Sull’invidia del pene si può anche ridere, ma il concetto contiene significati ben più profondi. L’umorismo di genere è un tipo di umorismo che consiste nello svalutare un sesso per valorizzare l’altro. Spesso si tratta di “barzellette sessiste” che, sulla base di stereotipi e contrapposizioni, ora denigrano le donne ora denigrano gli uomini. A volte risulta interessante riflettere su di loro, perché gli stereotipi nascondono spesso una parte di verità. Eccone una a danno degli uomini che ho trovato interessante: «Quando Dio creò Adamo ed Eva, disse a tutti e due: “Ho due regali da distribuire tra voi: uno è per fare la pipì in piedi e…” Adamo, ansioso, interruppe, urlando: “Io! Io! Io! Io! Per favore Signore, per favore, per favore, dallo a me. Mi faciliterebbe la vita sostanzialmente! Per favore! Per favore! Per favore!” Eva accettò e disse che quelle cose non erano importanti per lei. Allora Dio lo diede ad Adamo. Adamo si emozionò. Urlava di gioia, correva per il giardino dell’eden pisciando su tutti gli alberi. Corse sulla spiaggia facendo disegni con la sua pipì nella sabbia. Giocava alla fontana. Accendeva un piccolo fuoco e lo spegneva giocando a fare il pompiere… Dio ed Eva avevano previsto che l’uomo sarebbe stato pazzo di felicità fino a quando Eva Chiese a Dio: “e… qual è l’altro regalo?” Dio rispose: “Cervello, Eva… il cervello è tuo!”». Si tratta evidentemente di una barzelletta femminile e “femminista” che svaluta gli uomini e innalza le donne. Malgrado Adamo rubi la scena per la maggior parte della barzelletta, ho avuto l’impressione che la barzelletta racconti molto di più della natura delle donne che di quella degli uomini, in una specie di proiezione femminile dei propri sentimenti, desideri e “difetti”.
La barzelletta mette in risalto la spensieratezza dell’universo maschile, la felicità dell’uomo per così poco che gioca e si diverte pazzo di felicità, come un bambino. Adamo, incurante di cosa fa o riceve Eva, incurante del giudizio degli altri e di giudicare gli altri per quello che fanno o ricevono, diventa un attore attivo, corre, gioca, salta, si diverte. Eva, assieme a Dio, diventa il pubblico, la spettatrice passiva delle azioni maschili, gli occhi che giudicano. Cosa fa la donna con il cervello? Si diverte? Gioca? È pazza di gioia? Non si sa. La donna perennemente insoddisfatta è un tratto distintivo della natura femminile in ogni racconto letterario. Una natura femminile che non riesce a lasciarsi andare e rimarrà probabilmente insoddisfatta anche persino dopo aver ricevuto il cervello, e quindi guarda con stupore ed “invidia” la leggerezza, la spensieratezza e lo spirito accomodante, la felicità bambinesca dell’uomo. Ma c’è ancora un altro aspetto a mio avviso più interessante. La barzelletta offre una contrapposizione tra due regali, due elementi che non sono in realtà confrontabili. Da una parte abbiamo l’apparato genitale maschile, il pene, come anche la possibilità di fare la pipì in piedi, che sono organi e capacità prettamente maschili. Anche volendo, siamo al di fuori delle possibilità naturali della donna. Dall’altra parte abbiamo il cervello, che, malgrado quello che vorrebbe lasciar immaginare la barzelletta, è un organo che hanno tanto gli uomini come le donne. Dio offre alla donna qualcosa che, nella realtà, anche noi uomini possediamo. Stupisce quindi che la barzelletta non offra come regalo alla donna una caratteristica naturale prettamente femminile da contrapporre a quella maschile. Il confronto corretto dovrebbe effettuarsi tra due regali esclusivi che vantano rispettivamente la natura maschile e femminile.

