Nel dibattito occidentale sulla violenza domestica, si è creata nel tempo una narrazione unilaterale che ha spesso portato uomini vittime di abusi all’invisibilità. Le strutture dedicate, prevalentemente orientate al supporto femminile, pongono ostacoli gravissimi a chi, uomo, tenta di chiedere aiuto. Questa condizione, amplificata dalle ideologie promosse dal femminismo dominante, ha distorto la percezione del fenomeno, lasciando un intero segmento della società senza tutele e dignità. In Italia questo aspetto è drammatico, con manifestazioni e proteste istituzionali e mediatica quando qualcuno si azzarda a proporre misure a sostegno degli uomini. Una situazione comune all’estero, seppure con qualche eccezione.
Studi recenti condotti in paesi come Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda, confermano che gli uomini vittime di violenza domestica sono molti più di quanto si voglia ammettere. Tuttavia, le differenze tra i vari servizi sono drammatiche: le agenzie specializzate nell’aiuto agli uomini risultano essere molto più efficaci rispetto a quelle mainstream, che spesso ne ignorano, minimizzano o addirittura deridono l’esperienza. Nei paesi di matrice anglosassone risalta l’esempio degli Stati Uniti, dove la presenza di servizi dedicati agli uomini sembra favorire un clima più equilibrato, mentre in Canada e Regno Unito la situazione rimane disastrosa e gli uomini restano vittime non solo di abusi, ma anche di pregiudizi istituzionali.
L’equilibrio sociale negato: perché il sistema ignora le vittime maschili
La disparità nell’accesso ai servizi nasce da decenni di politiche orientate esclusivamente alle vittime femminili, mentre ogni reale tentativo di inclusione maschile viene ridotto o ignorato. Questa discriminazione non è soltanto pratica, ma profondamente culturale: la narrazione femminista ha costruito un immaginario in cui l’uomo è sempre e comunque l’aggressore, mai la vittima. Questa visione distorta crea una barriera precisa e pericolosa nelle istituzioni e nei servizi, come evidenziato da una recente ricerca internazionale che evidenzia l’urgenza di una formazione di “genere inclusivo”, riecheggiata in Italia dall’immondo tentativo di “decostruire” la figura maschile fin dai primissimi anni di scuola.
Non si tratta semplicemente di offrire “pari opportunità”: è necessario rovesciare una prospettiva che per troppo tempo ha ignorato il grido silenzioso di migliaia di uomini. Politiche realmente inclusive devono fornire risorse e strumenti adeguati per chiunque ne abbia bisogno, lasciando alle spalle steccati ideologici che hanno prodotto soltanto esclusioni. Prevedere servizi realmente accessibili, condurre una formazione equa nelle agenzie e riconoscere a livello istituzionale la sofferenza maschile sono passi imprescindibili verso una società più giusta. Solo smantellando i tabù imposti dall’ideologia femminista sarà possibile difendere i diritti degli uomini e ristabilire una convivenza realmente pacifica e cooperativa tra i sessi.