Codice d’onore (A Few Good Men) è un film drammatico del 1992 capace di suscitare interrogativi profondi sui differenti mondi morali di uomini e donne. Protagonisti: Tom Cruise, Jack Nicholson e Demi Moore; candidato al premio Oscar per il Miglior Film. La trama, un avvocato della Marina (Tom Cruise, aiutato da Demi Moore e Kevin Pollak) cerca di dimostrare che due Marine, accusati di aver picchiato un compagno a morte, seguivano gli ordini del loro comandante (Jack Nicholson). C’è nel film un dialogo straordinario, molto significativo sul modo diverso di leggere il mondo che hanno uomini e donne. Ad un certo punto Demi Moore chiede al personaggio interpretato da Kevin Pollak, a proposito dei due Marine imputati: «Perché li odi così tanto?». Pollak risponde infuriato: «Hanno massacrato un debole, ecco che hanno fatto. Hanno torturato e perseguitato un ragazzo più debole, … perché non riusciva a correre più veloce». Ma non finisce qui. Subito dopo Pollack rigira la domanda alla capitano di corvetta: «tu invece perché li ami tanto?». Demi Moore risponde: «Perché stanno in cima a un muro e dicono: “nessuno ti farà male stanotte, ci sono io qui di guardia”».
Da questo breve scambio di parole vengono fuori due mondi diversi, e verità inquietanti. È vero quello che sostiene Pollak, talvolta gli uomini fanno cose terribili, e sono loro più spesso delle donne a commetterle se implicano violenza fisica. Ma è anche vero che spesso sono pure loro quelli che proteggono il muro, tra i soldati o tra i pompieri, sono loro quelli che si inabissano al riscatto di minatori o per estrarre bambini caduti nelle cavità o nei crepacci, sono loro che si sacrificano secondo il motto dei Soccorritori Marittimi della Guardia Costiera degli Stati Uniti: “so others may live” (affinché gli altri possano vivere!). Come alcuni lettori già sanno, sono di origine spagnola. Nel mio paese, durante le fiestas locali ci sono molto spesso i tori, nelle plazas o per le strade. Sugli spalti, sui balconi o sotto i portici dietro le protezioni, un pubblico di uomini e donne. Quando il toro prende qualcuno, tra il pubblico non sono le donne che si buttano a salvarlo, sono sistematicamente uomini. Uomini, forse scellerati, ma anche gli unici eroi. Le donne rimangono a guardare. E questo avviene da quando ne ho memoria. Ma, al di là di questa inquietante verità sull’uomo, che cammina su un filo sottile tra lo sciagurato e l’eroe, c’è un altro aspetto ancora più significativo che emerge dal dialogo: due visioni e giudizi del mondo in contrasto. Il giudizio morale di Pollak è perentorio, gli uomini non se la prendono con i più deboli, l’abuso lo fa indignare profondamente.
Il sacrificio degli uomini per la protezione dei più deboli.
Pollak si fa portavoce dello spirito del cavaliere: è nel DNA maschile proteggere i più deboli. Non ci sono scusanti né attenuanti. Un giudizio severissimo dell’uomo sull’uomo – è molto probabile che il giudizio sarebbe stato diverso se a commettere l’abuso fosse stata una donna. Ma il giudizio morale della Moore è diverso, sono completamente spariti dal radar del giudizio tanto il concetto di “debolezza” quanto quello di “vittima”. Nel suo immaginario non esiste più il codice del cavaliere. Il giudizio è focalizzato sulla (sua) sicurezza, concetto che a Pollak non era nemmeno balenato. Il giudizio di Moore è disposto a soprassedere perché quegli uomini, con i loro sacrifici, offrono sicurezza e protezione, recano un vantaggio a lei e a quelli come lei. Il giudizio di Pollack è intransigente, non trova compromessi: ciò che è ingiusto è ingiusto. Il giudizio della Moore è attenuato da un calcolo di vantaggio personale: ciò che va bene per me può andare bene. Tra le migliaia di esempi che si potrebbero nominare, a conferma di questi mondi che viaggiano paralleli, risulta molto eloquente una intervista che giunge in modo tempestivo, pubblicata questa settimana, a un volontario ucraino nella guerra contro la Russia.