L’invidia nelle barzellette e nella Bibbia
In altre parole, perché la barzelletta non contrappone all’apparato genitale maschile l’apparato genitale femminile? Come tutti sappiamo, un regalo è qualcosa intrinsecamente positivo. In questa barzelletta, femminile e “femminista”, creata e raccontata dalle donne, il cervello è qualcosa di positivo, come lo è fare la pipì in piedi (l’apparato genitale maschile). Perché alle donne non è venuto in mente di offrire come regalo un elemento o un particolare dell’apparato genitale femminile, come è stato fatto per l’uomo e come sarebbe stato più logico? Se ne deduce che le donne non trovano un elemento o un particolare positivo del loro apparato genitale da contrapporre a quello maschile. In conclusione, ad un’analisi più approfondita, la superiorità proclamata esplicitamente nella barzelletta diventa in realtà il lamento implicito di una inferiorità femminile percepita, non solo nella descrizione caratteriale dell’uomo, ma soprattutto nell’elezione dei regali da offrire, che denotano carenze, disagi femminili per il proprio apparato genitale, incapace di confrontarlo con quello maschile – una sorta di ciò che volgarmente viene conosciuto come “invidia del pene”. Un altro esempio identico lo fornisce un testo di un’importanza storica fondamentale e, di sicuro, di un’altra caratura rispetto alla barzelletta: il racconto di Adamo ed Eva nella Bibbia (argomento che può essere approfondito nell’opera La grande menzogna del femminismo, pp. 368-370, 407-408).
Nel racconto biblico, Dio, invece di elargire due regali, come nella barzelletta, commina due punizioni. Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze». All’uomo disse: «…maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita… Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». Siamo di nuovo di fronte a due elementi logicamente inconfrontabili. Se questa è la volontà di Dio, niente da eccepire. Ma secondo il femminismo, e non solo, questa è una storia che ha condizionato l’umanità nei secoli a venire, scritta e inventata da esseri umani. L’autore, cioè un essere umano, ha scelto due punizioni asimmetriche da comminare all’uomo e alla donna. Nella realtà quotidiana, il sacrificio di “procurarsi il pane con il sudore del volto”, è qualcosa che riguarda tutti, uomini e donne (come il cervello nella barzelletta), anche se nella Bibbia i solleciti all’uomo di mantenere la donna, impliciti ed espliciti, sono continui, persino nello stesso racconto dove «l’uomo lascerà suo padre e sua madre per unirsi alla donna», e lei diventerà con lui «carne della mia carne o osso delle mie ossa», come il bambino con la madre. La punizione data alla donna è evidentemente fisiologica, legata all’apparato genitale femminile, un dolore… naturale, inevitabile, dispensato già da Madre Natura! Al momento di distribuire le punizioni, l’autore del racconto ha compensato il dolore della gravidanza e il parto, al quale la donna era già sottoposta per natura, con il sacrificio del lavoro esclusivamente per l’uomo, un sacrificio che non è prestabilito dalla Natura e può essere assegnato in maniera asimmetrica dalla cultura attraverso le norme, le leggi o la tradizione. In pratica, in questa storia inventata, l’autore non dà alcuna punizione alla donna (“punizione” che esiste già in Natura), punisce unicamente l’uomo (attribuendo “socialmente” soltanto a lui ciò che spetterebbe a entrambi).

L’intuizione di Freud
Ma a noi interessa, in questo intervento, la scelta dell’autore di un elemento o un particolare legato all’apparato genitale femminile come punizione. Come tutti sappiamo, una punizione è qualcosa intrinsecamente negativa. L’autore del racconto sceglie quindi come punizione questo elemento senza contrapporlo, come sarebbe stato logico, ad un altro dell’apparato genitale maschile (ad es., la prostata?), ma sceglie piuttosto un particolare della vita – il lavoro con il sudore del volto – che riguarderebbe in realtà tutti. In altre parole, l’immaginario collettivo maschile e femminile (attraverso le barzellette o il racconto biblico) concepisce in maniera positiva l’apparato genitale maschile e in maniera negativa quello femminile. D’altra parte, dovrebbe essere motivo di enorme stupore per gli uomini il pessimo rapporto che molto spesso le donne esternano nei confronti del proprio corpo, non solo in maniera generica – la vecchiaia, la bellezza, il peso, i capelli, gli squilibri ormonali, la cellulite… –, ma in particolar modo su tutto quello che ha a che fare con l’apparato genitale femminile – mestruazioni, menopausa, gravidanze, parto, allattamento, seno… – e con la sessualità – dispareunia o dolore di rapporto sessuale, anorgasmia, rischio di gravidanze… (argomento che può essere approfondito nell’opera La grande menzogna del femminismo, a proposito del corpo delle donne pp. 1116-1120, 1150-1156, a proposito della sessualità pp. 521-543, 584-601). Il disagio femminile nei confronti del proprio apparato genitale e sessuale, o verso il proprio corpo, accompagnato da infinite doglianze e lagnanze pubbliche, è tanto incontestabile quanto la soddisfazione, l’appagamento o l’indifferenza che di solito genera agli uomini il proprio. Non solo le donne (e le femministe!) si lamentano molto spesso in maniera pubblica di queste “problematiche” fisiologiche femminili, ma in alcuni casi le definiscono addirittura una “ingiustizia” rispetto alla condizione degli uomini.
