La formula “terapie di conversione” o “pratiche di conversione” è un cavallo di Troia che fa leva sull’indignazione morale che oggi suscita l’idea di voler “guarire” le persone omosessuali e renderle forzosamente eterosessuali – ormai da tempo relegata a rari episodi in contesti di estremismo religioso – per estendere tale indignazione a un concetto totalmente differente: la “identità di genere”. Ora che, sia in Europa che negli USA, la comunità scientifica sta prendendo atto dell’evidenza in merito alle “transizioni di genere”, che indica in modo netto il fallimento dell’approccio “affermativo” nel migliorare il benessere dei soggetti cosiddetti “transgender”, e sta puntando a un cambio di rotta verso approcci più cauti e olistici, le lobby arcobaleno e quelle legate al business delle “affermazioni di genere” (ex-cambio di sesso) cercano di correre ai ripari. Il vero scopo di tali iniziative è criminalizzare ogni approccio, da parte della famiglia ma anche di psicologi e medici interpellati, ai casi di “disforia” o “incongruenza” di genere che non sia immediatamente “affermativo”, ossia che non prenda semplicemente e acriticamente atto della volontà del soggetto (anche minorenne) per far subito partire l’iter di transizione, sociale e legale ma anche farmacologica e poi chirurgica, al “genere” scelto.
Con il ricatto morale della lotta alle atroci “terapie di conversione” si incanala in modo fraudolento il consenso popolare nel sostegno a queste normative. La recente “iniziativa dei cittadini europei” promossa a questo scopo dalle associazioni abcdefghi+ ha raggiunto oltre un milione di firme, forte di questo sostegno lo scorso dicembre la Commissione per l’Uguaglianza e la Non-Discriminazione del Consiglio d’Europa ha preparato una risoluzione che urge i paesi membri a dotarsi di una legge che proibisca le “terapie di conversione”, che sarà votata all’assemblea plenaria del Consiglio oggi 29 gennaio. Abbiamo denunciato questo perverso inganno in dettaglio in un precedente articolo: oggi lo denuncia anche l’Athena Forum, movimento europeo (già incontrato nel nostro dossier sulla cooptazione delle istituzioni europee da parte delle lobby abcdefghi+) che si batte per tornare alla centralità del concetto di “sesso”, al posto di quello di “identità di genere”, nei processi normativi e nel discorso pubblico. Lo fa con un documento informativo chiaro e preciso fresco di pubblicazione, il Briefing sui pericoli e le distorsioni della proibizione delle “terapie di conversione” estesa alla “identità/espressione di genere”: vi suggeriamo la lettura integrale, ma vediamone alcuni passaggi chiave (traduzione e corsivi nostri qui e nel seguito).
“Terapia di conversione”: una formula ingannevole.
«Queste proposte di legge» scrivono gli estensori del documento «sono spesso presentate come tutele necessarie contro pratiche abusive, ma vanno ben oltre tale scopo dichiarato. Espandendo la definizione di “conversione” a ogni approccio che non sia immediatamente “affermativo” della “identità/espressione di genere” autodichiarata da un bambino o adolescente, queste proposte, piuttosto che tutelare soggetti vulnerabili, costituiscono il rischio di criminalizzare terapeuti, educatori, genitori e assistenti sociali che si attengano a un modello di cura olistico, cauto e basato sull’evidenza (evidence-based) nel trattare bambini e adolescenti in preda a un disagio interiore». E ancora: «“Terapia di conversione” è una formula ingannevole, deliberatamente scelta per evocare pratiche abusive che un tempo affliggevano alcuni uomini gay e donne lesbiche, pratiche che oggi sono già sanzionate come reati molto gravi. Questa immagine storica è impropriamente associata a qualcosa di profondamente differente: il disagio che alcuni bambini impuberi e adolescenti vulnerabili possono provare nei confronti delle trasformazioni del proprio corpo sessuato, e la pretesa che famiglie, educatori, terapeuti e assistenti sociali affermino incondizionatamente tale disagio come segno di una innata e immutabile “identità transgender”.