Lo scrittore Andriy Lyubka spiega perché si è arruolato nell’esercito ucraino: «È vergognoso essere un uomo giovane e sano nelle retrovie. (…) È vergognoso sapere che, mentre tu vivi una vita tranquilla, qualcuno paga con la propria vita per la tua sicurezza. Che uomini e donne al fronte proteggono te e i tuoi figli, anche se tu sei relativamente giovane e sano, e quindi potresti perfettamente sostituirli laggiù. (…) In tutte le guerre funziona allo stesso modo: più sei ricco e più hai conoscenze, meno probabilità hai di finire nell’esercito. È una grande ingiustizia, soprattutto nei confronti di chi combatte già da diversi anni. La realtà ucraina e la mancanza di personale nell’esercito sono tali che smobilitare e tornare a casa persino dopo quattro anni al fronte è impossibile: non c’è nessuno che possa sostituirti. In queste circostanze, essere un uomo giovane e sano nelle retrovie è motivo di vergogna. Immagina: stai giocando con i tuoi figli al parco giochi. Accanto ai tuoi figli c’è una donna il cui marito è al fronte da quattro anni. E incroci il suo sguardo. (…) Quest’anno mia figlia maggiore andrà a scuola. È molto intelligente e fa le domande più difficili del mondo: «Papà, i genitori di molti miei compagni sono in guerra, e tu perché no?». (…) Voglio essere un buon padre, e il modo migliore di educare è dare il buon esempio. (…) la guerra è un’esperienza che definisce la mia generazione. (…) Sono andato nell’esercito non solo per conoscere la verità, ma anche per avere il diritto morale di raccontarla».
Il giudizio morale asimmetrico tra uomini e donne.
L’intervista offre interessanti spunti di riflessione. Intanto è «una vergogna per un uomo giovane e sano essere nelle retrovie», ma non lo è per una donna, e non c’è bisogno di esplicitare ciò che è ovvio e che la stessa legge in Ucraina stabilisce: le donne non hanno l’obbligo di leva né di combattere in prima linea del fronte. In nessuna parte dell’intervista viene messa in risalto tale anomalia (asimmetria legale). Viene invece denunciata la «grande ingiustizia» dell’elusione dal servizio militare che mettono in atto alcuni uomini, attraverso «la ricchezza e le conoscenze», stessa elusione che spetta per legge a qualsiasi donna ucraina e di cui approfitta la stragrande maggioranza di loro. Il soggetto dell’intervista è un uomo, giudica quindi gli altri uomini secondo i valori maschili. Ma dall’intervista si desume che il giudizio femminile non è diverso: la donna nel parco che giudica attraverso lo sguardo, o la figlia che pretende dal padre l’adempimento del suo dovere. Soltanto l’adempimento di questo gravoso dovere rende l’uomo «un buon padre», la sua elusione lo renderebbe un cattivo padre. Giudizio però che non incombe sulle donne, alle quali non è richiesto l’adempimento dello stesso dovere per farle diventare buone madri. In altre parole, nessun bambino pretende dalla madre il suo arruolamento. L’esperienza della guerra definisce soltanto la generazione maschile.
Per secoli l’unica macchina da guerra è stata l’uomo: la sua forza stava nei muscoli e nella sua abilità con la spada. L’introduzione dell’artiglieria a fine Quattrocento ha mutato radicalmente il modo di combattere, ma poco è cambiato per l’uomo e per la donna. I guastatori, i corpi o i reparti specializzati nella rimozione di mine e ordigni inesplosi, che non richiedono una speciale forza nei muscoli, sono stati e continuano ad essere prevalentemente uomini. In situazioni di pericolo (guerre, incendi, centrali nucleari esplose…) gli uomini che, allo scopo di sfuggire i rischi che comportano, si sottraggono e delegano ad altri uomini la gestione della situazione, sono dei codardi e degni di disprezzo, giudizio condiviso da uomini e donne. Nelle stesse situazioni di pericolo le donne che, allo scopo di sfuggire i rischi che comportano, si sottraggono e delegano agli uomini la gestione della situazione, non sono né codarde né degne di disprezzo, giudizio anche questo condiviso da uomini e donne. Un giudizio asimmetrico, universale e astorico.
