La Fionda

Letteratura e prospettiva di genere

Non ho mai capito perché ogni volta che si parla – a scuola, nelle conferenze sulla letteratura o in qualsiasi altro incontro pubblico – del romanzo capolavoro di Gustave Flaubert, Madame Bovary (1857), si parla anche della condizione storica e universale delle donne e si finisce per parlare di patriarcato, maschilismo o misoginia. Invece, quando si parla ad esempio della novella di Giovanni Verga, Rosso Malpelo (1880), non si parla mai della condizione storica e universale degli uomini né, naturalmente, si parla di matriarcato o misandria, ma soltanto della condizione di un gruppo sociale specifico e asessuato. Rosso Malpelo è un ragazzo che lavora in una cava, che vede l’unico riscatto da una vita di sofferenze solo nella morte, alla quale il ragazzo va incontro consapevolmente e con un senso di liberazione, quando gli viene ordinata un’esplorazione nel ventre della miniera. La novella di Verga descrive la realtà di «povertà e sfruttamento delle classi disagiate» in Sicilia alla fine del XIX secolo. Non descrive la condizione degli uomini, ma la condizione delle «classi disagiate». Così la tragedia di Rosso Malpelo, raccontata da Verga, diventa la tragedia di tutti i disagiati, comprese le donne disagiate. La sofferenza e l’infelicità della signora Bovary diventano, per critici letterari e pubblico, per maestri scolastici e alunni, la sofferenza e l’infelicità di tutte le donne nel Patriarcato, cioè la sofferenza di tutte le donne nella Storia dell’umanità (in contrapposizione a una presunta condizione privilegiata maschile). La sofferenza e l’infelicità di Rosso Malpelo diventano, invece, per critici letterari e pubblico, per maestri scolastici e alunni, la sofferenza e l’infelicità di una specifica classe disagiata in un specifico momento storico. Al contrario di ciò che succede con Madame Bovary, la contrapposizione tra la tragica condizione maschile e una presunta condizione privilegiata femminile non scatta mai nell’immaginario di nessuno.

Le opere di Angelo Beolco, detto Ruzante (1496-1542), introducono per la prima volta nella letteratura italiana il mondo dei “vinti”, a cui solo molto più tardi si presterà ampia attenzione, da Manzoni a Verga e a non pochi altri scrittori del Novecento. Il Ruzante pone in primo piano «la miseria e le sofferenze dei ceti subalterni». Nell’opera principale dell’autore, Il Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo, si rappresenta la condizione disperata di Ruzante che, reduce dalla guerra, dopo aver salvato a fatica la pelle senza avere nulla guadagnato, viene abbandonato anche dalla moglie, stanca di una vita di stenti e di sofferenze. Il Parlamento rappresenta il momento della guerra e la delusione dopo il miraggio della guerra per il contadino. Ruzante rappresenta, come per qualsiasi altra opera,  «la miseria e le sofferenze dei ceti subalterni», di nuovo latitante, per critici letterari e pubblico, qualsiasi riferimento a una possibile contrapposizione tra la miseria e le sofferenze di tutti gli uomini esemplificate nelle vicissitudini di Ruzante e una presunta condizione privilegiata femminile. Insomma, l’autore fa emergere tutta la drammatica condizione di sfruttamento e di emarginazione in cui vivono i contadini, non gli uomini. Cercate ovunque, in altre opere e con altri esempi (la letteratura è piena di protagonisti maschili che vivono tragedie), troverete lo stesso schema nella critica letteraria: le tragedie dei protagonisti maschili rispecchiano le tragedie di gruppi sociali specifici, le tragedie delle protagoniste femminili rispecchiano sempre la condizione della donna (in contrapposizione con una presunta condizione privilegiata maschile).

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Illustrazione dei “carusi” ragazzini (maschi) sfruttati a morte nelle zolfatare siciliane

