Persino i più fanatici seguaci della fede femminista sono disposti ad ammettere che il femminismo non è esistito sempre. Eppure il messaggio femminista non era né complicato da elaborare né difficile da capire. Si trattava, secondo i loro adepti, di una verità evidente e manifesta. Una verità che, a quanto pare, non è sembrata lungo i secoli così evidente. Tutti sappiamo che il movimento femminista è nato solo nell’Ottocento e nel mondo occidentale. Convenzionalmente la storiografia femminista fissa la sua nascita durante l’incontro di Seneca Falls negli Stati Uniti nel 1848. Prima di allora, la protesta femminista era consistita in qualche isolata e assolutamente minoritaria esternazione femminile – tra le quali bisogna includere quelle delle tre figure capostipiti del femminismo, Christine de Pizan (1365-1430), Olympe de Gouges (1748-1793) e Mary Wollstonecraft (1759-1797). Data quindi l’apparente semplicità del messaggio femminista e la sua evidente quotidiana manifestazione nella vita delle donne, risulta difficile da comprendere perché il femminismo non sia sempre esistito in ogni epoca e luogo del mondo. La domanda potrebbe essere riformulata in quest’altra maniera: perché il femminismo è nato quando è nato ed è nato dove è nato? Perché il femminismo è nato nell’Ottocento e non nel Cinquecento? Perché il femminismo è nato in Occidente e non nel Terzo mondo? Perché il femminismo non è nato nella Grecia classica, nell’Impero cinese o nella civiltà maya? È un segreto di Pulcinella il fatto che il femminismo si sia sviluppato in contemporanea con il progresso della tecnica. Senza questo progresso, senza la Rivoluzione industriale e il miglioramento diffuso delle condizioni di vita della società sorge il legittimo dubbio che il movimento femminista non sarebbe mai esistito. I diritti delle donne devono in realtà molto di più alla lavatrice e alla pillola anticoncezionale che a tutte le lotte e a tutte le rivendicazioni del movimento femminista.
Durante la Rivoluzione Industriale si svolse un’accelerata modernizzazione che investì ogni sfera: economico-sociale, politica e culturale. La modernità irruppe nella vita occidentale con tale forza da venire percepita dai contemporanei come manifestazione di un progresso innalzato a legge storica e fede collettiva. Questo fenomeno riguardò la crescita demografica, l’urbanizzazione, le migrazioni intercontinentali, l’assottigliamento della popolazioni contadine, la produzione e il mercato, le classi sociali e la loro stratificazione, l’aumento dei quadri tecnici e della burocrazia impiegatizia, l’ampliamento dei ceti medi, la crescita della scolarizzazione (i bambini non dovevano più andare a lavorare per contribuire alla sopravvivenza della famiglia) e della domanda di informazione e di cultura (aumentò il tempo libero, sottratto alla sopravvivenza, per leggere e informarsi), lo sviluppo di conseguenza dei mezzi di comunicazione, giornali, riviste, libri e la diffusione di consumi culturali (sino ad allora patrimonio di una ristretta élite), come i prodotti artistici e di design (l’epoca del Liberty), la nascita del cinematografo, la radio e la pubblicità, quest’ultima costituita in attività economica e forma comunicativa specifica (riconoscimento dell’aumento diffuso del potere di acquisto, soprattutto delle donne, alle quali era indirizzata gran parte di questa pubblicità)…
Il crollo delle verità assolute
Sul piano sociale, in questa fase storica assistiamo alla nascita della società di massa. Scrive il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset nell’incipit di La ribellione delle masse: «C’è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante della vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale». Le masse entrano come protagoniste anche nella vita politica, sconvolgendone i modelli consolidati, quelli che la culturale liberale aveva elaborato nell’età delle rivoluzioni e aveva poi potuto applicare, per successivi aggiustamenti, in una società che rimaneva sostanzialmente elitaria. Tutte queste profonde trasformazioni di ordine economico, politico e sociale stimolano il dibattito intellettuale e politico con domande e problemi nuovi. In breve, con la modernizzazione e l’avvento della società di massa, la società entra in crisi. Sul piano filosofico e artistico, la profonda inquietudine generata dalla crisi sociale e culturale prodotta dalla modernizzazione viene elaborata nelle forme dell’irrazionalismo, e nell’arte con una reazione anti-naturalistica espressa nel Simbolismo, il Decadentismo e le nuove avanguardie artistiche. La psicologia è scossa dalla rivoluzione psicoanalitica freudiana.
