Prendiamo la letteratura giudiziaria italiana degli ultimi anni e mettiamola in musica: il ritornello è sempre lo stesso, basta una parola. O anche uno sguardo storto o – molto più facilmente – una dichiarazione in Procura, meglio se firmata “ex”, e si scatena l’atomica dell’accusa (falsa). E giù con il teatrino dell’ovazione sociale: poveretta, quanta sofferenza, quanta audacia nel denunciare. La realtà, però, raramente è quella della narrazione mediatica e tanto meno assomiglia a un romanzo rosa con il lieto fine per tutti. È molto più spesso una farsa grottesca, dove le regole sono capovolte e il bersaglio è sempre lo stesso: l’uomo.
Un caso emblematico arriva da Rombiolo. L’ex convivente si presenta in Questura a recitare la parte dell’accusatrice con “prove schiaccianti”. Peccato solo che agli atti delle indagini, di elementi schiaccianti non ce ne sia nemmeno l’ombra: nessuna chat, nessun file audio, nemmeno una diagnosi medica che confermi i racconti tanto drammatici. Ma a cosa servono le prove, quando basta una dichiarazione, la parola dell’accusatrice? Lo Stato ci crede, si fa sponsor e porta a processo. Poi ecco che la difesa smonta la farsa e, come da copione, la montagna partorisce il topolino: arriva l’assoluzione. Ma attenzione, non prima di aver trascinato un uomo nel fango del linciaggio pubblico, lasciandogli addosso una macchia che, si sa, non sparisce con una sentenza.
Il processo infinito e l’eterna attesa della parola “assolto”
La musica non cambia nemmeno quando cambiano regione e volti. Altro giro, altra ex, altra pagina della commedia all’italiana. Questa volta il sipario si alza nel Lazio: qui, un uomo viene accusato di botte, lesioni e altro. Il copione è rodato, le testate annunciano la tragedia e il pubblico si indigna in coro. Peccato, però, che a fine spettacolo il pubblico ministero – quello che dovrebbe difendere la causa dell’accusa – chieda l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”. La querela per lesioni scompare nei meandri della burocrazia e – udite udite – per mancanza di giorni di prognosi. Ormai sembra eresia non inventarsi una frattura o due. Peccato che anche in questo caso la vera ferita rimanga: un uomo resta imprigionato in un giudizio basato sulla parola dell’accusatrice, e che, sentenza o no, gli segnerà la vita per sempre.
Ecco allora il campione dell’italica tortura giudiziaria: la gogna dei processi infiniti, le accuse sparate a salve ma sempre letali per la reputazione. Succede a Terni. Denuncia, clima da caccia alle streghe e accuse che si rincorrono: minacce e lesioni, ovviamente. Tre anni di attesa, tre anni di vuoto sospeso per ascoltare finalmente la magica formula: “il fatto non sussiste”. Quando persino la Procura chiede scusa e smonta tutto, significa che forse il paradosso è ormai prassi. Tre anni persi non per un reato, ma per una narrazione. Parola contro parola, senza riscontro oggettivo, e un processo che arriva sempre, anche quando l’unica prova è la volontà di accusare. Il verdetto dell’Italia moderna? Basta la parola: il resto, per gli uomini, è solo dettaglio irrilevante.