In letteratura c’è l’esempio di Cacciaguida

Queste risultanze asimmetriche, a seconda del sesso dei protagonisti, sono il frutto dell’impiego di una prospettiva di genere selettiva anche in letteratura. I maestri, gli alunni, i critici di letteratura e il pubblico in genere approcciano i testi (e la realtà) pregiudizialmente, in un atto automatico e meccanico appreso e trasmesso a scuola che fa indossare loro sempre gli occhiali viola e non fa indossare loro mai gli occhiali blu. Poiché siamo in Italia, a questo proposito vorrei portare come esempio la trattazione che realizzano i testi scolastici di due dei capolavori della letteratura italiana: la Divina Commedia di Dante e il Decameron di Boccaccio (nel prossimo intervento). Nel canto XV del Paradiso, Dante mette in risalto il valore della famiglia. Secondo la critica del libro scolastico che stavo leggendo, «questo culto della famiglia si compendia in una serie di quadretti domestici, in cui la donna riveste i ruoli tradizionali tipici della società “patriarcale”, da Dante vagheggiati come ideali: la donna intenta a filare, quella che veglia la culla blandendo il bambino con il tenero linguaggio infantile, quella che racconta alla famiglia le antiche leggende». Non bisogna essere molto perspicace per accorgersi della sottile critica femminista che emana dal testo. Subito dopo questo bel «quadretto», proprio nel canto successivo, Dante racconta di Cacciaguida, un suo trisavolo, episodio centrale nel Paradiso e nell’intero poema che occupa ben tre canti. Cacciaguida fu fatto cavaliere dall’imperatore Corrado III, lo seguì in crociata, dove trovò la morte, e, secondo Dante dal martirio raggiunse la pace del paradiso. Ricorda Cacciaguida che tutti i fiorentini che a quel tempo erano in grado di portare le armi erano un quinto degli abitanti attuali: «Tutti color ch’a quel tempo eran ivi / da poter arme tra Marte e ‘l Batista, / erano il quinto di quer ch’or son vivi» (Canto XVI, versi 46-48).

Dante va fiero della dignità cavalleresca del suo antenato, come andava fiero dei compiti femminili da lui descritti per le donne della sua famiglia ideale. Misteriosamente, nel testo scolastico, per quanto riguarda Cacciaguida, nessun accenno ai «ruoli tradizionali tipici della società “patriarcale” (o, più correttamente, dovremmo adoperare “matriarcale”), vagheggiati come ideali» evidenziate per le donne, né critica che ne assomigli. Se per le donne i ruoli tradizionali (la filatura, la cura dei bambini…) erano “patriarcali”, quindi oppressivi, come dovremmo giudicare, secondo lo stesso criterio, i ruoli degli uomini (sui quali la prima cosa di cui ci informa Dante e se fossero in grado o meno di portare le armi!)? Come giudicare la vita di Cacciaguida, morto combattendo in guerra, rispetto alla vita al sicuro delle donne della sua famiglia che filavano a casa e crescevano i figli? Non si tratta soltanto di una questione della durata della vita, c’erano altre mille sofferenze e pene che accompagnavano la guerra prima di qualsiasi combattimento: all’epoca viaggi faticosi e pericolosi, malattie durante i viaggi, in mare o per terra, le lunghe marce verso il fronte, il freddo gelido o il caldo torrido negli accampamenti, ecc. Come dovrebbero i testi scolastici giudicare la vita di Cacciaguida, messo da Dante come esempio, rispetto alla vita delle donne che dimorano comodamente e al sicuro, tenuto conto dell’epoca, nel loro focolare, lontane da qualsiasi pericolo e campo di battaglia?

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Una rappresentazione di Cacciaguida raccontato da Dante

Il destino maschile nella letteratura

Nell’Inferno, canto XXXIII, Dante racconta di Ugolino della Gherardesca (1210-1289), politico ghibellino, rinchiuso, insieme a due figli, Gaddo e Uguccione, e a due nipoti, Nino detto il Brigata e Anselmuccio, in una torre. Dopo nove mesi di prigione i cinque furono lasciati morire di fame. Ugolino della Gherardesca fu un politico e militare italiano ghibellino che patteggiò per i guelfi. Condannato per tradimento, finì i suoi giorni rinchiuso in una torre, dove morì per inedia, assieme a due figli e due nipoti. Fu dato ordine di gettare la chiave della prigione. Una morte terrificante. Misteriosamente, neanche su questo passo letterario viene fatta alcuna analisi di genere. Noi sappiamo che nella sua vita Ugolino della Gherardesca non ebbe soltanto figli e nipoti ma anche figlie (Emilia, Giacomina, Giovanna) e nipoti femmine. La figlia Giacomina della Gherardesca, ad esempio, visse fino al lontano 1330 tra la nobiltà, moglie del giudice Giovanni d’Arborea. Nella Storia, non sono rare le famiglie dove i figli muoiono prematuramente di morte non naturale, tra guerre, combattimenti, viaggi, prigionie e torture, mentre le figlie riescono a campare comodamente e a lungo. L’esempio più celebre è quello biblico del re Saul e i suoi figli Gionata, Abinadab e Malkisua, che muoiono combattendo i Filistei, al contrario delle sorelle, tra cui Merab e Mikal, quest’ultima moglie del re Davide, esentate dal combattimento, che vissero comodamente e a lungo a palazzo. L’asimmetrico, sessista e tragico destino del giovane Gaddo, figlio di Ugolino, in contrapposizione a quello di Giacomina, figlia di Ugolino, non merita per l’insegnamento scolastico alcuna menzione, né naturalmente alcun approfondimento né riflessione di genere.

