Contro i più deboli è facile e molte donne lo sanno. Calci, pugni e schiaffi in piena regola, poi il trasporto dell’anziano marito – sì, maschio bianco e probabilmente eterosessuale, che sorpresa! – direttamente in ospedale. L’epilogo? La signora, 74 anni suonati, finisce in manette per mano dei Carabinieri, che quasi con imbarazzo si vedono costretti a emanare il solito comunicato sulla violenza domestica. Problema: l’Arma parla di “violenza di genere”, con la chiara intenzione – come ogni manuale patriarcale della comunicazione impone – di archiviare il caso sotto la colonna “eccezioni che confermano la regola”. Ma qualche domanda resta inevasa: il marito picchiato avrà diritto a quella protezione previdente e generosa riservata alle quote rosa? Una legale del centro antiviolenza locale pronta a difenderlo gratis et amore Dei? Una bella seduta di sostegno psicologico, magari da una professionista in gonnella, per riparare alle ferite invisibili, che son sempre le peggiori? E il mitico “reddito di libertà”, promessa di riscatto per chiunque tranne, ovviamente, gli uominii?
Curioso come sembri non esistere l’abuso femminile nemmeno quando ci vanno di mezzo i più deboli, come anziani o bambini. Per ogni notizia che riesce a guadagnarsi qualche riga nella cronaca locale, centinaia passano sotto silenzio, coperte dall’eterno mito del “gentilsesso” incapace di crudeltà strutturale. Ma poi leggi di madri che scodellano figli e li lasciano vagare scalzi in mezzo all’asfalto rovente come a Catania – ennesima dimostrazione della famigerata “propensione innata ai compiti di cura” – oppure di nonnine e mamme che non badano a spese… in violenza. Arrivano le immagini che raccontano di bambini massacrati di botte, con lacrime e lividi come arredo quotidiano, mentre l’accusa ricostruisce un clima di vessazioni, minacce, umiliazioni, “per anni”, per famiglie intere sotto scacco del “gentilsesso”. Nessun corteo sotto casa, però: la madre “è sempre la madre”, la zia “la zia”, la nonna “la nonna”, e la magia della narrazione protegge ogni dissonanza.
L’invisibilità dei deboli: anziani e minori nelle mani sbagliate
Se poi si passa alle sceneggiate familiari degli adulti, il quadro è sempre più nitido. Ecco la nipotina affettuosa che, invece dei biscotti, riserva all’anziano disabile mesi di vessazioni: insulti, urla, strattoni, bisogni fisiologici relegati a un rudere in giardino, e la promessa – chiaro messaggio educativo – di “abbandonarlo appena terminato di pagare le spese” (qui la cronaca). Un inferno casalingo costruito a regola d’arte, fatto di ricatti e umiliazioni verso soggetti deboli, ma guai a considerarla “violenza di genere”… Non sia mai che qualcuno osi sgretolare il totem del femminile innocente e sofferente per definizione. I pattern ci sono, eccome se ci sono: bastano pochi casi per capire che nella narrazione pubblica non c’è spazio per l’uomo vittima. L’eccezione resta fatto folcloristico, mentre la violenza esercitata dalle donne, sistematica e documentata, scompare dietro l’eterno siparietto del “gentile” sulla carta e “gentilesco” nei fatti solo quando c’è da mettersi in posa per la narrativa del dolore.
Muggiò, provincia di Monza e Brianza. Nella narrazione mainstream, l’asilo nido dovrebbe essere il santuario dell’amore materno e della cura tutta femminile: invece eccoci qui, a leggere di bambini, deboli per definizione, tra zero e tre anni “educati” a suon di violenze fisiche, verbali e psicologiche. Un’inchiesta che ha portato all’arresto della titolare (43 anni, con saldi valori materni, s’intende) e di una giovane educatrice di 24 anni, entrambe ai domiciliari. Due colleghe a piede libero, dieci bambini vittime accertate. La cronaca giudiziaria – per forza di cose – tituba: maltrattamenti, pasti saltati, coercizione. Difatti, se la mamma sbaglia, o meglio ancora l’insegnante-educatrice, la reazione pubblica si riduce a sussurri timorosi, qualche velina d’agenzia e nessun talk-show incandescente di prima serata.

La timidezza mediatica verso i deboli oppressi dalla violenza femminile
Il canovaccio è sempre lo stesso: se i carnefici indossano la divisa del “gentil sesso”, improvvisamente si cerca di sfumare tutto in “metodi educativi discutibili”, “pressioni sul lavoro”, “stress”. Nessuno a gridare allo scandalo sistemico, nessuna crociata mediatica in difesa dei più deboli. I dieci bambini avrebbero dovuto semplicemente nascere dall’altra parte del gap di genere: allora sì che le telecamere sarebbero arrivate fin sotto casa, pronte a urlare contro “l’orco maschio”. Ma qui no: troppo scomodo ammettere che il mito fondativo del valore morale del femminile — la madre sempre buona, l’educatrice sempre accogliente — sia solo una favoletta buona per le pubblicità dei pannolini.
Invece lo “zampino” femminile ricorre, e non solo nei corridoi degli asili. Spostiamoci a Frosinone dove una donna di cinquanta anni si sarebbe presa l’impegno di riscrivere a modo suo il concetto di rapporto adulto-minore: foto provocanti, messaggi espliciti e dichiarazioni d’amore recapitate a un ragazzino di dodici anni, amico del figlio. L’ennesima “cougar” in salsa italiana che, invece di scatenare indignazione generale, viene relegata a trafiletti tra la ricetta della nonna e le previsioni meteo. Difficile immaginare la stessa sordina se a inviare foto e messaggi equivoci fosse stato il vicino di casa cinquantenne. Il pattern è cristallino: se la violenza ha un volto femminile, la cronaca si rimpicciolisce, ammutolisce, diventa pudica e imbarazzata. Minori e anziani, fasce deboli della società, non tutelati, doppi standard a raffica e sempre la stessa, comoda bugia: la cattiveria è solo maschile, il “gentil sesso” semmai sbaglia, ma non fa mai male davvero.