In campo filosofico-scientifico si mettono in discussione alcuni presupposti epistemologici talvolta secolari, particolarmente nelle discipline logico-matematiche e nella fisica. La geometria euclidea, con la sua struttura deduttiva, fin dall’antichità aveva rappresentato il vero modello del rigore scientifico. Essa si basava su un ristretto numero di postulati, assunti come veri in modo evidente, dai quali venivano dedotte, dimostraste, tutte le altre proposizioni. Ancora ai tempi di Kant la geometria euclidea appariva come il modello di rigore scientifico: la sua struttura rispecchiava l’architettura stessa della realtà. La formulazione di geometrie non euclidee nella seconda metà dell’Ottocento metteva in crisi la corrispondenza fra le rappresentazioni dello spazio e le sue proprietà fisiche. La stessa centralità dell’evidenza intuitiva, quale garanzia ontologica delle verità geometrico-matematiche, è messa radicalmente in discussione. Negli stessi anni, la fisica è interessata da una vera e propria rivoluzione che ha come oggetto il modello della meccanica classica elaborato da Newton e Laplace. Il modello del meccanicismo entra in crisi profonda che diventa irreversibile nei primi decenni del Novecento. Le teorie della relatività di Einstein, il principio di complementarietà di Bohr e il principio di indeterminazione di Heisenberg inducono una profonda revisione delle procedure e del fondamento del sapere scientifico. Questi rivoluzionari cambiamenti nelle discipline scientifiche decretavano forse il fallimento della ragione scientifica, incapace di cogliere le vere strutture del reale? Oppure si doveva ammettere che una particolare forma di scienza, cui era stato attribuito in precedenza un valore assoluto, era invece solo una rappresentazione particolare della realtà, valida soltanto entro certi limiti per lo studio di particolari sistemi? Il dibattito che si avviò nella filosofia e nella scienza a partire di queste domande prese il nome di “crisi dei fondamenti”. Verità apodittiche crollarono.

Il “nazionalismo della figa”
Sul piano della politica e delle ideologie, la rottura storica operata dalla rivoluzione francese sollevò una discussione che andava al di là di quell’evento, chiamando in causa visioni del mondo e del futuro alternative. L’idea socialista, ad esempio, si costruiva in contrapposizione e per differenza rispetto alle due altre grandi tradizioni ideali dell’epoca, quella liberale, di matrice anglosassone, e quella democratica, erede del pensiero rousseauiano. Rispetto ai liberali i socialisti ponevano l’uguaglianza, e non la libertà, quale valore fondante dell’organizzazione sociale, rispetto ai democratici i socialisti ritenevano che l’estensione del suffragio non fosse una risposta adeguata alle esigenze di giustizia sociale avanzate dalle classi povere. Successivamente l’irrazionalismo generò nuove ideologie politiche che si diffusero ampiamente in Europa a cavallo dei due secoli e assunsero sovente caratteri antiliberali e antidemocratici. Il nazionalismo venne esaltato, la comunità di sangue e tradizioni diventò il valore supremo, in contrapposizione con gli altri popoli, etnie, razze. Coerentemente, in un quadro di risorgente bellicismo che esaltava la guerra come fucina di identità e orgoglio nazionale, si condannava il pacifismo. In questo brodo di irrazionalismo, di crisi dei fondamenti, di radicali cambiamenti provocati dalla modernizzazione (il progresso della tecnica), nasce e si sviluppa l’ideologia femminista.
