La Fionda

La rivoluzione femminista e la fine della storia

Le tre religioni del Libro credono a una concezione vettoriale del tempo, con un inizio e una fine, contrariamente alla concezione ciclica dei greci antichi e delle civiltà asiatiche. Il giudaismo antico prevedeva, alla fine della storia, l’avvento di un regno terrestre. Il cristianesimo riprese questo tema nell’Apocalisse (capitolo 21). Parimenti l’Islam si situa sulla stessa linea del giudaismo e cristianesimo. La fine dei tempi, soprattutto nel cristianesimo, significa la fine della storia. Anche se la fine della storia rappresenta una costante del pensiero giudaico-cristiano, è noto che sul tavolo filosofico la questione è stata messa dal filosofo Friedrich Hegel. Per Hegel il compimento della storia avverrà nella realizzazione della libertà e il compimento finale e assoluto del pensiero filosofico. Più di recente, il tema è stato motivo di dibattito, durante gli anni ’90, quando lo scrittore Fukuyama avanzò l’idea che la sconfitta del comunismo rappresentasse la fine della storia. Credo che la questione sia interessante da affrontare anche in relazione con l’ideologia femminista, tanto da un punto di vista teorico-filosofico come escatologico. L’ideologia femminista ha pure una concezione vettoriale del tempo, con un inizio – un paradiso perduto, il Matriarcato –, un intermezzo tragico – una valle di lacrime, il Patriarcato –, e una fine – il paradiso femminista. La sconfitta del patriarcato rappresenta la fine della storia? Per quanto riguarda la formulazione teorica della relazione tra gli uomini e le donne, la dottrina femminista è quella definitiva, rappresenta la fine della Storia? E poi, il femminismo è destinato a realizzarsi su questa Terra? La famigerata “guerra dei sessi”, dichiarata e denunciata dal femminismo, può avere mai un finale grazie alla Rivoluzione femminista?

Prima di fornire delle risposte, credo che sarebbe opportuno fare una profonda riflessione sul significato antropologico della Rivoluzione femminista e sui suoi obiettivi. In quale capitolo ideale dobbiamo inserire la Rivoluzione femminista, nel quadro generale delle rivoluzioni che contraddistinguono l’Età moderna? L’età delle rivoluzioni sociali, che hanno modificato profondamente l’idea che avevamo di noi stessi e del mondo, inizia con la Rivoluzione inglese del 1640, attraversa la Rivoluzione americana del 1776 e la Rivoluzione francese del 1789, per finire con la Rivoluzione russa del 1917. A queste rivoluzioni sociali bisognerebbe aggiungere la Rivoluzione scientifica, la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione sessuale, quest’ultima in parte legata alla Rivoluzione femminista. La Rivoluzione scientifica e la Rivoluzione industriale hanno reso possibile alle donne la fattibilità della Rivoluzione femminista. Qualsiasi accenno di Rivoluzione femminista prima di queste due rivoluzioni, senza progresso tecnologico, sarebbe stata condannata al fallimento, nemmeno ipotizzabile all’epoca. Grazie alla rivoluzione tecnologica, da un’economia organica in cui l’energia proveniva dal lavoro fisico principalmente maschile si è passati a un’economia industriale basata sull’uso di fonti energetiche fossili e sulle macchine, dove la forza maschile diventa sempre più irrilevante. In questo senso, la Rivoluzione femminista rappresenta il passaggio di una società dipendente dall’unità familiare in base a un fornitore di risorse che era necessariamente l’uomo o una società di welfare dove il sostento e la protezione delle donne e dei bambini è esercitata collettivamente.

