La Fionda

Sulle false accuse Menditto è un fantasma che non impaurisce

Quando parla di false accuse, Francesco Menditto, ex Procuratore Capo di Tivoli, ricorda il fantasma di Canterville mirabilmente raccontato da Oscar Wilde nel 1887. Nel breve romanzo, lo spettro infestava con soddisfazione un’antica casa dove, quali nuovi inquilini, si installava a un certo punto una moderna famiglia americana. Tutti, dal padre ai figli, invece di essere impauriti dal vecchio spettro e dai suoi trucchi per terrorizzarli, finiscono per fargli venire una crisi di nervi con il loro approccio pragmatico e realistico. Menditto è uguale: dopo essere andato in pensione, cerca ancora di cavalcare un movimento e una retorica ormai stantii, quel femminismo che vive cercando di terrorizzare un’intera società e che da quel terrore monetizza ampiamente in termini economici e politici. Però la realtà, con il suo pragmatismo a volte anche un po’ crudele, finisce per mostrare da un lato quanto certe idee siano vecchi arnesi utili solo ad alimentare un circuito tossico di denaro e potere che prima o poi verrà scardinato, e dall’altro a quale livello di isolamento fantasmatico si riduce chi cocciutamente prova a sostenerle.

Qualche giorno fa, nelle piazze è apparso qualche manipolo di fanatiche, sparuto ma urlante a pieni polmoni (a proposito di fanatiche e di psicosi, guardate e ascoltate con attenzione questo video) contro la cancellazione dell’assenso “libero e attuale” dal disegno di legge Bongiorno. Com’è noto, la modifica si deve a un’indicazione molto chiara proveniente dalla Lega: “il consenso libero e attuale lascia spazio a vendette personali”. Un modo semplificato per dire che renderebbe ancora più strutturale e sistematica l’epidemia di false accuse nel nostro paese. I media, da tempo infiltrati dalla psicosi femminista, continuano a contestare questa argomentazione dicendo che “i dati della magistratura dimostrano che le false accuse non esistono o sono un fenomeno minimale”. E per poter dire una sciocchezza del genere, ormai da giorni si rivolgono proprio a lui, il nostro fantasma di Canterville: Francesco Menditto. In questo articolo di SkyTg24 viene intervistato da Donata Columbro, una giornalista che si presenta come autrice di due libri: “Ti Spiego il Dato” e “Perché contare i femminicidi è un atto politico”. Immaginate l’oggettività… Insomma per spiegare un fenomeno nazionale viene chiamato lui solo, Menditto, con le sue statistiche della piccola procura di Tivoli: «abbiamo analizzato 176 procedimenti civili di separazione e divorzio in cui era in corso anche un procedimento penale», dice. «Le denunce presentate dalle donne nel corso di procedimenti civili vengono archiviate nella stessa percentuale di quelle presentate al di fuori di questi contesti: nessuna incidenza, nessuna anomalia». Insomma, senza mezzi termini, per lui le false accuse sono «una fake news». Per la serie: fare free-climbing sugli specchi e farlo pure male.

False accuse: possono farlo, quindi lo fanno

Stiamo parlando di una piccola procura e della misura microscopica della casistica, cioè le denunce penali archiviate presentate in fase di separazione o divorzio. E quelle che esitano in assoluzione? E quelle presentate al di fuori delle separazioni o divorzi? E gli altri procuratori capo che dicono? Tacciono perché sanno la verità, ma sanno anche che esporla innescherebbe una shitstorm nazionale che gli brucerebbe la carriera. Quando il femminismo non aveva il potere che ha oggi, i magistrati (donne), come l’ex PM Carmen Pugliese (vedasi video qua sopra) e altre operatrici di giustizia (donne) parlavano eccome e non avevano remore a quantificare nel 90% i casi di false accuse. Però il solo Menditto con le sue statistichine locali e microscopiche bastano alla prode Donata Columbro per titolare “Ecco i dati”. Niente meno. In realtà “ecco i dati”, modestia a parte, possiamo dirlo soltanto noi: date un’occhiata alla casistica che raccogliamo dal 2019, semplicemente raccogliendo i fatti notiziati dai media. Abbiate la pazienza di aprire a caso dieci o venti articoli e leggeteli. Sono scelti con cura: non ci sono assoluzioni per mancanza di prove o con altre formule dubitative, inseriamo solo le assoluzioni perché il fatto non costituisce reato o perché il fatto non sussiste. Ovvero perché la denuncia era basata su un’accusa falsa, punto e stop. Si dirà: quelle che contate voi de LaFionda.com sono comunque poche centinaia. Vero, ma è perché sono prese dai casi che finiscono sui media, di solito locali e per impulso di qualche avvocato che vuole (giustamente) farsi un po’ di pubblicità. Dovremmo essere in grado di accedere alle statistiche del Ministero della Giustizia per iniziare a dare dati più significativi.

