Ennesima settimana all’italiana, con la giustizia tritacarne che gioca a dadi sulla pelle degli uomini. Tanto per cambiare, il copione prevede: accusa roboante, misure cautelari immediate, nessuna prova e – dulcis in fundo – assoluzione dopo anni di inferno. Prendiamo il caso da manuale del padre di tre figli a Marino, accusato di stalking dalla ex moglie. Allarme rosso, braccialetto elettronico, figli spariti dalla vita del malcapitato. Poi, dopo 18 mesi di libertà limitata, il Tribunale di Velletri lo assolve “perché il fatto non sussiste”. Ma che importa? Lui intanto ha perso un anno e mezzo, rapporti coi figli bruciati, soldi e salute dilapidati per difendersi dal nulla cosmico delle accuse. Tutto nasce perché il signore, udite udite, pretendeva “solo” di vedere i figli nei giorni previsti dal tribunale: troppo per la signora, che lo denuncia e blocca ogni accesso ai bambini. Ecco la lezione: basta insistere sui propri diritti paterni perché le discussioni diventino “persecuzione” e si passi automaticamente al Codice Rosso. Gli effetti? Inevitabili: l’accusa non sussiste ma il danno ormai è fatto. L’assurdo è che, se la controparte avesse inventato tutto di sana pianta, per provare il dolo servono fatti concreti. Per punire quello che si scopre innocente? Ne basta una parola.
E non finisce qui, perché l’epidemia dell’assoluzione a colpi di “nulla di fatto” è ormai una costante nel tritacarne italico anti-uomo. Cambia solo il palcoscenico: dai sogni della ex (letteralmente: accusa di violenze e condanna a quasi sette anni basata su una narrazione poi smentita da una “suggestione onirica”) fino al carabiniere accusato di stalking e violenza sessuale da una collega, con divieto immediato di avvicinamento, salvo scoprire – solo dopo processo – che era tutto fumo. Nel frattempo la reputazione finisce a pezzi e i provvedimenti restrittivi restano ben stagionati nel curriculum. Sullo sfondo resta sempre lei: la narrazione dell’accusatrice, assoluta, indiscutibile, intoccabile. Non serve un testimone, una prova concreta, una verifica dei fatti. Lo dice la donna, lo si prende per buono. Anzi, guai a chiedere riscontri, come dimostra la cronaca di Narni: uomo accusato di aver minacciato una conoscente con l’acido, nessuno ha visto o sentito nulla, lui a 50 km di distanza, ma processo è ugualmente immediato. Sette anni “per la certezza” e solo alla fine assoluzione, ma intanto il danno (sociale, personale, economico) è compiuto. La costante? Le false accuse fanno curriculum, alimentano statistiche e rovinano vite. E se anche alla fine arriva l’assoluzione, chi risarcirà chi?

