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La Fionda

“Crin d’oro crespo” e altre cavolate varie

«Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura», è un sonetto di derivazione petrarchesca composto da uno dei maggiori poeti del Cinquecento, Pietro Bembo, forse dedicato all’amore per Lucrezia Borgia. Nel sonetto l’autore elenca le caratteristiche della bellezza della donna, tra cui i capelli biondi, gli occhi luminosi, il riso e la voce armoniosa che rendono felice chi la ammira e che sono doni dispensati a pochi dalla generosità del cielo. Ho scelto questa poesia, tra tante altre simili che avrebbero parimenti adempito alla stessa funzione. Ecco il testo:

Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura,

ch’a l’aura su la neve ondeggi e vole,

occhi soavi e più chiari che ‘l sole,

da far giorno seren la notte oscura,

riso, ch’acqueta ogni aspra pena e dura,

rubini e perle, ond’escono parole

sì dolci, ch’altro ben l’alma non vòle,

man d’avorio, che i cor distringe e fura,

cantar, che sembra d’armonia divina,

senno maturo a la più verde etade,

leggiadria non veduta unqua fra noi,

giunta a somma beltà somma onestade,

fur l’esca del mio foco, e sono in voi

grazie, ch’a poche il ciel largo destina.

(In italiano moderno: dei capelli biondi e ricci, che sembrano ambra chiara e pura e che tu fai ondeggiare e volare al vento sul viso candido come neve; due occhi dolci e più luminosi del sole, tali da illuminare a giorno anche la notte più oscura; / un sorriso, che acquieta ogni dura e aspra pena (portando la pace e la serenità); dei rubini (il rosso delle labbra) e delle perle (il bianco dei denti), da dove escono parole così dolci che l’anima non desidera altro bene (nessun’altra gioia); una mano d’avorio, che stringe e rapisce i cuori; / un canto che sembra un’armonia divina; un senno maturo (assennatezza e prudenza) per una età così giovane; una leggiadria (grazia, finezza) che non si è mai vista sulla terra; / una suprema onestà unita a una suprema bellezza: tutto ciò è stato l’esca al mio fuoco (mi ha fatto innamorare) e in voi sono delle grazie che il cielo generoso attribuisce a poche donne).

pietro bembo
Pietro Bembo

Bellezza e bontà

«Crin d’oro crespo», e mille altre composizioni simili, dall’amor cortese agli stilnovisti a Petrarca e i petrarchisti, celebrano la bellezza muliebre della donna angelicata, eternata dal canto dei poeti, Parnaso poetico di creazione e suggestione collettiva maschile verso quella vetta mitica dove la parola si fa arte sublime e immortale dinnanzi la donna celestiale e divina, alla quale conferiscono l’immortalità delle dee. Due aspetti emergono dalle suddette composizioni: la superiorità dell’aspetto fisico delle donne e la superiorità dell’aspetto morale delle donne (assennatezza, prudenza, grazia, onestà). Da dove provengono queste convinzioni? Sono fondate? Sulla prima, sulla convinzione che le donne siano fisicamente più belle, è già stata proposta una spiegazione (qui) dal filosofo Schopenhauer ne L’arte di trattare le donne: «Il sesso femminile, di statura bassa, di spalle strette, di fianchi larghi e di gambe corte, può essere stato chiamato il bel sesso soltanto dall’intelletto maschile obnubilato dall’istinto sessuale: in altre parole, tutta la bellezza femminile risiede in quell’istinto». Non credo sia necessario soffermarsi ulteriormente, secondo il filosofo il giudizio maschile verrebbe travisato dall’istinto sessuale; dall’altra parte è anche vero che l’apprezzamento della bellezza corporale dipende strettamente dalla percezione individuale, ogni individuo esprime un giudizio personale e soggettivo. Trovo invece molto più interessante da approfondire il secondo aspetto. Da dove proviene la convinzione maschile che le donne siano moralmente superiori?

È un dato accertato dalla psicologia il fatto che l’essere umano tende ad associare la bellezza alla bontà: nel nostro immaginario le persone belle sembrano anche persone buone. L’associazione (buono/bello) è molto profonda, tendiamo a conferire alla bellezza un valore etico, molto spesso coincide con il bene. Gesù e la vergine Maria sono comunemente rappresentati come belle figure, di volti gradevoli. Non mi sembra di aver mai visto una Vergine, scolpita o dipinta, brutta e vecchia, deforme e piena di rughe e verruche. Anche nelle fiabe, le streghe sono donne vecchie, brutte e deformi, parimenti gli orchi, mentre Biancaneve e Cenerentola sono bellissime, e i principi apollinei. Nei film raramente bisogna chiedere chi è il buono e chi il cattivo, in genere, secondo una regola non scritta, il cattivo tende ad essere anche brutto, e il buono, bello. In più, bisogna dire che il concetto di bellezza viene messo in relazione con quello della salute: la malattia è brutta e ci rende brutti, la salute è vigorosa e bella. Detto tutto ciò, se gli uomini associamo la bellezza alla femminilità (il bel sesso) è quasi naturale che estendiamo alla femminilità anche un giudizio morale positivo (il gentil sesso).

