Nel mainstream, lo stereotipo della donna come vittima assoluta continua ad occupare ogni angolo di cronaca. Eppure, basta volgere lo sguardo ai fatti per smascherare una realtà profondamente diversa: le donne non solo sono in grado di esercitare violenza, ma a volte riescono a superare persino la peggiore spregiudicatezza maschile. La cronaca è piena di esempi che smentiscono senza appello il mantra secondo cui la violenza sarebbe appannaggio esclusivo del sesso maschile. Prendiamo il caso di Pavia di Udine: una donna entra nella casa di riposo dove sono ricoverati i suoi genitori e risolve i problemi familiari nel modo più “diretto”: accoltella il padre fino a ucciderlo. Il movente, pare, è economico. La madre resta illesa, e subito dopo la donna si costituisce. Se il copione fosse stato ribaltato, ci si sarebbe trovati di fronte a una nuova ondata moralista su reti unificate. Invece, questa storia resta confinata nel silenzio delle pagine locali, senza che nessuno invochi la necessità di “rieducare il gentil sesso”.
Ma la violenza femminile non si limita agli omicidi. In molti casi si mostra subdola, scientifica e seriale. Un esempio lampante è quello della cosiddetta “Mantide della Brianza”. Tiziana Morandi, 50 anni, è stata appena condannata in via definitiva a 14 anni e 5 mesi di reclusione. Il suo palmarès: nove uomini sedotti, narcotizzati con benzodiazepine sciolte nelle bevande, quindi derubati di soldi, carte di credito, oggetti di valore. Tra le vittime qualcuno ha persino rischiato la vita: un giovane ha avuto un incidente stradale, ancora intossicato. Nelle narrazioni ufficiali, chi propone “centri di rieducazione per uomini che sfruttano le donne” è sempre il primo a liquidare questi casi come anomalie, eppure l’uomo carnefice resta la regola (almeno per i media). Sulla donna predatrice, invece, cala il velo comodo dell’eccezione.

La cronaca minimizza uomini derubati, manipolati, umiliati
Non c’è solo la violenza fisica. Prendiamo la vicenda di cronaca della badante condannata definitivamente a 17 anni e 6 mesi di carcere, accusata di aver picchiato e minacciato un anziano 87enne fino alla morte per incuria, mentre lo privava di tutto: terreni, case e il suo libretto postale. Ci troviamo di fronte a una violenza fisica, psicologica ed economica che – se a commetterla fosse stato un uomo – avrebbe conquistato le prime pagine nazionali e indignato il popolo dei social. Qui, invece, ci si limita a sussurrare: “Avrà avuto le sue ragioni, poverina”. Che si tratti di aggredire a colpi di coltello il compagno o di spogliare un vecchio di tutti i suoi beni, il racconto si piega sempre a seconda del sesso del colpevole. Parità, persino nella condanna morale, rimane un miraggio.
Ma il quadro è ancora più grave se si guarda alla violenza economica e psicologica che oggi viene sistematicamente ignorata. Basterebbe dare un’occhiata alla cronaca per scoprire casi come quello raccontato in cronaca dal Corriere di Siena. Un uomo adulto, non uno sprovveduto adolescente, si innamora di una donna capace di trasformare l’amore in una macchina per estorcere denaro: la scusa è il figlio gravemente malato. L’uomo scuce fino a 50.000 euro, salvo poi essere minacciato di essere screditato sul lavoro e tra gli amici. Il “figlio malato”? Ha ventun anni e gode di ottima salute. Lo schema si ripete negli anni: la stessa donna aveva tentato un simile colpo ai danni dell’ex calciatore Gilardino. Cambiano le vittime, la storia resta identica. Ma quante di queste vicende fanno notizia? Praticamente nessuna. Perché quando la violenza colpisce un uomo, spesso è invisibile, negata o derisa. Eppure, a ben guardare, il pattern è chiaro: la violenza femminile agisce con ricatto, astuzia e ripetitività—ma chi osa parlarne viene subito zittito, colpevolizzato, ridicolizzato. Il sistema preferisce ignorare invece di ammettere che la violenza non ha genere unico. E allora, chi ha ancora il coraggio di parlare di “violenza di genere” come se fosse solo una questione da uomini?