate in automatico appena scatta la denuncia da “Codice Rosso”. Altro che presunzione d’innocenza: il vero peccato originale è nascere con un cromosoma Y. Non serve scomodare trattati sociologici o fantasiose statistiche internazionali. Basta scorrere la cronaca giudiziaria. Ecco il caso di Agrigento: ex compagna accusa di maltrattamenti, stalking e pure violenza sessuale. Scattano misure cautelari, partono i talk show, la “vittima” si costituisce parte civile. Sette anni di calvario e, alla fine, persino il pubblico ministero ammette: “il fatto non sussiste”. Solita assoluzione, con tanto di danni a senso unico.
Il copione si ripete nell’assurdità più totale. Stavolta la roulette russa si gioca su un’accusa di molestie sessuali fatta da una nipotina. Primo grado: condanna per l’uomo. Ma in appello c’è chi osa fare il lavoro vero e valuta la ragazza ora maggiorenne come “scarsamente attendibile sotto il profilo psicologico/psichiatrico”: condanna annullata, “il fatto non sussiste”. Sette anni buttati, a norma di codice. E per la ciliegina sulla torta, l’investigatore privato: accusato di stalking dalla ex moglie perché “si percepiva” vittima. In realtà lui controllava le figlie, ma tanto basta per trascinarlo nella gogna: anni persi, reputazione polverizzata, poi assoluzione tombale. Nessuno chiede scusa, nessuno paga. L’unico pattern costante è la condanna automatica, la sacralità delle accuse e la tardiva—quanto inutile—assoluzione, lasciando l’uomo solo fra le macerie della sua vita.