Nel panorama mediatico italiano continuano a dominare narrazioni monolitiche: violenza vuol dire uomo carnefice e donna vittima. Questo schema resiste all’infinito, immortalato a colpi di titoloni e campagne “sensibilizzate”, dove il volto dell’aggressore non può che essere maschile e quello che piange lacrime vere non può essere che femminile. E invece la cronaca, la realtà – quella che nessuno vuole raccontare davvero – ci regala ogni giorno storie che sbriciolano questo dogma, pur restando sempre ai margini, ignorate dalle sirene dell’indignazione social. Basterebbe leggere i fatti della settimana scorsa per rendersi conto dello squallido doppiopesismo che regola la questione.
Ecco soltanto alcune delle perle che la cronaca ci regala – ma per carità, niente indignazione, niente copertine strillate. Basta mettere la testa fuori dalla narrazione ufficiale e osservare cosa accade. Prendiamo il classico esempio: una donna evasa dai domiciliari che insegue il compagno, lo blocca e lo massacra di botte in pieno giorno. L’uomo cerca di allontanarsi, forse sperando di scappare da una relazione tossica, ma invece si ritrova aggredito in mezzo alla strada. Intervengono le forze dell’ordine, portano entrambi in questura, e sapete come va a finire? Lei “denunciata per evasione”, non certo per percosse o maltrattamenti, nonostante siano reati procedibili d’ufficio. Quando la vittima è un uomo, tutto si risolve in un banale disguido amministrativo. Un’altra occasione persa, una ennesima realtà invisibile. A ruoli invertiti, centri antiviolenza e opinionisti si sarebbero già mobilitati. Qui, invece, tutto tace.

La vittima di sesso maschile va nascosta
Saliamo di livello e arriviamo a Imola, dove un uomo viene trovato morto a coltellate, con la moglie accanto, coperta di sangue e in stato confusionale. Chi è la sospetta? Sempre lei, “sospettata”, quasi mai carnefice, come invece accadrebbe senza appello a parti invertite. Non mancano nemmeno le solite indiscrezioni pronte a spiegare la tragedia come conseguenza della malattia della vittima, quasi che le coltellate siano state una liberazione, un gesto da comprendere. E sui social? Dilagano commenti che gridano “uno di meno”, “ha fatto bene”, “bravissima!”, e c’è persino chi si domanda cosa mai avrà fatto l’uomo per meritare tutto questo. Se soltanto la scena fosse invertita, se fosse stato lui a impugnare il coltello, nessuno avrebbe avuto dubbi sul titolo e sulla narrazione. Ma quando a impugnare un’arma è una donna, la responsabilità evapora e il dibattito si trasforma in una teoria di attenuanti, giustificazioni e ironie che servono solo a minimizzare.
E i casi non finiscono qui. Dalla violenza fisica si passa senza soluzione di continuità a un altro genere di abusi quando protagoniste sono donne nei confronti di uomini. Ecco l’ex amante che perseguita l’uomo per oltre un anno, tra notti insonni, telefonate da numeri anonimi e richieste di denaro. Appena la vicenda viene a galla, si fa di tutto per spostare il focus: la responsabilità improvvisamente si trasforma nel bisogno di “centri di rieducazione per uomini che non sanno accettare la fine di una relazione”. Alla vittima non resta che la vergogna e l’ennesimo silenzio imposto dal sistema. Il pattern è sempre lo stesso: se la vittima è un uomo, il racconto perde slancio, la notizia finisce nel dimenticatoio, il reato si sminuisce. L’evidenza non serve: nel racconto mediatico, la violenza ha sempre il volto dell’uomo, mentre la realtà si ostina a urlare il contrario. Quanto ancora dovrà durare questa farsa prima che qualcuno abbia il coraggio di puntare il dito contro un doppio standard ormai talmente sdoganato da non scandalizzare più nessuno?