Allo stesso tempo, l’ambito di ciò che è considerato pratica o terapia di “conversione” è stato intenzionalmente esteso e offuscato, fino a comprendere il dissenso verbale, ogni approccio terapeutico esplorativo, discorsivo o di vigile attesa, la non-“affermazione” da parte delle istituzioni e degli attori sociali coinvolti come scuole e servizi, e le legittime obiezioni di genitori e altri membri della famiglia. Questa estensione si basa sul presupposto che la “identità trans” sia una verità consolidata e obbligatoria, anziché un concetto controverso che non può essere imposto alla società». Athena Forum registra anche l’uso improprio e ideologico, da noi costantemente sottolineato, del discorso (spesso formulato in modo ricattatorio) su “idiritti” per imporre quella che invece è una feroce ideologia foriera di danni per i soggetti coinvolti e la società: «Molti dei bambini e ragazzi che mostrano un comportamento non tipico rispetto al proprio sesso diventeranno adulti gay o lesbiche. Mentre sotto l’ideologia del “genere” vengono indotti a considerarsi “nati nel corpo sbagliato”. Estendere la proibizione delle “terapie di conversione” alla “identità/espressione di genere” espone questi ragazzi al rischio di danni permanenti, con la scusa della “protezione dei diritti umani”».

Un richiamo alla ragione e all’evidenza scientifica.
Nella sezione del documento intitolata Rassegna delle categorie coinvolte e dell’impatto sulla loro salvaguardia (pagg. 4-8), si delineano i modi dannosi in cui simili proposte di legge, se adottate, andrebbero a impattare su: bambini e adolescenti; giovani omosessuali; genitori; terapeuti e dottori; educatori; assistenti sociali; istituzioni giudiziarie; e il pubblico più generale. Vale la pena sottolineare la parte dedicata a terapeuti e clinici, aspetto spesso poco considerato: «Rischierebbero la perdita della licenza o sanzioni anche penali per l’esercizio della propria libertà di giudizio professionale e l’impiego di un approccio esplorativo e basato sull’evidenza, anziché “affermativo” in automatico; lo sviluppo del settore sarebbe ristretto ai soli approcci “affermativi”, limitando l’oggettività e la libertà di sperimentazione; l’intero ambito rischierebbe un effetto intimidatorio che potrebbe paralizzare la ricerca scientifica, l’insegnamento e la pratica clinica riguardo approcci terapeutici più comprensivi; alcuni professionisti potrebbero decidere in tale clima di abbandonare del tutto la cura di questi bambini e ragazzi, riducendo così il supporto clinico che è loro necessario». Tutto questo in realtà è già in opera da almeno due decenni, come testimonia la sezione dell’HHS review (che avevamo discusso qui) relativa agli approcci alternativi a quello “affermativo”, che denuncia la quasi totale assenza di studi, ricerche e investimenti in questo senso: il terapeuta che proponga all’adolescente di attendere l’attraversamento della pubertà, o chieda finanziamenti per una ricerca sugli effetti della psicoterapia nel trattamento del disagio “di genere”, rischia già ora, e da tempo, lo spauracchio dell’accusa di “transfobia” e lesione de “idiritti” umani fondamentali.
Il documento si chiude discutendo i casi di Malta e Spagna, dove simili leggi sono già in vigore. La “ley trans” spagnola del 2023, ad esempio, «proibisce le “pratiche di conversione” definite come “metodi, programmi o terapie di avversione, conversione o contro-condizionamento” intese a cambiare l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere, anche col consenso del soggetto. Violazioni di tale legge sono considerate “illeciti amministrativi molto gravi” con multe che possono arrivare a 150.000 euro. … Ma nel giugno 2025 il Congresso spagnolo ha intrapreso il primo passo procedurale per emendare il codice penale, aggiungendo un nuovo articolo che renderebbe le “pratiche di conversione” un reato penale punibile con la prigione (da sei mesi a due anni)». L’Athena Forum sottolinea che «simili leggi codificano la credenza che esistano “bambini trans” – che se un bambino dice di avere una “identità trans” la sua affermazione dev’essere considerata un fatto. Questa credenza non è trattata come una questione clinica o legata allo sviluppo dell’individuo, ma come una verità indiscutibile, che professionisti, genitori e istituzioni sono legalmente e moralmente obbligati ad “affermare”. … Così, si dà priorità alla conformità ideologica rispetto al giudizio clinico, ai diritti dei genitori e alla considerazione attenta del benessere di lungo termine di tali bambini e adolescenti». Insieme all’Athena Forum, molti soggetti, esperti e professionisti del settore ma anche associazioni di persone omosessuali, tra cui Sex Matters, LGB Alliance UK, LGB International, Genspect hanno preso posizione affinché l’assemblea del Consiglio d’Europa respinga la risoluzione sulle “terapie di conversione”. C’è solo da augurarsi che questo richiamo alla ragione e all’evidenza scientifica prevalga sugli interessi di queste lobby, e che anche l’Europa cominci a fare un passo indietro, sull’esempio degli Stati Uniti, su questa ideologia che ha già fatto fin troppi danni.