Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di violenza domestica, ma quasi esclusivamente dal punto di vista delle vittime femminili. Ciò che rimane sistematicamente nell’ombra è la realtà degli uomini che subiscono abusi all’interno delle relazioni di coppia. Un recente studio canadese sottolinea come la mancanza di servizi dedicati e lo stigma sociale costringano le vittime maschili a gestire in solitudine i traumi subiti, un fenomeno che si ripete a livello globale. In paesi come il Regno Unito, gli uomini costituiscono fino al 42% delle vittime, ma ricevono solo il 4,4% del supporto locale: un dato che evidenzia un drammatico squilibrio di attenzione e risorse dedicate.
La narrativa dominante ignora il fatto che la violenza domestica può essere bidirezionale. Le ricerche più recenti mostrano che in molte situazioni entrambi i partner riferiscono comportamenti aggressivi reciproci, smascherando così il mito che dipinge l’uomo solo come aggressore. Tuttavia, nonostante questi dati, le grandi istituzioni internazionali hanno costruito un apparato legislativo e mediatico che esclude sistematicamente il maschile, opacizzando non solo il vissuto degli uomini, ma l’integrità stessa delle dinamiche relazionali tra i sessi.

Violenza domestica e uomini invisibili
Le politiche delle Nazioni Unite rappresentano l’apice di questa esclusione. Iniziative come l’Essential Services Package, la Spotlight Initiative e la campagna UNiTE hanno mobilitato enormi risorse, superando il mezzo miliardo di euro, esclusivamente a favore di donne e ragazze, come si evince dalla descrizione degli interventi prioritari e dalla celebre Spotlight Initiative stessa. Nel frattempo, non esiste alcun programma specifico o finanziamento dedicato agli uomini vittime di violenza domestica, né in ambito civile né umanitario. L’analisi dei servizi accessibili mostra che in contesti critici, come quelli supportati da organizzazioni umanitarie, la percentuale di uomini accolti non raggiunge neppure il 4%. Questi numeri parlano da soli e svelano una società che finge equità ma perpetua una discriminazione di genere inversa, imponendo agli uomini un silenzio colpevole e costringendoli a vivere nell’indifferenza istituzionale.
Dietro questa discriminazione istituzionalizzata si cela una radice ideologica che ha infestato la narrazione sociale e politica: l’ideologia femminista. Questo paradigma unidirezionale ha dipinto l’uomo come eterno carnefice, negando la complessità e la reciprocità dei rapporti umani. L’impossibilità di chiedere aiuto, la vergogna indotta, il diniego di servizi base di assistenza dimostrano quanto il sistema attuale sia profondamente iniquo. È urgente riconsiderare l’intero impianto normativo e culturale, alimentando una nuova consapevolezza pubblica: solo riconoscendo gli uomini come parte vulnerabile e spesso dimenticata delle dinamiche relazionali e della violenza domestica, sarà possibile creare un vero equilibrio cooperativo tra i sessi. Riconoscere la responsabilità delle istituzioni nell’aver sostenuto un modello così asimmetrico è il primo passo verso una società autenticamente inclusiva, in cui la giustizia sia un diritto di tutti — anche degli uomini. Solo così potremo riscrivere una narrazione fondata sul rispetto reciproco, sulla verità fattuale e sulla piena equità sociale e giuridica.