Queste tendenze politico-ideologiche, nelle loro forme più virulente, assunsero i caratteri del razzismo, dell’antisemitismo, della misandria. Indicando un comune nemico contro cui riunire le forze (gli ebrei, le etnie ritenute inferiori o pericolose, gli uomini), queste ideologie costituirono un importante ma deleterio elemento di coesione e di identità. Dove prima c’era solo la “donna” (la moglie, la figlia, la sarta, la lavandaia…), singolo individuo non di massa, le “donne” entrarono come protagoniste e gruppo identitario (sorellanza). Alla pari delle altre ideologie irrazionali, il femminismo enfatizzò le differenze tra gli uomini e le donne, mise in evidenza unicamente le diversità che ci separavano tra gli esseri umani, e dichiarò, esplicitamente, la “guerra dei sessi”. Alcuni hanno definito, spregiativamente ma correttamente, il femminismo “il nazionalismo della figa”, l’esaltazione della parte dell’umanità che possiede la figa e la venera come il valore supremo. Le femministe della prima ondata si muovevano infatti come si muovevano i fascisti o i comunisti, o gli anarchici all’epoca, con lo stesso spirito bellicista e con la stessa esclusività e ansia di portare la salvezza al mondo. Dai tre incubi dell’umanità nati in questo periodo, il fascismo-nazismo, il comunismo-anarchismo e il femminismo, soltanto l’ultimo è rimasto vivo e vegeto e, per ora, trionfante.
L’accusa del femminismo
Secondo il filosofo Ernst Mach la conoscenza va intesa, come gli altri processi vitali, alla stregua di un adattamento, di una risposta agli stimoli dell’ambiente esterno, sulla stregua dell’evoluzionismo darwiniano. La realtà non è contemplata passivamente dall’uomo, ma modificata, costruita. La scienza avrebbe un fine pratico, utilitaristico, costituito dalla conservazione della specie (conservazione dell’individuo). Lo stesso vale per il pensiero. La teoria femminista è figlia del suo tempo. Sull’onda della crisi dei fondamenti, l’ideologia femminista ha capovolto la visione del mondo, ha denunciato la natura convenzionale e il carattere strumentale di certe verità secolari: le strutture sociali, il modo di vivere, la famiglia e i ruoli sessuali, l’esistenza dei sessi, la maternità, le mestruazioni, la debolezza fisica femminile… Si è arrogato il diritto di divinizzare la soggettività femminile (il personale è politico) rispetto all’oggettività dei fatti, e su questo unico parametro di misura ha contestato ogni cosa e ha fatto diventare certi postulati assiomi, che non ha ritenuto necessario di dover dimostrare in quanto evidenti – gli assiomi femministi sono in realtà liberi creazioni, convenzioni soggettive che possono essere logicamente e facilmente capovolti.
In conclusione, quando la modernizzazione (il progresso della tecnica) ha permesso alla maggior parte dei cittadini di vivere come soltanto i veri ricchi (gli aristocratici) avevano vissuto nel passato, quando la servitù è stata rimpiazzata dalle macchine e dagli elettrodomestici (il frigorifero, la lavatrice, il telefono, l’aspirapolvere, le telecamere di sorveglianza…), quando non c’è stato più bisogno dell’abilità e la forza fisica (i robot automatizzati assemblano le automobili, stanze silenziose piene di fili di computer controllano la produzione di energia, treni senza macchinisti… ), quando lo Stato si è assunto il compito di tutelare il benessere socio-economico del cittadino (welfare state), quando l’ambiente è stato reso sicuro, soltanto allora è stato possibile per le donne acquisire una nuova coscienza, incominciare a pensare e a considerare diritti e situazioni in maniera diversa. È inutile rimontarsi alla preistoria per sollevare istanze storiche delle donne. Di fronte al miglioramento delle condizioni di vita, grazie al progresso della tecnica, alle donne occidentali si aprivano due possibilità: la gratitudine (il riconoscimento dell’importante contributo e sacrificio maschile nel miglioramento raggiunto da tutta l’umanità); l’accusa (contro gli uomini per aver impedito storicamente le donne una vita più agevole – sulla falsa credenza che gli uomini avessero vissuto all’epoca più agevolmente delle donne e non avessero pagato un dazio maggiore di sangue e sofferenza). Come tutti sappiamo, ha trionfato la seconda posizione, il femminismo ha incolpato gli uomini delle difficili condizioni storiche delle donne (che subivano anche gli uomini) invece di riconoscere i miglioramenti dei quali possono usufruire anche in futuro. E questo è avvenuto solo quando le donne si sono sentite sicure e tutelate: nell’Ottocento nel mondo occidentale.