Chiamatemi pure pazzo, ma dovendo scegliere tra una vita di sofferenze continue e la morte a giovane età su un campo di battaglia e una vita di agio a filare e a badare i bambini a casa, io ne sceglierei la seconda. Da un punto di vista strettamente razionale, bisognerebbe riconoscere con obiettività e onestà che l’unico destino tragico e sessista è il primo, non il secondo. Tutta la letteratura dell’eroe, le canzoni di gesta, i poemi epici, le novelle e i romanzi cavallereschi, ecc., compresi i versi di Dante che glorificano il trisavolo Cacciaguida, condizionano irreparabilmente l’immaginario maschile e dovrebbero essere affrontati a scuola in maniera molto critica, con una prospettiva di genere che li contrappone a una condizione femminile che era effettivamente privilegiata e più agevole. Eppure i testi scolastici di letteratura agiscono al contrario, i ruoli tradizionali femminili diventano “patriarcali”, cioè oppressivi e misogini, mentre su quelli tradizionali maschili non si apre bocca, infondendo nell’immaginario degli alunni una realtà capovolta. Per favore, non sollevate ora la stupida e falsa obiezione femminista che i valori e i ruoli venivano comunque imposti dagli uomini, quindi le donne sarebbero state vittime passive: come Dante era un uomo, allora i valori che lui augura per le donne sono per forza “patriarcali” e quelli che augura per gli uomini sono naturalmente un danno autoinflitto, quindi “patriarcali” anche questi.

Mary Wollstonecraft
Mary Wollstonecraft

Anche la Wollstonecraft…

Nella Storia dell’umanità i valori e i ruoli tradizionali sono stati trasmessi e difesi da tutti, uomini e donne. Moltissime dame hanno incoraggiato e difeso i valori guerreschi, le sfilate e le marce trionfali dei militari, durante il Medioevo una tra le più grandi scrittrici della tradizione cavalleresca fu la poetessa Maria di Francia. Per quanto riguarda i valori femminili di cura nel focolare, la letteratura è piena di donne che difendono tali valori, valga come semplice e stupido esempio la figura storica Mary Wollstonecraft (1759-1797), considerata la fondatrice del femminismo liberale. Nella sua opera Sui diritti delle donne, pietra miliare del femminismo, potete trovare un «quadretto» identico a quello descritto da Dante augurato dall’autrice («Con letizia ho osservato una donna nutrire i suoi piccoli e compiere i doveri della propria posizione […]. L’ho vista preparare se stessa e i figli, concedendosi solo il lusso della pulizia, per ricevere il marito che, di ritorno a casa affaticato, trovava bambini sorridenti e un focolare pulito…»), «quadretto domestico» che oggigiorno fa rivoltare lo stomaco a qualsiasi femminista doc. In definitiva, finché a scuola la sofferenza maschile è data per scontata e fatta rientrare nell’ordine naturale delle cose, e la sofferenza femminile è invece da debellare, colpa del Patriarcato, cioè degli uomini, e questi diventano gli insegnamenti che vengono impartiti, gli uomini non saranno mai in grado di indossare gli occhiali blu e le donne non faranno altro che indossare sempre gli occhiali viola.

Poiché negli ultimi interventi (1, 2) abbiamo parlato in diverse occasioni dell’importanza per il femminismo della figura di Ipazia di Alessandria, vorrei concludere l’intervento con Pier della Vigna (1190-1249), politico, funzionario e letterato italiano del Regno di Sicilia, che Dante colloca all’Inferno, nella selva dei suicidi. Divenuto vittima dell’invidia e della calunnia di corte, muore suicida per protestare al mondo la propria innocenza e rivendicare la sua fedeltà all’imperatore. Arrestato a Cremona con l’accusa di tradimento, fu fatto accecare per mezzo di un ferro ardente e portato in seguito in prigionia a San Miniato, dove si suicidò sbattendo volontariamente la testa contro la parete della cella. Conoscevate, cari lettori, questo personaggio storico? Ecco l’ennesima figura maschile anonima al pubblico in generale, sul quale non è stata prodotta alcuna pellicola cinematografica, al contrario di quella realizzata su Ipazia, per questo motivo divenuta una figura molto più nota e celebre di tanti altri uomini che hanno subito una sorte simile. Insomma, il solito Patriarcato.



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