Molto probabilmente è stato Sigmund Freud la persona che, meglio di chiunque altro, ha saputo analizzare e descrivere il disagio femminile nei confronti del proprio apparato genitale. Nell’intervento precedente abbiamo trattato una parte del pensiero freudiano, che interessava in maniera generica e indistinta tanto gli uomini come le donne. Ad un certo punto, durante l’infanzia, ci sarebbe però, secondo Freud, una differenza tra bambino e bambina. Il bambino, di qualsiasi sesso, intorno ai tre anni si accorge che i genitori intrattengono rapporti sessuali dai quali si sente escluso; ma mentre il bambino entra in competizione con il proprio padre per ottenere l’attenzione di sua madre (complesso di Edipo), la bambina, non avendo il pene, più che entrare in conflitto aperto con il padre, non soffre del complesso di castrazione, cioè la paura di perdere il pene come il bambino, ma della frustrazione legata al fatto di non averlo (l’invidia del pene). Tra le varie reazioni che la bambina può avere vi è quella di scegliere il padre come obiettivo sessuale; scelta calcolata in quanto mirata ad appropriarsi del pene che le manca e che comunque non esclude la pulsione sessuale naturale verso la propria madre, anche se durante la fase acuta del complesso quest’ultima è vista sia come rivale per il possesso del pene paterno, sia come responsabile per averla creata senza pene (complesso di Elettra). La bambina rimarrebbe così per molto tempo in una situazione edipica, demolendo tardi il complesso edipico e in modo alquanto incompleto. Ciò determinerebbe nella donna la formazione di un Super-Io meno autonomo e meno indipendente di quello del maschio.

L’invidia è la radice profonda del femminismo
Dunque, il noto concetto psicoanalitico dell’invidia del pene riguarderebbe lo sviluppo psicosessuale femminile e il senso di angoscia che sperimenterebbero le bambine quando notano di non possedere il pene. La bambina si renderebbe conto di non avere un pene e svilupperebbe la fantasia inconscia che ciò sia dovuto al fatto di essere stata castrata. Come difesa contro questa fantasia, che va di pari passo con il sentimento di inferiorità, la bambina svilupperebbe l’invidia del pene dell’uomo. Freud riteneva che l’invidia del pene facesse parte del normale sviluppo femminile e si trasformasse nel desiderio femminile di un uomo e/o di un figlio, specialmente maschio. Oggi il concetto avrebbe sconfinato il proprio contenuto semantico per comprendere popolarmente qualcosa di molto più ampio: “l’invidia di essere uomo”. Per quanto mi riguarda, mi ha sempre meravigliato la chiaroveggenza nascosta nel sintagma coniato da Freud, che ha saputo raccogliere in due parole, invidia e pene, le basi delle relazioni che guidano spesso le donne nei confronti degli uomini. Un corpo e un apparato genitale femminile percepito dalle donne spesso inadeguato rispetto all’altro. Come ho già scritto altrove: «Da dove nasce l’ideologia femminista? La spiegazione si riduce ad un’unica parola: invidia. Il femminismo è la dittatura dell’invidia. Sconfortante, banale e vero.