La storia della schiavitù è indissolubilmente legata alla storia dell’umanità, dai tempi antichi fino ai giorni nostri, in ogni civiltà e continente. Già dai primi documenti legali scritti, fra tutti il babilonese Codice di Hammurabi (1860 a.C.), ci si riferisce come ad un’istituzione consolidata e del tutto comune tra i popoli dell’antichità, parte stessa in ogni civiltà della struttura della vita quotidiana, dall’Antico Egitto alla Cina, dall’Impero di Akkad all’Assiria, dalla civiltà babilonese all’impero achemenide, dall’antica Grecia all’India all’Impero romano, dal califfato al sultanato del mondo arabo, dalla Nubia alle civiltà precolombiane delle Americhe. Nel continente africano la schiavitù fu endemica. Nel Senegambia tra il 1300 e il 1900 quasi 1/3 della popolazione si trovò in condizione di schiavitù. Nei primi stati islamici della savana sudanese, all’incirca 1/3 della popolazione rimase in una qualche maniera schiava. In Sierra Leone nel corso del XIX secolo circa la metà dell’intera popolazione era composta da schiavi. Nell’Ottocento almeno metà della popolazione risultava essere schiava tra il popolo dei Duala nell’odierno Camerun, tra gli Igbo ed altre popolazioni lungo il corso inferiore del Niger, nel regno del Congo, nel regno Kasanje dell’Africa centrale e tra i Chokwe dell’odierna Angola. Tra gli Ashanti e gli Yoruba almeno 1/3 della popolazione era composta da schiavi e lo stesso fu nell’impero Kanem e all’incirca il 40% nell’impero Bornu. Ok, ma i diritti delle donne?
Rispetto alla tratta orientale del mercato arabo, si stima che fino al 90% degli abitanti di Zanzibar e tra gli Swahili fosse oggetto di schiavitù. Circa la metà della popolazione del Madagascar era schiava. Livingstone stimò che almeno 80.000 africani morissero ogni anno prima di raggiungere i grandi mercati degli schiavi a Zanzibar, una volta il principale porto commerciale schiavista dell’intera Africa orientale e che, sotto il controllo dei commercianti arabi dell’Oman a partire dal XIX secolo, ebbe 50.000 schiavi all’anno in transito. Soltanto a partire del XVI secolo la civiltà occidentale superò per la prima volta per volume di traffico, attraverso la tratta atlantica, la tratta araba delle esportazioni di schiavi africani. Si stima che nel corso dei secoli tra i 12 e i 20 milioni di persone siano state deportate come schiavi dall’Africa per opera dei commercianti europei. La traversata oceanica si rilevava terrificante, il viaggio avveniva in condizioni disumane su navi sovraffollate, dove uomini, donne e bambini venivano incatenati, con scarsissimo cibo e acqua, e senza alcuna igiene. Le malattie si diffondevano rapidamente e molti morivano prima ancora di arrivare a destinazione. Per ogni 100 africani catturati solo 64 avrebbero raggiunto la costa di vendita e solamente 50 sarebbero giunti sani e salvi nel Nuovo Mondo. La morte risultò essere talmente comune che le navi vennero denominate “tumbeiros” o “tombe galleggianti”. La sproporzionata rimozione di schiavi maschi (schiavi di produzione) rispetto a schiave femmine, oltre all’introduzione di nuove colture provenienti dalle Americhe (manioca e mais) avrebbe determinato una decadenza generale della popolazione in determinate, seppur limitate, regioni dell’Africa occidentale intorno al 1760-1810 e in Mozambico e nelle zone limitrofe mezzo secolo dopo. Ok, ma i diritti delle donne?

Ok la schiavitù, ma i diritti delle donne?