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La sensazione femminista di superiorità

Marsilio Ficino, principale esponente del neoplatonismo rinascimentale, sviluppò l’idea (da Platone) secondo cui la bellezza sensibile è il riflesso della Bellezza divina, la contemplazione della bellezza corporea, se vissuta in modo puro e non come desiderio possessivo, eleverebbe l’anima verso Dio. Nella letteratura e nell’arte rinascimentale, l’ideale ficiniano venne spesso declinato nella contemplazione della bellezza femminile. La bellezza della donna divenne il riflesso più diretto, disponibile sulla terra, della perfezione divina e, pertanto, l’ammirazione disinteressata e trascendente di questa bellezza femminile diventava il mezzo migliore per accedere alla contemplazione di Dio stesso. L’idea che la bellezza femminile abbia la funzione di purificare e ingentilire le passioni e di promuovere l’incivilimento è un tema caro anche alla cultura neoclassica. Le Grazie di Foscolo sono delle dee intermedie tra il cielo e la terra, che hanno avuto il compito di suscitare negli uomini i sentimenti più puri ed elevati attraverso il senso della bellezza, inducendoli a superare la feroce bestialità che è nella loro natura originaria e portandoli al pacifico sviluppo della civiltà. La bellezza e l’armonia, di cui le Grazie sono il simbolo, hanno il compito di rasserenare gli animi degli uomini e di indurli a sentimenti più miti. I selvaggi cacciatori restano stupiti dinanzi alle Grazie, deponendo le armi e il terrore della guerra perpetua di tutti contro tutti. In altre parole, la bellezza, di cui le Grazie sono il simbolo, conduce alla bontà, ha una funzione rasserenatrice e catartica che interviene a purificare la disumanità barbarica degli uomini.

Chi ha deciso che le Grazie fossero donne? Chi ha elevato la donna a simbolo di bellezza e armonia? L’uomo. Sono gli uomini che proclamano le donne, in ogni componimento e ad ogni occasione, belle e sante. E lo fanno, molto probabilmente, per la stessa ragione che enunciava il filosofo Schopenhauer, è l’istinto sessuale che spinge gli uomini a un’illogica adulazione dell’universo femminile, allo scopo di ingraziarsi le donne. E le donne, compiaciute, ci credono. Su questo mito, sulla presunta superiorità morale femminile, le femministe hanno proclamato esplicitamente la superiorità morale dell’ideologia femminista. Sono gli uomini che hanno fornito alle femministe i falsi argomenti sui i quali proclamarsi moralmente superiori. Quindi, sarebbe doveroso per gli uomini fare autocritica e capire cosa spinge loro a celebrare una superiorità morale femminile che sanno inesistente. Quante “sante” hanno promosso le guerre o ripudiato sdegnosamente i soldati compatrioti vinti? Quante di loro hanno promosso col voto Hitler, o sono state seguaci di Mussolini, Stalin o Mao Tse Tung? Sono forse innocenti le donne che adoperano le risorse materiali o territoriali conquistate tramite le guerre? Sono forse “sante” quando comprano abbigliamento o scarpe prodotti in paesi del Terzo Mondo da lavoratori sfruttati, o usano pellicce da animali in pericolo di estinzione, o impiegano massivamente prodotti cosmetici inquinanti? E le donne dei grandi mafiosi o dei dittatori, sono anche loro “sante”? È “santa” Eva Braun?

Demi Moore, lettera scarlatta
Demi Moore nei panni di Hester Prynne

Donne “belle e sante”. Davvero?