femminista, femminismo

Gli obiettivi secondari del femminismo

Fra tutte le Rivoluzioni sociali elencate, quale detiene il primato e ha prodotto gli effetti più trasformativi nella vita individuale e sociale degli esseri umani? Se da un punto di vista sociale è difficile stabilire un primato, da un punto di vista individuale la Rivoluzione femminista ha inciso, a mio avviso, più profondamente delle altre nell’animo degli esseri umani. Al contrario delle altre rivoluzioni, il femminismo formula una critica dei valori e del comportamento del singolo, tanto per l’uomo come per la donna. Ad esempio, per quanto riguarda la religione, l’Illuminismo non riuscì a rendere le donne antireligiose. La critica razionale illuminista della fede non scalfì minimamente la fede femminile. Durante l’Ottocento, la difesa della religione, in Francia e altrove, verrà esercitata soprattutto per mano femminile. Le donne rimarranno profondamente religiose fino alla rivoluzione femminista della seconda ondata. L’ideologia femminista non critica l’irrazionalità della fede, come faceva l’Illuminismo, ma i valori, promuove per le donne valori diversi: individualismo estremo, distruzione della famiglia, aborrisce l’empatia, la compassione, la solidarietà, la maternità… Per questo motivo, a mio avviso, gli effetti trasformativi della Rivoluzione femminista sono stati più intensi, perché riguardavano la sfera privata, che ha comunque delle ricadute anche sulla sfera sociale, al di là che gli effetti siano in realtà stati positivi o negativi, tuttora oggetto di un vivace dibattito.

La nota femminista spagnola Amelia Valcárcel ha scritto: «Il femminismo non ha perso fino ad oggi nessuna delle battaglie in cui si è impegnato. Ha più o meno tardato a raggiungere i propri risultati, ma ha mantenuto immutati i propri obiettivi». (Tratto da Guida per la formazione tecnica e politica per le donne, Comune di Torino, Formación y capacitación política para mujeres electas, URB-AL Red n12 “Mujer y Ciudad”, Finanziato dalla Comunità Europea, 2006, p. 89). Sono d’accordo sulla prima asserzione, il femminismo è riuscito a vincere una battaglia dietro l’altra nel tempo, non saremmo qui a parlarne se non fosse stato così. Ho dei dubbi però sulla seconda. Qual è l’obiettivo del femminismo? Per il femminismo la destinazione finale del lungo cammino del progresso umano, l’obiettivo primario e finale dell’umanità è la liberazione delle donne. In altre parole, l’esito finale della realizzazione della rivoluzione umana sarebbe per l’ideologia femminista la liberazione delle donne. O la fine del Patriarcato, un altro modo di esprimere lo stesso concetto. Questo obiettivo è rimasto immutato nel tempo. Ma per raggiungere quest’obiettivo primario il femminismo fissa senza sosta una serie infinita di altri obiettivi secondari, che continuano a cambiare e a inasprirsi: il voto femminile, il divorzio (con mantenimento), la violenza di genere, il sessismo del linguaggio, il bodyshaming, il catcalling, il manspreading, la divisione del lavoro domestico, le quote, la presunzione di veridicità quando una donna denuncia, ecc.

Amelia Varcarcel, femminista, femministe
Amelia Varcarcel

Le femministe e le altre oppressioni.

Recita un famoso detto che “la rivoluzione mangia i suoi figli”, riferita non solo alla Rivoluzione francese, ma anche alle altre, salvo forse a quella americana. Ogni gruppo rivoluzionario viene, più o meno rapidamente, scavalcato e vinto da gruppi più rivoluzionari, decisi a estendere e portare a compimento la rivoluzione al di là degli obiettivi iniziali. È successo ad ogni rivoluzione che ogni ondata rivoluzionaria successiva si sia mangiata e abbia trasformato la precedente, la Rivoluzione femminista non è rimasta esenta. L’attuale guerra tra le femministe intersezionali e le femministe classiche (le TERF) è un bell’esempio di come l’ondata più recente cerca di spazzare via la precedente. Le femministe della prima ondata erano borghesi, cristiane e antiabortiste, ideali travolti dalle ondate successive. Il voto femminile, il loro più importante obiettivo, era ritenuto da loro una specie di panacea che avrebbe risolto ogni qualsiasi altra ingiustizia contro le donne. In fondo, le femministe ritenevano le donne esseri moralmente superiori, e grazie all’introduzione del voto femminile il mondo sarebbe diventato migliore, più pacifico, più giusto e paritario. Il risultato fu la crisi del ’29, un mondo più caotico e la Seconda Guerra Mondiale, combattuta principalmente da due paesi, il Regno Unito e la Germania, che avevano introdotto il voto femminile (per inciso, il Partito nazista arrivò al potere grazie al sostegno del voto femminile, che fu più numeroso di quello maschile tanto in numeri assoluti come in percentuale).