Il tritacarne delle accuse senza prove e la narrativa dominante
Facile: basta una parola, una lacrima e un’accusa, e la carriera dell’uomo cade giù come un castello di carte al vento femminista. Provate a chiedere al camionista di Torino cosa si prova quando l’unica cosa che tiene in piedi la macchina giudiziaria sono solo le parole dell’ex. Il tempo di un “Codice Rosso” e via, lui fuori di casa (che aveva pure appena comprato, giusto per rendere la beffa un po’ più crudele), con divieto di dimora e costretto a dormire sul camion. Le prove, come sempre, sono “le sue dichiarazioni”. E pazienza se nove mesi dopo i famigerati “maltrattamenti”, la donna ancora scriveva frasi d’amore e progettava un futuro insieme – dettagli, quisquilie, roba da archiviazione automatica. Poi però in Corte d’Appello, tra chat e contraddizioni, gli stessi elementi spuntati magicamente fuori dimostrano che “il fatto non sussiste”. Ma intanto l’uomo si è fatto due anni da colpevole, soggiorno notturno sul tir incluso. E vogliamo parlare del caso del quarantasettenne di Jesi? Anche lui nel tritacarne: due anni dipinto come mostro, accusato di violenza sessuale su minori dai figli della compagna – “carezze proibite”, “atteggiamenti molesti”, o semplicemente regole troppo severe per ragazzini che, evidentemente, cercavano solo un po’ di libertà in più. Prima condannato a sei anni, poi assolto perché il fatto non sussiste, con una perla tutta italiana: le dichiarazioni contraddittorie dei ragazzi erano attendibili fino al primo grado, poi improvvisamente inauditi nonsense secondo la Corte d’Appello. Insomma, prima condanniamo, poi casomai ci ripensiamo. Nel frattempo, se volete un modo rapido per sparire dall’Italia, portare via i figli e rifarvi una nuova vita all’estero, c’è sempre il kit pronto all’uso per “madri esaurite”: falsa accusa di maltrattamenti, alloggio express in casa protetta, fuga in Germania e poi Svezia, lasciando il “marito mostro” con un’accusa totalmente inventata che ovviamente nessuna operatrice di un centro antiviolenza si prenderà la briga di verificare davvero. Soluzione migliore di qualunque concorso pubblico. Pattern ricorrente? Una narrativa standardizzata che premia la parola della “vittima” a prescindere da tutto, con effetti collaterali che – tanto – non compaiono mai nei rapporti delle associazioni e delle statistiche ministeriali. Ma è meglio così: troppo rischioso, forse, raccontare gli errori sistemici di una giustizia che si beve tutto purché venga servito col cuore spezzato e il fazzoletto alla mano.
E poi eccolo, l’ennesimo copione: ex compagna, accusa pesantissima, il solito mix di “maltrattamenti” e “violenza sessuale”, perché ormai va così. L’uomo viene subito trascinato nel tritacarne del Codice Rosso, rinviato a giudizio senza passare dal via, come in un Monopoli perverso in cui la dinamica vera è una: l’uomo va sacrificato sull’altare della “tutela preventiva”. E poi? Poi arriva la realtà – quella che la narrazione dominante non vuole sentire: il tribunale lo assolve. Non per un cavillo, non per insufficienza di prove, ma perché “l’attività istruttoria ha fatto emergere una realtà diversa da quella prospettata dalla denunciante” (parole testuali della Presidente Consuelo Corrao). Il risultato? Atto subito girato alla Procura per valutare se indagare l’ex compagna per calunnia. Tutto nero su bianco, raccontato dalla cronaca giudiziaria. E qui il pattern che si fa inquietante: le accuse plausibili solo sulla fiducia, il codice rosso che scatta come nel Far West, il processo – e poi, puntuale, la formula assolutoria: “non abbiamo trovato le prove, anzi, ci sono elementi che raccontano esattamente l’opposto”. In sintesi: la parola della presunta “vittima” ormai pesa come una condanna anticipata, e fa danni concreti a chi la subisce (spesso, solo per essere nato uomo). Il tempo della cautela pare non esistere più: basta lo storytelling emotivo, e la giostra parte. Quanti uomini in Italia hanno visto prendere fuoco la propria vita pubblica, lavorativa e privata, solo perché “lei ha detto che…”? Il bello, poi, è che nessuno tra chi “combatte la violenza di genere” sembra preoccuparsi per questi cortocircuiti. Quando scatta la calunnia – e scatta sempre dopo il tritacarne mediatico e giudiziario – non si conta il numero di famiglie devastate, rapporti padri-figli compromessi, reputazioni maciullate. Si preferisce raccontare la favola delle “denunce che non vengono mai credute”, mentre la realtà urla altro: ci sono uomini, oggi, ridotti a fantasmi per accuse che evaporano alla prima verifica istruttoria. La domanda vera – che nessuno ha il coraggio di farsi – è quanti già abbiano pagato un prezzo irreversibile per una semplice parola. Insomma: conta ancora la verità nei tribunali o ormai vince chi urla più forte?