Concludo come ho iniziato, con la letteratura. Di seguito tre brani, tra tanti altri simili che avrebbero parimenti adempito alla stessa funzione, di tre capolavori della letteratura classica, che dipingono un quadro più realistico di come è, ed era, la donna. Il primo è tratto da La lettera scarlatta (The Scarlet Letter) di Nathaniel Hawthorne, mette in luce il giudizio delle donne del paese rispetto all’adulterio della protagonista: «“In quella mattinata d’estate (…) si poteva vedere come le donne, numerose tra la folla, fossero quelle più interessate a quanto stava per avvenire. (…) “Comari”, diceva una signora imponente di circa cinquant’anni (…) “vi dirò quello che penso. Per la pubblica morale, sarebbe giusto che noi, donne di una certa età e di saldi precetti religiosi, disponessimo della facoltà di mettere le mani su di una criminale quale questa Hester Prynne. Che ne pensate, compagne? Se quella strega fosse stata giudicata da noi, pensate forse che se la sarebbe cavata con una sentenza come quella emessa dai nostri stimabili magistrati?  Assolutamente no!” (…) “I giudici sono uomini timorati di Dio, ma troppo favorevoli alla misericordia, questa è la verità!” commentò una terza anziana. “Avrebbero almeno dovuto segnare un marchio di ferro arroventato sulla fronte di Hesner Prynne. Questa sì che sarebbe stata una giusta punizione, ve l’assicuro. Ma quella impudente non si preoccuperà di ciò che le possono cucire al bustino.” (…) “Ma perché parlare di un segno sul vestito o sulla fronte?” strillò un’altra donna (…). “Questa donna ha scagliato la vergogna su tutte noi e deve quindi perire. Non c’è forse una legge per una simile cosa? Esiste, sì, tanto nella Scrittura quanto nei nostri ordinamenti. Considerato che i magistrati non sono riusciti ad applicarla, possano vedere le loro mogli e figlie cadere in rovina!”. “Dio ci salvi, comare”, esclamò un uomo in mezzo alla calca, “allora non c’è altra virtù nella donna all’infuori di quella conferitale dal terrore della forca? Mi sembra un’opinione un po’ pericolosa!”»

Il secondo è tratto da Tom Jones, il capolavoro di Henry Fielding (1707-1754). L’anziana domestica, Debora, si rivolge al padrone di casa, il signor Allworthy, dopo la scoperta di un neonato abbandonato dalla madre in camera del padrone, ed esprime un giudizio sulla madre e augura un certo destino al bambino: «“Mio buon padrone! Che cosa dobbiamo fare?”. Il signor Allworthy le ordinò allora di prendersi cura del piccino per quella notte; il giorno seguente si sarebbe cercata una balia. “Sì, signore”, diss’ella; “ma spero che Sua Signoria ordinerà anche che s’arresti quella sgualdrina della madre, che certo abita nelle vicinanze; e sarei proprio contenta che la mandassero a Bridewell (casa di correzione a Londra) e la frustassero ben bene. Queste donnacce non si puniscono mai abbastanza. E scommetto che questo non è il suo primo bastardo…” (…) (a proposito del neonato) “…perché dovrebbe sobbarcarsi (il signor Allworth) il peso d’un neonato a cui deve provvedere la parrocchia? Se si trattasse almeno del figlio di un onest’uomo, capirei… Per conto mio, mi fa ribrezzo il solo toccare una di queste creaturine sciagurate che non considero neanche esseri umani. Poh! Come puzza! Non sa di buon cristiano. Se potessi darle un consiglio, lo metterei in una cesta e lo deporrei dinanzi alla porta della chiesa. È una bellissima notte, c’è soltanto un po’ di pioggia e un po’ di vento, e se lo avvolgiamo bene e lo sistemiamo in un bel panierino, ci sono due probabilità contro una che lo trovino ancora vivo al mattino. E comunque, anche se non sopravvive, noi avremo fatto ugualmente il nostro dovere verso di lui; senza contare che, per creature simili, è forse meglio morire in stato d’innocenza che crescere per seguire le orme della madre; poiché non ci si può aspettare da loro nulla di meglio”. (Il signor Allworthy non ascolta l’anziana domestica). Ordinò quindi a Debora con tono deciso di portare il bambino nel proprio letto, e di chiamare una cameriera perché gli preparasse la pappa e quanto occorreva per il momento in cui si svegliasse».

L’ultimo brano è tratto dal celebre dramma La casa di Bernarda Alba di Federico García Lorca. Anche in questo caso le donne esprimono il giudizio sull’adulterio di una donna: «La Ponzia – La figlia della Liberata, la ragazza, ha avuto un figlio non si sa con chi. / Adele – Un figlio? / La Ponzia – E per nascondere la sua vergogna, lo uccise (…) / Bernarda – Sì, vengano tutti con verghe d’ulivo e manici di zappe; vengano tutti per ammazzarla. / Adele – No, no. Per ammazzarla no. / Martirio – Sì, usciamo, andiamoci anche noi. / Bernarda – Chi calpesta la morale deve pagarla. / Adele – Che la lascino andare! Non uscite, voi! / Martirio – Che paghi quel che deve! / Bernarda – Fatela finita con lei prima che arrivino le guardie! Carboni ardenti sul luogo del suo peccato! / Adele – No! No! / Bernarda – Uccidetela! Uccidetela!»

In conclusione, le donne, belle e sante… ma anche vendicative, omicide e grandi promotrici del “patriarcato”: «Carboni ardenti sul luogo del suo peccato!»



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