A seguito di questo innegabile fallimento, il movimento femminista fu costretto a reinventarsi e a “trovare” altre “nuove oppressioni” contro le quali combattere: il divorzio, l’aborto, la libertà sessuale… Questi “nuovi” obiettivi erano così inimmaginabili, così distanti dalla mentalità delle femministe della prima ondata, che il femminismo si prese più di 30 anni di vacanza. Esiste in effetti una discontinuità temporale di circa 30 anni tra la prima e la seconda ondata femminista, tranne per qualche denuncia isolata il movimento sparisce. Esiste una discontinuità tra il modo di pensare delle femministe della prima ondata e quelle della seconda che aveva bisogno di tempo per essere rielaborato. Un silenzio problematico che il femminismo non si è mai curato di analizzare: erano forse stupide le femministe della prima ondata da non sapere di essere ancora oppresse? Erano forse più oppresse le femministe della seconda ondata di quelle della prima? Secondo la spiegazione storiografica femminista, il silenzio storico e secolare delle donne, prima della nascita del movimento femminista, sarebbe stato dovuto al condizionamento subito da parte del Patriarcato. Com’è possibile che donne questa volta consapevoli, come erano le femministe della prima ondata, non si siano rese conto per decenni delle “altre oppressioni”? La violenza di genere, ad esempio, attuale cavallo di battaglia delle lotte femministe, nasce solo con la seconda ondata negli anni ’70 – a seguito degli interventi di Erin Pizzey sulla violenza domestica. Prima di allora, la violenza di genere non era mai stata un problema né per le femministe della prima ondata, né per Virginia Woolf, né per Simone de Beauvoir, né per Betty Friedan. Com’è possibile che le femministe della prima ondata non fossero consapevoli dell’evidente oppressione che rappresentava la violenza di genere?

Erin Pizzey
Erin Pizzey

Femminismo: un bene per tutti?

La verità è che gli obiettivi femministi sono mutevoli e inaspriti sempre di più nel tempo. Fissa il femminismo degli obiettivi ragionevoli e raggiungibili (la felicità delle donne, la parità, la fine della violenza, la fine della discriminazione…)? L’ONU ha proclamato la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre). Non contro i bambini, o contro gli anziani, o contro gli uomini, o contro tutti… solo contro le donne. Non di ridurre la violenza, ma di eliminarla! È difficile immaginare un più alto grado di presunzione che la credenza di poter estirpare il male dal mondo, di poter estirpare la violenza. Gli inquisitori ne erano convinti, allo scopo di estirpare il peccato dal mondo accendevano i falò. A quale scopo si proclamano allora obiettivi irraggiungibili? Se il femminismo trova la sua linfa dallo stato di paura, infelicità e insoddisfazione delle donne, conviene allora proclamare degli obiettivi irraggiungibili per far vivere le donne sotto la perenne insoddisfazione e minaccia di una violenza che non si può estirpare. A proposito delle conquiste delle donne ha scritto la CNN: «Tutto ciò che è stato conquistato è in pericolo. […] Si sono ottenuti molti risultati negli ultimi 10 anni, soprattutto a livello discorsivo, ma questo è solo un inizio». Sono idee spesso diffuse e ricorrenti: 1) le conquiste femministe sono sempre in pericolo e sotto attacco da parte delle forze reazionarie patriarcali; 2) molto è stato fatto ma resta ancora molta strada da fare. Insomma, paura e insoddisfazione; la Rivoluzione femminista non è finita.

In conclusione, rappresenta la Rivoluzione femminista l’ultimo capitolo di un più vasto e più generale processo di liberazione dell’umanità? L’ideologia femminista è un’ideologia work in progress, sempre in rielaborazione. Non ci sarà mai una fine della Storia con il femminismo, perché l’ideologia femminista trova la sua esistenza nell’autogenesi, nelle paure e nelle insoddisfazioni naturali e esistenziali delle donne, da dove sforna le “nuove” oppressioni patriarcali da combattere e i “nuovi” obiettivi da raggiungere. Un’ideologia che proclama una fine irraggiungibile, la liberazione delle donne, qualunque cosa questo voglia dire, è un’ideologia senza fine. Ci sarebbe da obiettare al femminismo che ciò che è un bene per le donne forse non è necessariamente un bene per tutti, ma questa è tutta un’altra storia che, in realtà, non interessa affatto alle femministe.



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