La Fionda

Credibilità dell’accusatrice: la chiave di volta per una giustizia equa

Parliamo di credibilità dell’accusa. Nel fare il nostro screening domenicale alla ricerca dei sempre numerosissimi casi di false accuse, ci siamo imbattuti in questo interessantissimo articolo, dove si dà notizia di una sentenza di Cassazione su cui ha senso fare qualche riflessione. Gli ermellini erano stati chiamati a giudicare il caso di una persona (si capisce dal contesto che è una donna) che ha sottoposto un uomo all’accusa di minacce per ben due volte, in primo e secondo grado. Essendo stato l’uomo assolto in entrambi i casi, la donna, tramite il suo avvocato, ha deciso di ricorrere in Cassazione, la quale però, nel rigettare il ricorso, ha confermato l’innocenza dell’accusato. Motivo della sentenza: se i giudici di merito, ovvero di primo e secondo grado, hanno già valutato l’attendibilità della presunta persona offesa come non sufficiente a sostenere l’accusa, la Corte di Cassazione non può riesaminare i fatti. Non è il suo compito entrare nel merito e dunque gli esiti dei due gradi di giudizio restano immutati: innocente. Non c’è stata alcuna minaccia e la signora deve mettersi il cuore in pace, insieme alla sua speranza di spillare un po’ di soldi al malcapitato, visto che non aveva esitato a costituirsi parte civile.

Nel primo giudizio davanti al Giudice di Pace, il magistrato non aveva avuto dubbi: la testimonianza della persona offesa, che lamentava di aver ricevuto frasi intimidatorie dall’accusato, era apparsa contraddittoria e poco credibile. A riprova: un’altra testimone aveva smentito recisamente la sua versione, dandone una più credibile e riscontrabile. Stessa cosa accade poi in Appello, ma l’avvocato della persona offesa non ci sta e sostiene in Cassazione che “basta la parola” per provare una colpevolezza, senza bisogno di riscontri ulteriori. Tipica argomentazione femminista, stroncata dalla Cassazione: sebbene per legge la testimonianza della presunta vittima possa da sola fondare una condanna, il giudice deve comunque (sempre per legge) valutarne la credibilità con estremo rigore e, al minimo dubbio, assolvere. Perché nel dubbio la nostra giurisprudenza preferisce mandare libero un possibile colpevole piuttosto che condannare un innocente. Una conquista della civiltà e del diritto ottenuta dopo secoli di elaborazioni teoriche e battaglie per la giustizia che hanno anche fatto diverse vittime tra i nostri progenitori.

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La credibilità come veicolo verso la verità

Riconoscerete in questa vicenda l’attrito tipico che si verifica tra la formula femminista “believe woman”, quel concetto per cui l’accusa di una donna va creduta senza se e senza ma, e deve necessariamente portare a una condanna dell’accusato, senza troppe storie o quelle sciocchezze tipo “i diritti dell’imputato”. Su questa vulgata hanno costruito intere carriere magistrati (pensiamo a Francesco Menditto o Fabio Roia), politici (la lista sarebbe interminabile…) e attiviste. Ma è una vulgata falsa, atta a sostenere al massimo le false accuse e la narrazione che criminalizza gli uomini, vittimizzando le donne, con tutti gli interessi economici e politici che vi ruotano attorno. Oltre che falsa, è anche dannosa, perché scardina uno dei principi fondamentali del diritto italiano e, se si vuole, occidentale: la colpevolezza dev’essere oltre ogni ragionevole dubbio e se dubbio c’è, allora va a favore dell’accusato, perché è meglio un colpevole libero che un innocente condannato. Ed è meglio perché la logica contraria è un’aberrazione che ha storicamente caratterizzato i regimi totalitari più sanguinari e feroci (per chi volesse approfondire, può anche bastare il semplice lemma della Wikipedia sulle “purghe staliniane“.

Ora, se vi è chiara (e se condividete) la parte che abbiamo messo in corsivo qui sopra, non dovrebbe stupirvi, come invece stupisce e indigna ogni brava femminista, che durante i processi per violenza sessuale i giudici (e gli avvocati difensori) facciano domande particolarmente approfondite alle accusatrici. Di base, basta la loro parola per condannare un uomo, è vero, purché (dice la legge e conferma la Cassazione) esse siano credibili. E l’unico modo per verificarne la credibilità, cioè evitare di mandare un innocente, magari oggetto di una delle innumerevoli false accuse, in carcere, è fare delle domande. Anche scomode. Anche invasive. Le domande fatte all’accusatrice sul vestiario, sui trascorsi affettivi o sessuali, sul suo atteggiamento durante la serata in cui sarebbe avvenuto il fattaccio, non sono soltanto legittime ma sacrosante, perché servono, a misurare la credibilità della denunciante, per quanto antipatiche possano essere. Posto che i tribunali non sono certo luoghi dove si dispiega la simpatia umana. Se la vittima è una ragazza che, vestita normalmente, con una vita regolare, di ritorno dal lavoro, viene messa al muro da un bruto, è molto probabile che la sua parola abbia un’alta credibilità. Se è una frequentatrice di feste e festini e quella sera come intimo indossava solo un plug anale che non ha avuto remore a mostrare al tizio che poi si è portata a letto, magari dopo una sana bevuta, la sua parola ha una credibilità piuttosto traballante. Per capirlo serve fare delle domande, che le femministe chiamano “vittimizzazione secondaria”, mentre le persone normali (e la Cassazione) chiamano ricerca della verità.



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