O meglio: dovrebbe essere il Ministero della Giustizia a rilevare i dati, come atto doveroso di controllo di quello che accade nei tribunali e nella società. Il procedimento sarebbe semplice e (ovviamente) opposto a quello furbetto adottato da Menditto: prendere tutte le denunce da “Codice Rosso” presentate in un determinato anno, poi rilevare quante sono state archiviate, poi, di quelle restanti, quante sono finite in assoluzione con formula non dubitativa. Lì avremmo già una proporzione credibile delle false accuse in Italia, a cui volendo si potrebbe sicuramente applicare il filtro usato da Menditto, cioè capire quante tra le denunce archiviate ed esitate in assoluzione erano state presentate in fase di separazione o divorzio, ma sarebbe solo un’angolazione diversa con cui guardare la reale epidemia in atto. Il dato reale è quello che abbiamo detto e la punta dell’iceberg che misuriamo noi suggerisce un fenomeno davvero dilagante. Su cui è corretto però farsi due domande: primo, perché mai così tante donne dovrebbero presentare denunce basate su false accuse? Secondo, perché, qualora ci sbagliassimo e la casistica fosse davvero minimale, non si dovrebbe comunque tenerne conto? Alla prima domanda rispose già, molti anni fa, Maria Sanahuja, anche lei PM della Procura di Barcellona, in Spagna, poco tempo dopo l’approvazione della “Ley contra la violencia de género”, una sorta di Codice Rosso alla Spagnola, approvata dal Governo Zapatero nel 2004: le donne utilizzano le false denunce perché la cosa porta loro vantaggi e perché viene loro data la possibilità di farlo. Possono farlo, quindi lo fanno. Semplice e terribile allo stesso tempo.

Júlia Zanatta, false accuse, brasile, proposta di legge, accuse
La deputata brasiliana Júlia Zanatta

False accuse: uso abusivo e fraudolento della legge

Per rispondere alla seconda domanda siamo soliti riferirci ad altri fenomeni minoritari: il fatto che le persone diversamente abili siano in numero minore dei normodotati autorizza forse a non fare leggi a loro tutela? Stessa cosa per gli atti criminali che avvengono molto raramente: vogliamo lasciarli impuniti, così implicitamente autorizzandoli? Questa volta però vorremmo rispondere al fantasma Menditto con tutto il pragmatismo di un passo di samba, ossia invitandolo a leggere la proposta di legge 5128.2025 depositata l’ottobre scorso al Parlamento di Brasilia dalla deputata carioca Júlia Zanatta per integrare la Legge n. 11340/2006, in pratica il “Codice Rosso” del Brasile. Abbiamo la fortuna di conoscere il portoghese e abbiamo fatto un po’ di ricerche, con questo esito: nella giustificazione alla legge la Zanatta non cita statistiche o casi, a parte la vicenda Amber Heard / Johnny Depp. Non le cita perché nessun istituto pubblico in Brasile conta le denunce finite archiviate o in assoluzione, esattamente come qui in Italia. Nonostante questo, la proposta di legge prevede che il giudice notifichi l’accusato entro un certo tempo e gli consenta di difendersi prima di confermare le misure protettive; che se la falsa accusa è provata, il caso sia segnalato al Ministero Pubblico per valutare reati penali come denunciação caluniosa o comunicação falsa de crime (denuncia calunniosa o comunicazione falsa di crimine); che la parte che ha presentato una denuncia deliberatamente infondata possa rispondere civilmente per danni morali o materiali.

È chiaro che il motivo di queste misure proposte è tutto giuridico e costituzionale: Zanatta sostiene che l’efficacia e la legittimità del loro “Codice Rosso” rischiano di essere compromesse se i suoi strumenti protettivi vengono attivati indebitamente da persone in malafede. Stesso argomento della Lega sul DDL Bongiorno. Non solo: Zanatta sostiene anche che i diritti al contraddittorio e all’ampia difesa non sono sempre garantiti nelle fasi iniziali in cui una misura di protezione verso la presunta vittima viene concessa. E sono diritti costituzionali che vengono lesi ampiamente in Brasile come in Italia e che sarebbero carta straccia se passasse il consenso “libero e attuale”. Quand’anche si trattasse di pochissimi casi, occorre che quei diritti siano tutelati, a meno di non voler sbriciolare lo Stato di Diritto. In sostanza la deputata brasiliana vuole giustamente rafforzare le garanzie processuali derivanti dalla Costituzione e prevenire l’uso abusivo o fraudolento degli strumenti di protezione contro la violenza domestica, preservando l’efficacia istituzionale del loro Codice Rosso con un bilanciamento tutto in punta di diritto. Si tratta insomma di qualcosa a cui l’Antiviolenza S.p.A. e i suoi portavoce e fiancheggiatori sono potentemente allergici. Si tratta di Giustizia (con la G maiuscola), caro Menditto, non di casistica. Tanto meno se frutto di cherry picking da dati di una piccola Procura.



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