Due visioni diverse del mondo?
E qui iniziano le perplessità: le donne, quindi, possono fare sfoggio di codardia senza subire alcun rimprovero morale? Ora, in situazioni di pericolo (guerre, incendi, centrali nucleari esplose…) le donne che, allo scopo di sfuggire i rischi che comportano, si sottraggono e delegano ad altre donne la gestione della situazione, sono delle codarde e degne di disprezzo, giudizio che forse non è condiviso da tutti gli uomini, ma di certo lo è dalle donne. Dunque, riformuliamo: le donne, quindi, possono permettersi di essere codarde, senza subire alcun rimprovero morale, sempre che ci sia un uomo nei dintorni?… Finisce l’intervista con un’ultima riflessione sull’importanza dell’esperienza vissuta, «per avere il diritto morale di raccontare» la guerra. È lecito che le donne, sotto le premesse sopraelencate, esentate dalla leva e dal combattimento, che possono permettersi di essere codarde e hanno il diritto di nascondersi o di sfuggire il pericolo senza soccorrere un commilitone o qualcun altro, possano avere nell’esercito sotto il loro comando degli uomini e possano diventare addirittura il capo delle forze armate? Ad esempio, in Germania in caso di stato di guerra o emergenza nazionale il comando politico delle forze armate – la Bundeswehr – spetta al cancelliere federale, quindi tra il 2005 e il 2021 spettava alla cancelliere Merkel. In Italia, il ruolo di capo delle Forze Armate spetta al Presidente della Repubblica. È lecito che in Italia il Presidente della Repubblica, nel caso fosse una donna, diventi in automatico anche il capo delle Forze Armate? Può qualcuno che non ha mai praticato uno sport diventare l’allenatore di quello sport? Può qualcuno che non ha mai giocato a calcio diventare allenatore di calcio? Se per uno sport la questione diventa logicamente assurda, per una guerra è ancora più problematica.
Non si tratta più di un gioco, sono in gioco – valga la ridondanza – la vita dei subalterni: capire il rischio, identificarsi con le truppe, sapere fin dove si può e si deve spingere e tanti altri aspetti fondamentali, che difficilmente qualcuno che non li deve né li ha mai dovuti vivere, può comprendere. Sono del parere che oggigiorno, al cospetto di un trattamento palesemente asimmetrico per quanto riguarda il sacrificio preteso e gli obblighi di legge, cioè così come stanno le cose, una donna non è atta né qualificata a comandare un esercito di uomini. È logicamente assurdo e semplicemente improponibile. Sul campo di battaglia, uomini e donne giudicano le azioni (coraggio, codardia, paura, viltà…) diversamente, e diversamente anche secondo chi le ha compiute, uomo o donna. Gli uomini giudicano severamente gli altri uomini e con clemenza le donne mentre le donne esonerano le altre donne (sempre che ci sia un uomo nei dintorni) e si mostrano intransigenti con gli uomini. Stiamo quindi parlando di due scale di valori diverse, a seconda se si è uomo o donna, e di due giudizi morali diversi sull’attore, a seconda se è uomo o donna. Quest’asimmetrico giudizio non appartiene unicamente all’ambito bellico, sarebbe da estendere a qualsiasi altro ambito della vita. La questione non è irrilevante, perché nel mondo esiste un unico codice penale per tutti e utopisticamente la Giustizia si propone «uguale per tutti». Esistono due morali diverse e due forme di giudicare? Le donne possono giudicare equamente gli uomini? Gli uomini possono giudicare equamente le donne? È lecito che le donne giudichino gli uomini nei Tribunali? È lecito che gli uomini giudichino le donne nei Tribunali? Domande da approfondire nei prossimi interventi. Codice d’onore è il titolo del film in italiano – traduzione di A Few Good Men. Per una volta, a mio avviso, la traduzione ha migliorato l’originale. Va bene, ma quale codice? Nel film si delineano due codici d’onore diversi, uno maschile e uno femminile. E dire codici, significa dire comportamenti, desideri, giudizi, percezioni… insomma due visioni del mondo e della vita contrapposte e talvolta inconciliabili, due visioni etiche diverse del mondo. Esistono forse due etiche diverse nel mondo?