Ad Algeri, durante il periodo dell’Algeria ottomana fino ai primi tre decenni del XIX secolo, all’incirca 1,5 milioni di europei cristiani furono catturati e costretti in schiavitù, ciò che portò infine al bombardamento di Algeri (1816) da parte di inglesi e olandesi, costringendo il Bey a liberare molti di questi schiavi. Per capire la durata e l’ampiezza della tratta barbaresca, valga come semplice esempio questo evento storico avvenuto nella lontana Irlanda. Nel giugno del 1631 il piccolo villaggio portuale irlandese di Baltimore nella contea di Cork fu attaccato dai pirati algerini e truppe armate ottomane. Vennero catturati quasi tutti gli abitanti e portati in Nordafrica in catene. I prigionieri furono variamente destinati; alcuni vissero i loro giorni come rematori schiavizzati nelle navi, mentre altri avrebbero trascorso lunghi anni nella profumata reclusione degli harem o all’interno del palazzo del sultano in qualità di servitori. Solamente due di loro poterono rivedere nuovamente la propria patria. A Costantinopoli, il centro amministrativo e politico dell’impero ottomano, circa 1/5 della popolazione nel 1609 era costituita da schiavi. Ok, ma i diritti delle donne?
In Asia la schiavitù fu una pratica comune, dei Sumeri, di Elam, dell’impero di Akkad, dell’Assiria, di Ebla, della civiltà babilonese e tra gli Hatti, gli Ittiti, gli Hurriti, i Luvi, nella Cananea, tra gli Amorrei, i Fenici, gli Aramei, gli Ammoniti, gli Edomiti, a Moab, nell’impero bizantino, tra i Filistei, i Medi, i Persiani, i Frigi, i Lidi, i Cassiti, nell’impero partico, a Urartu, in Colchide, tra i Caldei e gli Armeni, ecc. Lo stesso nel Nuovo Mondo, tra Tehuelche della Patagonia, i Comanche del Texas, i Caribe di Dominica, i Tupinamba del Brasile, le società di pescatori nativi americani Yurok (che vissero lungo la costa tra l’Alaska e la California), i Pawnee e i Klamath. La guerra fu importante per la società maya in quanto le incursioni nelle aree circostanti fornivano le vittime necessarie per il sacrificio umano, nonché schiavi per la costruzione dei templi. Secondo gli scritti aztechi ben 84.000 persone vennero sacrificate durante l’inaugurazione di un tempio nel 1487. Molti popoli indigeni della costa del Pacifico nord-occidentale vennero tradizionalmente conosciuti come commercianti di schiavi. In alcune tribù del nord-ovest del Pacifico all’incirca 1/4 della popolazione era schiava. Ok, ma i diritti delle donne?

La schiavitù maschile al femminismo non interessa.
Le condizioni di vita degli schiavi erano dure e disumane. Frustate, torture e umiliazioni erano strumenti comuni per mantenere il controllo e farli lavorare a ritmi estenuanti, spesso dall’alba al tramonto, sotto la costante minaccia di punizioni fisiche. La frusta era la punizione più diffusa, i colpi, spesso dati sulla schiena nuda, causavano ferite profonde e cicatrici permanenti. Molti venivano immobilizzati con ferri ai polsi o alle caviglie, oppure legati a strutture di legno (ceppi), anche per lunghi periodi, come forma di punizione o per impedirne la fuga, privati di cibo e acqua o con razioni ridotte in modo da punirli e indebolirli, per renderli più sottomessi. Spesso venivano isolati, rinchiusi in celle o spazi ristretti, al buio e senza contatti con altri, per giorni o settimane. In alcuni casi, gli schiavi venivano marchiati a fuoco con ferri roventi per indicare il proprietario o come punizione per tentativi di fuga. Punizioni estreme potevano includere le mutilazioni, come il taglio di dita, orecchie o altre parti del corpo, per scoraggiare ribellioni o fughe e renderli sottomessi. Molto spesso le torture venivano inflitte davanti agli altri schiavi per terrorizzarli e prevenire comportamenti sovversivi. Ok, ma i diritti delle donne?
La storia della schiavitù, oppure la storia della tortura, le terribili condizioni di vita dei marinai o le condizioni di lavoro nell’antichità, le corvée e i lavori forzati, la mendicità e le mutilazioni a seguito delle guerre, ecc., sono argomenti che non hanno mai interessato alla storiografia femminista. Al massimo qualche accenno, nulla di più. Al femminismo non interessa. Punto. Per quanto possa sembrare approssimativo, sempliciotto e irriverente, la storiografia femminista e, di conseguenza, tutta l’ideologia femminista, si riduce a questo: …e i diritti delle donne? …e la sofferenza delle donne? …e la violenza sulle donne? …e la povertà delle donne? …e il benessere delle donne? …e la felicità delle donne? …e le donne? …e le donne? …e le donne …le donne …le donne …donne …donne …donne …donne …donne! …donne! …donne!!! Alle femministe non ha mai fregato nulla della storia e delle sofferenze dell’umanità, meno che meno se riguardano gli uomini. Alle femministe interessa solo delle donne (e di colpevolizzare gli uomini). Punto. Da questo interessamento esclusivo, escludente, parziale e fazioso scaturisce per forza soltanto una lettura e visione del mondo esclusiva, escludente, parziale e faziosa: il femminismo.

