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La Fionda

Violenza col tacco: quando la realtà supera la narrazione

Non c’è nulla di più grottesco – se non fosse tragico – dell’incrollabile fedeltà dei media e delle istituzioni allo stereotipo indiscutibile della donna incapace di violenza. Eppure, basta aprire un quotidiano per vedere la realtà smentire ogni giorno la favola dorata del gentil sesso estraneo a qualsiasi brutalità. Due signore entrano in una pasticceria, non gradiscono il servizio, insultano e minacciano la cameriera. Il titolare interviene per difendere la dipendente e qui parte un assalto in piena regola: schiaffi e prese per il collo ai danni dell’uomo, per poi darsi alla fuga con la spavalderia di chi, in fondo, si sente protetto da un pregiudizio collettivo che giustifica tutto. Non è una parodia, ma cronaca nera: due donne, nessuna clemenza. Puntuale la morale capovolta: commentatori scandalizzati invocano centri di rieducazione, ma soltanto per uomini violenti—l’idea che una donna possa mettere le mani addosso a un uomo viene semplicemente esclusa dalla narrazione dominante, insieme a qualsiasi allarme sociale.

E se già questa scena racconta molto, il quadro si allarga diventando inquietante nel silenzio generale dei media. A Macerata, il caso di Marco Pennesi grida vendetta. Il suo corpo viene ritrovato con ferite da arma da taglio su un braccio e colpi alla testa inferti con un oggetto contundente. Dissanguato a morte. La donna che l’ha ucciso rimane una stonatura nella narrazione: niente analisi sul “fenomeno”, nessun dibattito sulla violenza femminile sistemica. La donna, agli occhi dell’opinione pubblica, resta comunque “la parte debole”. Cambia la regione ma non lo spartito: a Sassari una donna, incapace di accettare la fine della relazione, aggredisce alle spalle l’ex compagno a martellate, fratturandogli le vertebre cervicali e rischiando di ucciderlo. È solo l’ultimo episodio di una serie che comprende anche tentativi di avvelenamento (fonte). Con una facilità sconcertante, la società liquida il tutto come “turbolenze relazionali”, non certo come casi di grave rischio sociale.

coltello sangue, violenza

Quando la violenza è donna, tutto si riduce a una parentesi

Ma è a Prato che il copione mostra tutto il suo paradosso. Qui una donna non si limita a perdere il controllo: tenta di uccidere il marito con una coltellata precisa al cuore, fermata solo dalla tempistica dei soccorsi che gli salva la vita. Prognosi di ventun giorni per lui, arresti domiciliari per lei: ai domiciliari. Il tutto archiviato come semplice incidente domestico, senza indignazione nazionale, senza centri antiviolenza, senza proclami da parte di istituzioni o opinionisti. Basta invertire i ruoli in questi drammi per immaginare la reazione: corsi e ricorsi mediatici, mobilitazioni, nuove leggi speciali, eppure quando l’aggressione ha la mano (e il volto) femminile cala un silenzio che sa di complicità.

La creatività della violenza, certo, non si esaurisce ai coltelli. Arriviamo a Milano, dove una donna orchestra un’estorsione costruita su una delle minacce più infallibili: l’accusa di violenza sessuale. Nessuna arma, nessun complice: basta una parola. Aveva già riscosso 20mila euro e ne pretendeva altri 10 con la sola promessa di distruggere la vita dell’uomo se non avesse pagato. Tutto questo—come racconta la cronaca—avviene in un contesto culturale che fornisce alle donne una “pallottola d’argento”, confezionata da anni di slogan e leggi che hanno elevato l’assunto “ogni donna va creduta” a dogma incontestabile (qui). La conclusione è fin troppo chiara, se solo ci fosse il coraggio di affrontarla: la violenza femminile esiste e non fa meno danni—anzi, spesso li amplifica grazie alla protezione sociale e giuridica che la società continua a garantirle. Finché tutto viene insabbiato come “caso isolato”, resta una sola domanda: quanto può ancora durare questa grande finzione collettiva?



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