In un ecosistema digitale che dovrebbe favorire il dialogo democratico, capita sempre più spesso di assistere a una preoccupante deriva autoritaria mascherata da attivismo sociale. Quanto avvenuto recentemente sulla bacheca pubblica del noto blogger Dario Accolla — che, è bene ricordarlo, oltre a scrivere per il Fatto Quotidiano, ricopre anche il delicato ruolo di educatore e insegnante — rappresenta un caso di studio emblematico di come l’ideologia possa accecare a tal punto da trasformare il dibattito in un tribunale sommario, dove i fatti vengono banditi e le vittime reali derise.
Il punto di partenza era una discussione su un tragico fatto di cronaca, utilizzato dall’autore del post, poi cancellato, ma che noi abbiamo screensciottato qui, per ribadire la teoria del presunto privilegio maschile assoluto e del “patriarcato” come causa di ogni male. Di fronte a una confutazione basata non su opinioni, ma su un rigoroso costrutto statistico e giuslavorista — che ricordava come gli uomini costituiscano la quasi totalità delle morti sul lavoro, dei senzatetto, dei suicidi e della popolazione carceraria — la reazione non è stata un’argomentazione di merito, né tanto meno l’apertura di un dialogo. È stata una chiusura totale, intrisa di un’ostilità che rasenta l’odio per il corpo maschile in sé.
“Figli viziati che schiattano”: l’insulto ai morti sul lavoro
Per l’autore e la sua cerchia, il fatto stesso di possedere una biologia maschile sembra costituire una colpa originaria, una macchia indelebile che priva l’individuo di qualsiasi diritto alla vulnerabilità o alla compassione. Il culmine della totale mancanza di empatia si raggiunge in questo commento di una follower. In risposta ai dati oggettivi sugli uomini in fondo alla piramide sociale e alle vittime del dovere, la replica è agghiacciante: gli uomini sarebbero “figli viziati” che “schiattano prima davanti alla vita reale” perché “più deboli”. Si tratta di un insulto diretto e spietato a padri di famiglia caduti dalle impalcature, a operai schiacciati dai macchinari, a disperati che si tolgono la vita. Invece di riconoscere la fatica e la sofferenza di una parte della società, questa narrazione tossica preferisce sfuggire il dialogo e deridere chi soccombe, etichettandolo come un privilegiato che non ha saputo resistere.
Di fronte alla richiesta di un dibattito pubblico civile e razionale, l’autore del post ha scelto la via più antidemocratica possibile: ha chiuso i commenti e ha etichettato i suoi interlocutori come “incel”. Da questa totale chiusura al dialogo emerge una contraddizione tanto grottesca quanto grave. Un esponente e difensore dei movimenti LGBT, che dovrebbe per definizione combattere contro lo stigma sociale legato alla sessualità e al corpo, utilizza un termine dispregiativo legato proprio alla sfera sessuale per silenziare il dissenso. Trasformare la presunta inattività sessuale di un uomo in un insulto per invalidare le sue opinioni civili e i suoi dati statistici è la negazione stessa di ogni principio di inclusività e rispetto.
Il ribaltamento della realtà e la morte del dialogo
Ma la mistificazione finale avviene nel momento della chiusura del sipario. L’autore giustifica la censura affermando di non poter tollerare “chi ride di fronte alla morte di una persona”. Un espediente retorico vile, volto a rigirare completamente la frittata. Nessuna delle voci critiche aveva minimizzato o deriso il caso di cronaca in esame. Al contrario, l’unico commento che ha letteralmente riso e sputato sentenze sulle morti (quelle sul lavoro e per suicidio) è stato proprio quello della sua follower, che l’autore si è ben guardato dal censurare o redarguire. Questa totale irragionevolezza, questa indisponibilità cronica al dialogo e al metodo dialettico, solleva interrogativi pesanti, specialmente considerando il ruolo di insegnante dell’autore. Quando si svuota un’intera categoria di persone della propria umanità, quando si deridono i suoi morti e si utilizza la sessualità come arma denigratoria, si compie un processo di oggettivazione estrema.
Se il corpo maschile è spogliato della sua dignità umana, dei suoi diritti civili e del diritto alla compassione, cosa ne rimane? Di fronte a tanta ferocia ideologica e al disprezzo per la vulnerabilità maschile, viene da pensare, con amara preoccupazione, che per chi professa queste idee gli uomini — e soprattutto i giovani ragazzi in fase di formazione — non siano visti come persone complesse e portatrici di diritti, ma, nella peggiore delle ipotesi, come meri oggetti o giocattoli sessuali a disposizione di una narrazione che li vuole eternamente colpevoli e subalterni. Un educatore che rifiuta il confronto e il dialogo per rifugiarsi nell’insulto non sta insegnando il rispetto; sta addestrando al disprezzo. E questo è un fallimento che nessuna teoria sociologica potrà mai giustificare.