Femminismo egoista e miope
Non bisogna essere un genio per scoprire il disinteressamento che palesano le femministe verso la sofferenza altrui, disinteressamento che rasenta la misandria, il narcisismo, l’egoismo, la misantropia, l’egocentrismo, l’odio puro e duro… Basta mettere le femministe in contesto. Oggi lamentiamo la mancanza di empatia delle femministe verso le sofferenze dei padri separati, dei carcerati, degli uomini vittima di violenza, degli uomini che si suicidano, ecc., ma quanto erano empatiche le femministe storiche? Erano forse diverse? Il movimento femminista americano, nato e sviluppatosi negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento, è stato il grande motore della rivoluzione femminista della prima ondata, da dove è saltato nel Regno Unito e diffuso poi nel resto d’Europa e del mondo. In parallelo alla formazione di club, manifestazioni e richieste delle donne femministe americane avvenivano nel contempo altri avvenimenti storici negli Stati Uniti, tra cui la Guerra di Secessione americana (1861-1865). Come conseguenza di questa guerra si stimano più di 750.000 morti, in gran parte soldati e quindi prevalentemente uomini. Nonostante la popolazione fosse allora molto più ridotta, in questo conflitto morirono più statunitensi che nella Prima e nella Seconda guerra mondiale messe insieme. Secondo le stime basate sui censimenti dell’epoca, circa l’8% degli uomini bianchi tra i 13 e i 43 anni morì durante la guerra. Nel Nord la percentuale fu intorno al 6%, mentre nel Sud raggiunse circa il 18%. Se si considera la fascia di età tra i 20 e i 43 anni nel Sud, l’impatto fu ancora più devastante: si stima che circa un uomo su quattro morì, senza contare i feriti gravi e gli invalidi.
In questo contesto storico, di sofferenza prevalentemente maschile, le femministe americane sollevarono e promossero le loro richieste. Erano forse queste donne americane le regine e le esperte della sofferenza mondiale? Queste campioni della sofferenza, si interessarono forse, nei loro raduni, nei loro scritti e nelle loro richieste, della sofferenza maschile, delle migliaia di uomini che abitavano nelle loro stesse città ed erano morti o che sarebbero rimasti mutilati, combattendo anche per loro? Le donne femministe americane, che storicamente non sono mai state invase da altri popoli né hanno mai dovuto subire la violenza dell’invasore a casa propria, sapevano forse di più della sofferenza delle donne russe, cinesi o ugandesi? Chi ha investito queste donne benestanti e di classe agiata dell’autorità di esportare la loro cosmovisione sulla sofferenza femminile alle altre donne del mondo? Ho già analizzato nel loro contesto storico, in altri interventi, la terrificante mancanza di empatia di Virginia Woolf (1, 2, 3, 4), o di Simone de Beauvoir, che scrisse la sua opera principale, Il secondo sesso, la Bibbia del femminismo, durante la Seconda Guerra Mondiale e nel subito dopoguerra (pubblicata nel 1949). Nel mentre i soldati (uomini) morivano, anche per lei, lei si dedicava a redigere la grande accusa universale contro gli uomini per la sofferenza delle donne. Ha forse Simone de Beauvoir, o qualche altra femminista francese, scritto qualche riga sulla sofferenza degli uomini francesi, ad esempio sul penitenziario dell’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, dove i detenuti francesi (solo uomini) venivano spediti a lavori forzati, in condizioni terrificanti – ad esempio, solo tra il 1854 e il 1867 i morti furono diecimila. Il contesto! Il contesto è importante, donne benestanti che ignorano la sofferenza che circonda loro. A questo si riduce il femminismo e la sua dottrina: ok, ma i diritti delle donne?